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I gatti hanno bisogno di routine alimentari fisse?

giovedì, 12 Settembre 2024 by Gruppo Nutravet
I gatti hanno bisogno di routine alimentari fisse?

Quando si parla di alimentazione dei gatti, una delle domande più frequenti tra i proprietari è proprio se sia necessario stabilire routine alimentari fisse. La risposta, come spesso accade, non è così semplice. Mentre per alcuni gatti una routine può essere essenziale, per altri potrebbe essere meno rilevante.

In questo articolo esploreremo i vari aspetti legati alle abitudini alimentari dei gatti, fornendo consigli pratici su come gestire l’alimentazione del tuo felino.

Il comportamento alimentare naturale del gatto

Per capire se i gatti hanno bisogno di routine alimentari fisse, è utile osservare il loro comportamento in natura. I gatti sono predatori solitari e, nel loro habitat naturale, cacciano e consumano piccole prede più volte al giorno, soprattutto nelle ore crepuscolari, cioè all’alba e al tramonto. Questa modalità di caccia non è solo legata al bisogno di alimentarsi, ma anche a stimoli legati all’istinto. È comune che i gatti uccidano prede senza mangiarle, solo per soddisfare il loro istinto predatorio.

Questo comportamento naturale si riflette anche nei gatti domestici. I gatti che vivono in casa tendono a essere più attivi quando hanno fame, mostrando comportamenti di gioco o di caccia verso giocattoli o oggetti casuali. Questi momenti sono fondamentali non solo per la loro salute fisica, ma anche per il loro benessere mentale.

Quanti pasti deve fare un gatto al giorno?

Per rispettare il comportamento alimentare naturale del gatto, è consigliabile suddividere la sua alimentazione in più piccoli pasti durante la giornata. Offrire da 5 a 7 pasti al giorno può essere un ottimo compromesso per replicare le loro abitudini naturali. Questi pasti non devono essere necessariamente distribuiti in modo equidistante nel tempo. Come abbiamo visto, i gatti sono abituati a mangiare soprattutto al mattino presto e alla sera.

Importante: Fornire piccoli pasti frequenti è essenziale per mantenere il gatto attivo e stimolato. Questo approccio può anche prevenire l’insorgenza di problemi comportamentali legati alla noia o alla frustrazione.

Routine alimentari fisse: pro e contro

I gatti hanno bisogno di routine alimentari fisse?

Impostare routine alimentari fisse può essere utile in molti casi, soprattutto per gatti che vivono esclusivamente in casa e non hanno accesso libero al cibo. Un’alimentazione a richiesta, infatti, può facilmente portare a sovralimentazione e, di conseguenza, a problemi di peso come l’obesità, soprattutto se il gatto vive in un ambiente poco stimolante.

Tuttavia, non tutti i gatti rispondono allo stesso modo alle routine fisse. Alcuni gatti possono trarre beneficio da un’alimentazione “ad libitum”, cioè con cibo sempre a disposizione. Questo metodo permette al gatto di autoregolarsi e può essere vantaggioso per prevenire l’ansia legata ai pasti. L’alimentazione ad libitum è particolarmente indicata se il cibo fornito è di buona qualità, con un basso contenuto di carboidrati e non troppo calorico.

Nota: Questo approccio è consigliabile solo se si dispone di un singolo gatto. In case con più gatti, la competizione per il cibo può portare a problemi di sovralimentazione o, al contrario, alla sottonutrizione di alcuni soggetti.

Come gestire i pasti per i gatti indoor

Se decidi di impostare routine alimentari fisse per il tuo gatto, è importante farlo in modo ponderato. La scelta degli orari e delle quantità di cibo deve essere fatta tenendo conto delle esigenze specifiche del tuo gatto, del suo livello di attività e del suo stato di salute.

Un buon punto di partenza potrebbe essere dividere la quantità giornaliera di cibo in due blocchi principali: uno per la mattina e uno per la sera. All’interno di questi blocchi, il cibo può essere suddiviso ulteriormente in piccoli pasti, distribuiti nell’arco della mattinata e della serata. Ad esempio, puoi somministrare il cibo alle 7:00, 7:45 e 8:15 del mattino, e poi nuovamente alle 18:00, 19:00, 20:30 e 22:00 di sera. In questo modo, arrivi facilmente a 7 pasti al giorno.

L’importanza dell’arricchimento ambientale durante i pasti

Oltre alla routine alimentare, un altro aspetto cruciale per il benessere del gatto è l’arricchimento ambientale. Fornire opportunità di caccia e gioco legate al momento del pasto può rendere l’alimentazione non solo un bisogno fisico, ma anche un’attività stimolante.

Ecco alcuni suggerimenti:

  • Utilizza giochi che rilasciano cibo lentamente: Questi dispositivi permettono al gatto di “guadagnarsi” il cibo, simulando la caccia e mantenendolo attivo.
  • Posiziona diverse ciotole in punti strategici della casa: Questo incoraggia il gatto a muoversi e a esplorare, riducendo la monotonia dei pasti.

Alimentazione fresca vs cibo commerciale

Per quanto riguarda la scelta degli alimenti, il dibattito tra cibo fresco e cibo commerciale è sempre aperto. Il gatto è un ipercarnivoro, il che significa che la sua dieta ideale dovrebbe essere composta quasi esclusivamente da prodotti di origine animale. I cibi freschi, quando bilanciati correttamente, rappresentano la scelta più salutare. Tuttavia, comprendiamo che non sempre è possibile seguire una dieta fresca e bilanciata.

In questi casi, gli alimenti umidi completi sono un’ottima alternativa. Questi prodotti contengono tutte le vitamine e i minerali necessari senza eccessi di carboidrati, che sono spesso presenti nei croccantini secchi. L’alimentazione a base di cibi umidi è particolarmente indicata se il tuo gatto ha problemi di idratazione o tende a non bere abbastanza acqua.

Routine alimentari e la salute del gatto

Mantenere una routine alimentare stabile è essenziale per prevenire problemi di salute nel gatto. Se il tuo gatto si abitua a una certa routine, eventuali interruzioni o cambiamenti possono causare stress e frustrazione, portando in alcuni casi al rifiuto del cibo.

Per evitare che la routine diventi troppo rigida o che il gatto dipenda eccessivamente dai pasti, cerca di arricchire la sua vita con altre attività stimolanti. Ad esempio, se sai che in determinati giorni non potrai rispettare la solita routine, puoi utilizzare un distributore automatico di cibo per garantire che il gatto riceva comunque i suoi pasti senza stress.

Conclusioni

In sintesi, i gatti possono beneficiare di routine alimentari fisse, soprattutto se vivono in ambienti chiusi e non hanno accesso libero al cibo. Tuttavia, la chiave del successo è la flessibilità e la personalizzazione delle routine in base alle esigenze specifiche del tuo gatto. Ricorda, non esiste un metodo universale che funzioni per tutti i gatti: ciò che conta è trovare l’equilibrio giusto per il tuo.

Infine, non dimenticare di prestare attenzione alla qualità degli alimenti e di offrire al tuo gatto un ambiente ricco di stimoli, per garantire non solo la sua salute fisica, ma anche il suo benessere mentale.

Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM

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Pressati a freddo: sono davvero più salutari per il nostro pet?

giovedì, 05 Settembre 2024 by Gruppo Nutravet
Pressati a freddo: sono davvero più salutari per il nostro pet?

Se non possiamo offrire al nostro animale un cibo fresco, cercheremo sempre di trovare un cibo commerciale più adatto. Negli ultimi anni si sente spesso parlare di alimenti PRESSATI A FREDDO e di come questi possano essere più digeribili e salutari per il nostro amico. Ma è veramente così?

In questo articolo spiegheremo cos’è un pressato a freddo, la differenza con un croccantino estruso ed i reali vantaggi e svantaggi di questo alimento.

Interessante è cercare di soffermarsi sul tipo di tecnologia messa in pratica, che non sempre da un prodotto più digeribile per ogni animale o ne giustifica il reale costo finale. 

PRESSATI A FREDDO E LA DIFFERENZA CON UN ESTRUSO

 Per pressato a freddo intendiamo un cibo pellettato, ossia un cibo che si ottiene con una tecnologia chiamata pellettatura. Sfrutta un macchinario semplice chiamato pellettatrice, avente due rulli che premono il cibo contro una griglia e tramite l’attrito generano questo pellet. Qui si raggiunge una temperatura massima di 40-60 ‘ C con il solo “sfregamento” del cibo sulla griglia.  Il classico croccantino invece, viene estruso mediante un macchinario molto costoso e complesso chiamato estrusore. Qui il cibo viene amalgamato con l’acqua e sfruttando il calore del vapore a 90-100’C ed una grossa vite, si ottiene il croccantino.

Oltre all’ evidente differenza di calore utilizzata nei due processi di produzione la differenza sta nella materia prima utilizzata:

Nel cibo pellettato pressato a freddo bisogna partire necessariamente da un cibo che sia già disidratato, macinato e ridotto in farina, poco umido. In un croccantino estruso si possono anche utilizzare materie prime fresche come la carne (che come detto in altri articoli, non è sempre un vantaggio)

Per quanto riguarda i nutrienti, la pellettatura utilizzando basse temperature, non dovrebbe portare a perdita di nutrienti e non richiederebbe aggiunta di additivi a fine produzione. Il cibo estruso invece, una volta asciugato e “gonfiato”, viene additivato infine con vitamine e Sali minerali in modo da non essere più degradate dal calore.

VANTAGGI E SVANTAGGI DEL PRESSATO A FREDDO

Pressati a freddo: sono davvero più salutari per il nostro pet?

Il punto di forza del pressato a freddo è quello di non degradare le sostanze nutritive e non richiedere l’aggiunta a fine produzione di vitamine e Sali minerali come un croccantino estruso. Ma come abbiamo detto prima, deve necessariamente partire da materie prime che hanno già subito una disidratazione (come sarà avvenuta questa procedura?sono stati applicati comunque dei trattamenti hanno modificato la materia prima)

Ci sarebbe anche il vantaggio che la pellettatrice, costando molto meno di un estrusore, venga acquistata anche da realtà commerciali più piccole, definite di “nicchia”. Spesso però questi prodotti non costano meno di un classico croccantino estruso.

Il costo elevato è giustificato dalla loro alta digeribilità? Potendo utilizzare meno amido per le basse temperature (ricordate che c’è sempre amido anche in un pellettato!!) il cibo avrebbe anche più proteine e “galleggerebbe in un bicchiere d’acqua”. Per fortuna il nostro animale non si riduce ad un semplice bicchiere di acqua, ma è un organismo ben più complesso.

Usare meno amido non significa sempre facilitare la digestione. L’estrusione di un croccantino classico porta ad un processo chiamato gelatinificazione, che in molti animali rende l’amido più digeribile. Per assurdo, alcune razze con difficoltà a digerire gli amidi riescono ad utilizzare i loro pochi enzimi digestivi molto meglio su un prodotto cotto estruso piuttosto che pressato a freddo. Come lo capiamo? Andiamo a confrontare il volume e la quantità di feci del nostro animale e lì capiremo (feci=scarto). Per non parlare di alcuni pressati a freddo, dove l’ amido presente deriva solo da legumi.

Parlando di appetibilità, il pellettato non venendo appetizzato con grasso animale a fine produzione, spesso risulta meno gradito.

CONCLUSIONI

Ma allora questi pressati a freddo hanno troppi svantaggi? Assolutamente no! Esistono ditte molto affidabili, che selezionano bene le materie prime ed applicano una politica di trasparenza nel loro processo produttivo e dei loro ingredienti, usando amido prevalentemente derivato dalle patate e non dai legumi; studiano composizioni che rendano più appetibile il loro prodotto.

Se non si può scegliere un’alimentazione fresca e bilanciata ricordiamo sempre che “Non esiste l’alimento commerciale migliore per una cane ed un gatto, esiste l’alimento migliore per il nostro cane e il nostro gatto, in base al suo stato di salute, al suo comportamento, la sua natura, le sue abitudini e molto altro ancora”. Diffidiamo sempre da chi professa la verità assoluta!

Articolo del Dr. Carmine Salese, DMV

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I cani possono mangiare i cachi? Una guida per i proprietari

giovedì, 29 Agosto 2024 by Gruppo Nutravet

L’autunno porta con sé una varietà di frutti deliziosi, tra cui i cachi, che molti di noi non vedono l’ora di gustare. Ma cosa fare se il nostro cane si mostra interessato a questo frutto dolce e succoso? I cachi sono sicuri per i cani? In questo articolo, esploreremo i benefici, i rischi e le modalità corrette per offrire questo frutto al nostro cane, mantenendo sempre la loro salute al primo posto.

Benefici del cachi per i cani

Il cachi, frutto della pianta Diospyros, è apprezzato per la sua dolcezza e le sue proprietà nutritive. Originario della Cina, questo frutto è ormai ampiamente diffuso anche in Italia, dove viene consumato soprattutto durante l’autunno. I cani, come noi, possono essere attratti dal suo sapore dolce, ma è importante sapere come somministrarlo correttamente.

Questi frutti sono ricchi di vitamina C e beta-carotene, due potenti antiossidanti che possono supportare il sistema immunitario del cane. Inoltre, contengono minerali essenziali come potassio, fosforo e magnesio, che contribuiscono al benessere generale dell’animale. Un altro aspetto positivo è la presenza di fibre, che possono favorire la salute intestinale del cane, sempre che siano consumate con moderazione.

I rischi associati al consumo di cachi

Nonostante i loro benefici, i cachi non sono privi di rischi per i cani. Innanzitutto, bisogna considerare l’alto contenuto di zuccheri di questo frutto. Con circa 65-70 kcal per 100 g, sono più calorici rispetto ad altri frutti come le mele. Gli zuccheri rappresentano circa il 16-18% del frutto, un dato importante da tenere in considerazione, soprattutto per i cani con predisposizione al sovrappeso o alla diabete.

Per i cani diabetici, infatti, è assolutamente sconsigliato a causa del suo elevato contenuto di zuccheri. Inoltre, nei cani che non sono abituati a consumare frutta, un’eccessiva quantità di cachi potrebbe causare disturbi gastrointestinali come flatulenza e feci molli.

Come dare il cachi al cane in sicurezza

I cani possono mangiare i cachi? Una guida per i proprietari

Se decidete di dare un po’ di cachi al vostro cane, ci sono alcune precauzioni da prendere. Prima di tutto, il frutto deve essere ben maturo, ma non eccessivamente. Un cachi troppo maturo è più ricco di zuccheri, mentre uno acerbo contiene tannini, che possono avere un effetto astringente e rendere il frutto difficile da digerire. Il cachi maturo è inoltre più lassativo, quindi va somministrato con molta moderazione.

È essenziale sbucciare il frutto e rimuovere il seme centrale prima di offrirlo al cane. Il seme può rappresentare un pericolo di soffocamento, specialmente per i cani più voraci. Dopo aver sbucciato e tagliato il cachi in piccoli pezzi, potete offrirne un piccolo assaggio al vostro cane, monitorando attentamente la sua reazione.

Quanto cachi può mangiare il cane?

La quantità giusta di cachi per un cane varia a seconda della taglia e della tolleranza individuale al frutto. Come regola generale, per i cani di piccola taglia, è consigliabile offrire solo un pezzettino grande quanto una falange del dito. Per i cani di taglia media o grande, si può arrivare a 2-3 pezzettini. In ogni caso, la moderazione è la chiave: troppi zuccheri possono fermentare nell’intestino del cane, causando flatulenza e altri problemi digestivi.

Se notate che il vostro cane manifesta sintomi come feci molli o disagio intestinale dopo aver mangiato i cachi, riducete la quantità o sospendete completamente la somministrazione.

Conclusione

In sintesi, i cachi possono essere un piccolo piacere da condividere con il vostro cane, a patto di seguire alcune semplici regole. Offrite il frutto in piccole quantità, ben maturo e senza semi, e osservate attentamente come reagisce il vostro amico a quattro zampe. Ricordate che, come per qualsiasi nuovo alimento, è sempre una buona idea consultare il veterinario prima di introdurlo nella dieta del vostro cane.

In questo modo, potrete godervi l’autunno insieme al vostro cane, gustando entrambi i deliziosi frutti di stagione senza rischi per la salute.

Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM

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Come rendere bellissimo il pelo del cane o del gatto con l’alimentazione

giovedì, 22 Agosto 2024 by Gruppo Nutravet
Come rendere bellissimo il pelo del cane o del gatto con l’alimentazione

Si sa, l’aspetto conta, anche per i nostri amati cani e gatti. Un pelo sano e lucente non solo rende il tuo animale esteticamente gradevole, ma è anche un indicatore di buona salute. L’alimentazione gioca un ruolo cruciale in questo, e scegliere gli alimenti giusti può fare una grande differenza. Vediamo insieme come rendere il pelo del cane o del gatto magnifico attraverso una dieta adeguata.

Il primo passo per rendere il pelo del cane e del gatto bello e sano: eliminare gli alimenti dannosi

Come rendere bellissimo il pelo del cane o del gatto con l’alimentazione

Molti cani e gatti sviluppano problemi di pelle e pelo a causa dell’alimentazione. Le allergie a certi ingredienti presenti nei cibi possono causare infiammazione e prurito. Inoltre, la bassa qualità delle materie prime di alcuni alimenti industriali può contribuire a un pelo opaco e fragile. Ad esempio, una conservazione scorretta delle crocchette in contenitori di plastica può portare alla perossidazione dei lipidi, causando problemi cutanei associati a diarrea e vomito.

Consiglio pratico: Se il tuo cane o gatto presenta forfora, rossore o prurito, consulta il veterinario per cambiare l’alimento a favore di uno più adatto.

Vitamina E: il Re degli antiossidanti

La Vitamina E è un gruppo di 8 composti liposolubili, tra cui l’alfa tocoferolo è il più utilizzato. È un potente antiossidante che protegge le membrane cellulari dai radicali liberi. Questa vitamina è essenziale non solo per la salute del pelo e della pelle, ma anche per il fegato.

Fonti di Vitamina E: La troviamo in molti alimenti di origine vegetale, soprattutto oli e cibi grassi come nocciole, mandorle, avocado (attenzione a non dare la buccia, il seme e le foglie), olio di mais, olio di girasole e olio di germe di grano. Gli oli sono facili da aggiungere alla dieta dei nostri cani e gatti, ovviamente con moderazione per evitare un eccesso di calorie.

Integrazione: La Vitamina E può essere somministrata anche come integratore in perle, dato che è molto sicura e non tossica. Iniziare l’integrazione 20-30 giorni prima di un evento speciale o fare 2-3 cicli di integrazione all’anno per mantenere un pelo sempre lucente.

Acidi grassi essenziali Omega-3

Gli acidi grassi Omega-3, in particolare EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico), sono fondamentali per la salute del pelo. Cani e gatti non riescono a convertire efficacemente i precursori di origine vegetale, quindi gli Omega-3 devono essere di origine animale, come pesce o krill.

Fonti di Omega-3: Pesce grasso pescato (non allevato) con tutta la pelle, dato 1-2 volte a settimana, oppure integratori specifici in perle.

Integrazione: Per mantenere sano il pelo, oltre a pelle, articolazioni, sistema immunitario e nervoso, si consiglia di fare cicli di integrazione di un mese, 3-4 volte all’anno.

Zinco: un alleato prezioso

Lo zinco è un minerale importante per la crescita e la riparazione del pelo. La sua carenza può portare a pelle secca e squamosa, perdita di pelo e cicatrici.

Fonti di zinco: Carni rosse, pollame, pesce e uova. Anche alcuni legumi e cereali sono buone fonti.

Integrazione: Se la dieta del tuo cane o gatto non è sufficiente, si possono utilizzare integratori specifici, sempre sotto consiglio del veterinario.

Biotina: la vitamina della bellezza

La biotina, o vitamina B7, è essenziale per il metabolismo dei grassi e delle proteine, contribuendo alla salute della pelle e del pelo.

Fonti di biotina: Uova, fegato, lievito di birra e noci.

Integrazione: La biotina può essere integrata tramite compresse o polveri, migliorando visibilmente la lucentezza e la forza del pelo.

Conclusioni

Un’alimentazione corretta è fondamentale per avere un cane o un gatto con un pelo sano e lucente. Eliminare i cibi di bassa qualità, integrare vitamine e acidi grassi essenziali e fornire minerali come zinco e biotina sono passi cruciali. Consulta sempre il veterinario prima di apportare cambiamenti significativi alla dieta del tuo animale. Con una dieta equilibrata e adeguata, il tuo cane o gatto non solo avrà un aspetto magnifico, ma godrà anche di una salute migliore.

Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM

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Perché preferiamo gli alimenti cotti per i nostri cani e gatti, se in natura mangiano alimenti crudi?

giovedì, 15 Agosto 2024 by Gruppo Nutravet
Perché preferiamo gli alimenti cotti per i nostri cani e gatti, se in natura mangiano alimenti crudi?

Se sei un proprietario di cani o gatti, probabilmente ti sarai chiesto almeno una volta: perché mai diamo alimenti cotti ai nostri animali quando in natura mangerebbero tutto crudo? È una domanda legittima, considerando che cani e gatti sono carnivori e, in condizioni selvatiche, cacciano e mangiano le loro prede crude. Quindi, perché ci siamo allontanati così tanto da quello che sarebbe il loro comportamento naturale?

L’alimentazione dei cani e dei gatti in natura

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima comprendere cosa mangerebbero i nostri animali in natura. Sia cani che gatti sono carnivori, ma il loro processo di domesticazione ha avuto un impatto diverso sul loro comportamento alimentare.

I gatti sono stati influenzati molto meno rispetto ai cani. Originariamente, i gatti erano utilizzati per cacciare piccoli roditori e altri animali che minacciavano le scorte di cibo umano. Un gatto ferale, cioè un gatto domestico tornato selvatico, si adatta rapidamente a cacciare piccole prede come topi, uccelli, piccoli rettili e insetti. Il punto chiave qui è che il gatto mangia queste prede immediatamente dopo averle catturate, consumando alimenti crudi.

I cani, invece, hanno subito un processo di domesticazione molto più profondo. Da millenni, i cani si sono adattati a vivere vicino agli esseri umani, spesso nutrendosi degli scarti alimentari delle comunità umane. Questo ha modificato non solo il loro comportamento, ma anche la loro fisiologia, rendendoli in parte capaci di digerire amidi. Di conseguenza, un cane ferale tende a rimanere nelle vicinanze delle aree urbane e a mangiare ciò che trova, piuttosto che cacciare attivamente come farebbe un lupo.

Perché diamo alimenti cotti a cani e gatti?

Perché preferiamo gli alimenti cotti per i nostri cani e gatti, se in natura mangiano alimenti crudi?

La risposta principale è la sicurezza microbiologica. La cottura è il metodo più efficace per eliminare batteri e parassiti dagli alimenti, rendendo il cibo più sicuro per il consumo. Convivendo strettamente con noi, cani e gatti hanno ereditato molte delle nostre abitudini, compresa quella di consumare cibo cotto.

C’è anche un fattore legato al gusto. Gli alimenti cotti, in particolare le proteine, liberano aromi che stimolano l’appetito. Questo “profumino” attrae molto i cani e i gatti, che hanno un olfatto molto più sviluppato del nostro. Un gatto che non è stato abituato fin da piccolo a mangiare alimenti crudi potrebbe trovarli insipidi o poco appetibili.

I cani e i gatti possono mangiare carne cruda?

In generale, la risposta è sì, cani e gatti possono mangiare carne cruda, grazie alla loro evoluzione che ha dotato queste specie di meccanismi di difesa contro i pericoli microbiologici.

I gatti, ad esempio, hanno un istinto innato che li porta a selezionare solo cibo che ritengono sicuro. Un cibo servito alla temperatura di 35-38°C, simile a quella di una preda appena uccisa, sarà molto più appetibile per un gatto rispetto a una carcassa fredda. Inoltre, il sistema digestivo dei gatti è altamente acido, il che aiuta a ridurre la carica batterica nel cibo.

I cani, d’altra parte, sono noti per la loro robustezza. Possono ingerire alimenti che farebbero stare male la maggior parte degli altri animali, grazie a un sistema digestivo efficiente e a un intestino più corto che riduce il tempo di esposizione ai batteri.

Precauzioni quando si dà carne cruda a cani e gatti

Se decidi di alimentare il tuo cane o gatto con carne cruda, è fondamentale prendere alcune precauzioni. La carne dovrebbe essere previamente congelata per ridurre la carica parassitaria. Inoltre, è consigliabile scegliere tagli di carne interi piuttosto che carne macinata, poiché i tagli interi sono meno soggetti a contaminazione.

È importante evitare carne cruda di maiale o cinghiale, poiché esiste un rischio, seppur remoto, che cani e gatti possano contrarre la pseudorabbia, una malattia mortale per loro. Inoltre, se in famiglia ci sono persone immunodepresse, è meglio evitare di dare carne cruda al tuo animale per prevenire qualsiasi rischio di contaminazione.

Conclusioni

Dare alimenti cotti ai nostri cani e gatti è una scelta che deriva in gran parte dalla necessità di proteggere la loro salute e dalla nostra convivenza con loro. Tuttavia, la carne cruda può essere un’opzione valida, purché si prendano le dovute precauzioni. Se il tuo cane o gatto ama la carne cruda, potresti considerare l’adozione di una dieta BARF, ma sempre sotto la guida di un veterinario per garantire un’alimentazione equilibrata.

In definitiva, la decisione di dare cibo cotto o crudo ai nostri animali dipende da molti fattori, tra cui la loro salute, le nostre abitudini e le specifiche necessità alimentari. Quello che conta è garantire che i nostri cani e gatti ricevano una dieta sicura e nutriente che li mantenga in salute e felici.

Articolo della Dott.ssa Maria Mayer, DVM

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I cani possono mangiare il melograno?

giovedì, 08 Agosto 2024 by Gruppo Nutravet
I cani possono mangiare il melograno

Il melograno, un frutto antico e simbolo di fertilità e abbondanza, è noto per le sue molteplici proprietà benefiche. Ma ti sei mai chiesto se il tuo cane può mangiarlo? Non è una domanda così semplice come potrebbe sembrare. Vediamo insieme i benefici, le controindicazioni e il modo migliore per offrire questo frutto al tuo cane.

Benefici del melograno per il cane

Il melograno è conosciuto da tempi antichissimi per le sue proprietà curative e terapeutiche. Anche la medicina moderna ha confermato le sue incredibili attività antiossidanti, che possono avere benefici significativi su diversi apparati, anche per il cane. Ecco alcuni dei principali benefici:

Antiossidanti: questo frutto è ricco di provitamina A e vitamina C, entrambe con forti proprietà antiossidanti. Questi nutrienti aiutano a combattere lo stress ossidativo, che è particolarmente utile per i cani anziani, migliorando la loro qualità della vita.

Microelementi: Il frutto contiene importanti minerali come potassio, fosforo, sodio e magnesio. Questi elementi sono essenziali per la salute generale del cane, contribuendo a vari processi fisiologici.

Polifenoli e acido ellagico: Il melograno è ricco di polifenoli e contiene acido ellagico, che ha potenziali proprietà anticancro. Sebbene questa ipotesi debba ancora essere confermata in vivo, il suo effetto antiossidante è certo e aiuta a rallentare l’invecchiamento cellulare.

Azione rinfrescante e diuretica: Il melograno ha anche un effetto rinfrescante e diuretico, oltre a possedere proprietà gastroprotettive. Queste caratteristiche lo rendono un frutto molto interessante anche per il cane.

Rischi e controindicazioni del melograno per il cane

Nonostante i numerosi benefici, è importante essere consapevoli dei possibili rischi associati al consumo di melograno da parte dei cani.

Tannini: Il melograno contiene una notevole quantità di tannini, specialmente nella corteccia. I tannini possono avere effetti astringenti e, se consumati in grandi quantità, possono causare problemi gastrointestinali come costipazione. Anche se non ci sono report di tossicità specifica di questo frutto per i cani, è prudente limitarne il consumo.

Semi legnosi: Gli arilli del melograno, i piccoli chicchi che lo compongono, contengono semi legnosi. Questi semi possono essere difficili da digerire per i cani e, a causa del loro intestino di diametro minore rispetto al nostro, possono portare a costipazione se ingeriti in grandi quantità.

Come dare melograno al cane

I cani possono mangiare il melograno

Per sfruttare i benefici del melograno evitando i rischi, la soluzione migliore è offrire il succo del frutto anziché il frutto intero. Ecco come fare:

Spremuta di melograno: Usa uno spremiagrumi per estrarre il succo di questo prezioso frutto. Taglia il frutto a metà e spremilo come se fosse un’arancia. Questo metodo evita di frantumare i semi, riducendo il rilascio di tannini.

Dosi consigliate: Offri al tuo cane un cucchiaio di succo di melograno per ogni 10 kg di peso corporeo. Ricorda di non insistere se il cane non gradisce il sapore, che può essere acido e amarognolo.

Moderazione: Come con qualsiasi nuovo alimento, è importante introdurre il melograno gradualmente nella dieta del tuo cane e osservare eventuali reazioni avverse. Se noti segni di disagio, interrompi l’uso e consulta il veterinario.

Conclusioni

In sintesi, il melograno può essere un’aggiunta salutare alla dieta del tuo cane grazie alle sue proprietà antiossidanti, rinfrescanti e gastroprotettive. Tuttavia, è fondamentale somministrarlo correttamente per evitare possibili problemi gastrointestinali. Offrire il succo di melograno in quantità moderate è il modo migliore per sfruttare i benefici di questo frutto senza rischi. Come sempre, consulta il tuo veterinario prima di introdurre nuovi alimenti nella dieta del tuo cane per garantire la sua sicurezza e il suo benessere.

Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM

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Cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free: il caso clinico di Lucky

giovedì, 25 Luglio 2024 by Gruppo Nutravet
Cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free

Nel 2018, la Food and Drug Administration statunitense (FDA) lancia un allarme ventilando una correlazione tra cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free, contenente legumi, in cani di razze non predisposte geneticamente a svilupparla.

La miocardiopatia dilatativa (DCM) è una patologia che compromette la funzione sistolica a causa della dilatazione delle camere cardiache con assottigliamento della parete ventricolare, mettendo a repentaglio la vita dell’animale.

Le razze di cane che sono geneticamente predisposte a sviluppare la DCM sono: dobermann, alano, boxer, terranova, cane da acqua portoghese, dalmata, levriero irlandese e cocker spaniel.

I sintomi della DCM nel cane dipendono dalla razza, dallo stadio di malattia e quelli più frequenti sono: perdita di appetito, abbattimento, riluttanza al movimento, mucose pallide, aumento della frequenza cardiaca, aumento della frequenza respiratoria, tosse, difficoltà respiratoria, collasso e svenimenti per aritmie. Nei casi avanzati è possibile l’edema polmonare, accumulo di liquidi in torace (versamento pleurico) e in addome (ascite). 

Cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free: Il caso di Lucky

Lucky è un bouledogue francese maschio intero, caille, di 7 anni.

Anamnesi: Lucky ha sofferto di dermatiti, otiti e pododermatiti che si sono risolte da circa 1 anno con la somministrazione di un mangime commerciale grain free.

Cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free

Nel settembre 2023 Lucky viene portato in urgenza in clinica per un grave scompenso cardiaco, viene stabilizzato in terapia intensiva e sottoposto alle indagini del caso: RX, ecocardio, Holter ed esami ematologici e biochimici. 

Cardiomiopatia dilatativa nel cane e alimenti grain free

La diagnosi cardiologica: scompenso cardiaco con quadro ipocinetico dilatativo con lievi rigurgiti centrali funzionali delle valvole a/v, dilatazione atriale sinistra e delle vene polmonari con indici sistolici ridotti. L’esame Holter evidenzia un ritmo sinusale con sporadiche ectopie ventricolari, rare sopraventricolari, no aritmie organizzate e non necessita di terapia antiartmica. 

Cardiomiopatia ipocinetica-dilatativa significa che il cuore di Lucky  ha una contrattilità diminuita, ha una parete sottile, è dilatato. Questa situazione è in prima ipotesi di natura nutrizionale/carenziale, infiammatoria, meno probabilmente genetica, tachiaritmica o ischemica.  Oltre agli esami ematici è stata valutata la troponina che è aumentata (0.43 ng/ml con valori normali di 0.03-0.013) ed è indicativa di danno miocardico, mentre la funzionalità tiroidea è normale. Lucky è stato dimesso con una serie di farmaci da assumere: pimobendan, furosemide, spironolattone e taurina. 

Visita nutrizionale richiesta per cardiomiopatia dilatativa dalla clinica veterinaria

Il personale della  clinica veterinaria curante richiede una mia consulenza nutrizionale. 
La visita nutrizionale: Lucky pesa 10 Kg con un peso ideale 13 kg, ha un BCS (body condition score) di 3/9 e una muscolatura molto scarsa. Nonostante tutto Lucky ha un buon appetito, ha rari episodi di vomito, cerca di mangiare erba quando esce, le feci sono formate anche se abbondanti a volte ha borborigmi intestinali e flatulenza. Non presenta pica o coprofagia ha qualche episodio di reflusso, ultimamente ha perso peso. Mangia da circa un anno un commerciale a base di piselli (63%) e proteine di insetto non bene specificate (22%) .

Imposto per Lucky una dieta casalinga a basso tenore di carboidrati con diverse proteine (pollo, manzo, tacchino, coniglio, trota, pesce bianco, cavallo e maiale), riso basmati, verdure, olio di girasole e olio di cocco. Come integrazioni funzionali prescrivo 1000 mg/al giorno di taurina, EPA, DHA, vitamine del gruppo B, vitamina E ed un integratore minerale e vitaminico per diete casalinghe.

Controllo dopo aver iniziato la dieta casalinga specifica

Primo controllo:  07/11/2023 Lucky inizia a prendere peso ora è 11.5 kg

Referto cardiologico: Evidente miglioramento della funzione sistolica. Scomparsa dei rigurgiti valvolari secondari, funzionali (permane minimo rigurgito mitralico). Normali i flussi anterogradi; normali pressioni atriali sx. Conclusioni: quadro di rimodellamento inverso parziale ma sostanziale. Continuare tutte le terapie in atto inalterate.

Secondo controllo dopo aver iniziato la dieta casalinga specifica

Secondo controllo 16/02/2024 Lucky pesa 12.5 kg.
Si evidenzia completo rimodellamento inverso con funzione sistolica ancora ai limiti inferiori ma prossima alla normalità. TVI aortico adeguato. Flussi mitralici anterogradi a normale profilo e velocita’. Completa scomparsa del rigurgito mitralico secondario. Si sospende Furosemide e Spironolattone. Continua Pimobendan inalterato. Prossima rivalutazione ecocardiografica tra 4 mesi nel Giugno 2024 (in previsione sospensione Pimobendan). 

I piselli nella dieta del cane

I piselli sono legumi provenienti da una pianta erbacea, Pisum sativum appartenente alla famiglia delle Fabacee o Leguminose. Ne esistono diverse varietà, lisci, rugosi, rampicanti, nani e medi. Molto versatili in cucina, sono gustosi, molto pratici da preparare, si trovano tutto l’anno, sono  utilizzati per la preparazione di primi e secondi piatti e cosa non di poco conto, sono molto economici.

I piselli sono molto utilizzati nell’alimentazione umana per le proprietà diuretiche, disintossicanti, antipertensive, abbassano il colesterolo, hanno un basso indice glicemico, sono molto più digeribili rispetto ad altri legumi e sono molto ricchi di fibre e di acido folico.

Valori nutrizionali: 100 grammi di piselli apportano 81 kcal, contengono 5.62 gr  di proteine, 13.48 gr di carboidrati, 0.3 gr di grassi e 4.5 gr di fibra.

Le proteine vegetali per un cane hanno le stesse caratteristiche di quelle animali?

Negli ultimi 20 anni i piselli sono entrati anche a far parte del pet food per la loro economicità, per il loro contenuto di proteine (circa il doppio dei cereali) e di fibre, per il loro basso indice glicemico e per il senso di sazietà che ne deriva.  Nel pet food le proteine dei piselli, quindi, andranno nel conteggio delle proteine totali (proteine gregge) aumentandolo con costi molto bassi. Ma le proteine vegetali per un cane hanno le stesse caratteristiche di quelle animali? La risposta è no.

Le proteine presenti nei piselli mancano di taurina e contengono una quantità limitata di cistina/cisteina e metionina oltre ad essere scarsamente digeribili. La scarsa digeribilità dei piselli è causata dalla presenza di raffinosio, un oligosaccaride che non riesce ad essere metabolizzato in zuccheri semplici nei carnivori domestici e che sembra essere implicato nello scarso assorbimento degli aminoacidi presenti. Come sappiamo, i cani sono in grado di produrre autonomamente la taurina partendo da altri aminoacidi contenenti zolfo come la cisteina e la metionina che, come abbiamo detto, nei piselli sono carenti.

La mancata assunzione o la scarsa produzione endogena di taurina causa rapidamente problemi a livello del muscolo cardiaco (circa un mese), inoltre questi cani hanno una perdita di acidi biliari primari che non vengono correttamente coniugati con la taurina, quindi non diventano secondari (acido taurocolico) e per questo motivo non vengono riassorbiti a livello intestinale, causando disbiosi e sintomi gastroenterici. La taurina è inoltre un aminoacido molto delicato, viene danneggiato sia con le alte che con le basse temperature.

La prevenzione è fondamentale

Essendo i sintomi della miocardiopatia dilatativa piuttosto tardivi, come possiamo capire se la malattia si sta sviluppando nei nostri cani in particolare se mangiano commerciali grain free contenenti grandi quantità di legumi in particolare di piselli?

Oggi abbiamo a disposizione diversi esami: il primo è la valutazione dell’ NT-ProBNP plasmatico, un suo aumento è un indice precoce di DCM nel cane importante quando la malattia è ancora asintomatica. Inoltre la valutazione della troponina (indice di danno miocardico) e l’esame Holter che ricerca di pericolose aritmie. Consiglio inoltre di integrare la dieta con taurina se sono utilizzati questi tipi di cibo commerciale anche in assenza di problematiche cardiache.

Ringraziamenti: 

ringrazio tutto il GRUPPO NUTRAVET in particolare la Dott.ssa MARIA MAYER, il personale delle CLINICA VETERINARIA CITTÀ  DI FORLÌ e la Dott.ssa CINI ILARIA per il materiale e l’aiuto.

Bibliografia:

Bokshowan E, Olver TD, Costa MO, Weber LP. Oligosaccharides and diet-related dilated cardiomyopathy in beagles. Front Vet Sci. 2023 Jul 24;10:1183301. doi: 10.3389/fvets.2023.1183301. PMID: 37565080; PMCID: PMC10411538.

Quilliam C, Reis LG, Ren Y, Ai Y, Weber LP. Effects of a 28-day feeding trial of grain-containing versus pulse-based diets on cardiac function, taurine levels and digestibility in domestic dogs. PLoS One. 2023 May 25;18(5):e0285381. doi: 10.1371/journal.pone.0285381. PMID: 37228111; PMCID: PMC10212094.

Articolo della Dr.ssa Monica Serenari, DVM

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Dieta monoproteica si o no?

giovedì, 11 Luglio 2024 by Gruppo Nutravet
Dieta monoproteica si o no?

Nell’alimentazione del cane e del gatto spesso si sceglie di utilizzare crocchette e umidi monoproteici, a fronte anche dell’ampia scelta di questi alimenti che ad oggi si trova nei negozi per animali. In realtà questi alimenti andrebbero utilizzati con uno scopo ben preciso, approfondiamo in questo articolo.

Un monoproteico è per definizione un alimento che contiene una sola fonte di proteina animale. L’aggettivo “animale” è d’obbligo, perché la percentuale di proteina grezza, espressa nei tenori analitici delle tabelle degli alimenti, comprende sia le proteine di origine animale che quelle vegetali, contenute ad esempio in legumi, cereali, ecc. Il consiglio, se si sceglie di utilizzare un monoproteico a scopo diagnostico come poi vedremo, è di accertarsi che anche la fonte di grassi animali sia la stessa della proteina. Quindi, ad esempio, un monoproteico al maiale dovrà contenere solo maiale come fonte di proteina animale e l’ideale sarebbe che fosse indicato anche “grasso suino”. Quello che invece accade in alcuni casi nei monoproteici è di ritrovare “grasso di pollo” in etichetta che potrebbe contenere anche piccole quote di proteine di pollo, potenzialmente in grado di scatenare una reazione avversa in cani con questa allergia/intolleranza.

Come utilizzare una dieta monoproteica per diagnosticare una reazione avversa a cibo (RAC)

Dieta monoproteica si o no?


In caso di reazioni avverse al cibo (effettive o sospette) il cibo monoproteico può essere utilizzato per capire effettivamente quali siano gli alimenti che scatenano queste reazioni, che si possono manifestare con sintomi quali vomito, diarrea o prurito. In questi casi si procede con quella che viene definita “dieta privativa o ad esclusione”. Si sceglie quindi un monoproteico a base di una proteina mai mangiata prima d’ora dal cane o dal gatto e la si usa in modo appunto esclusivo per un periodo limitato (di solito 8-12 settimane a seconda del parere veterinario). Se ad esempio il prurito del cane migliora dopo introduzione di un alimento monoproteico, parleremo di forma responsiva all’alimento. La prova definitiva la abbiamo se reintroducendo altri alimenti, il nostro cane dovesse tornare ad avere la sintomatologia presentata in precedenza (dieta di provocazione). 

Come procedere dopo la dieta privativa

Diagnosticate le effettive RAC sarà possibile procedere con dieta varia evitando gli alimenti che hanno effettivamente causato reazione avversa. Sconsiglio infatti di proseguire con dieta monoproteica per lunghi periodi per svariati motivi. 

In medicina umana è ormai appurato che la dieta più sana è quella fresca e variata. 

La variabilità è fondamentale innanzitutto per motivi etologici: perché far mangiare al cane o al gatto lo stesso alimento per tutti i giorni della sua vita se non necessario?  

Inoltre variare permette di evitare accumuli di sostanze tossiche eventualmente presenti negli alimenti. Mangiare tutti i giorni un monoproteico al pesce ad esempio potrebbe predisporre ad accumulo di metalli pesanti. Anche la carne presenta le sue sostanze tossiche di accumulo purtroppo inevitabili quindi variare permette di evitare di accumulare quantità eccessive della stessa sostanza.

Mangiare variato stimola anche la variabilità a livello di microbiota intestinale mentre mangiare tutti i giorni lo stesso cibo causa ad un impoverimento della microflora, con conseguenti patologie cronico degenerative.

Come utilizzare i monoproteici nella dieta varia

Nell’ottica di una dieta varia gli alimenti monoproteici si possono utilizzare per far provare al cane o gatto gusti diversi. Come visto prima questo aiuterà il suo microbiota e la salute in generale. Attenzione solo ad un aspetto!

Le RAC possono manifestarsi a qualsiasi età quindi è importante tenere delle proteine “jolly” mai utilizzate nel caso un giorno si dovesse fare una dieta privativa. Quindi è importante evitare almeno qualche fonte proteica da tenere per ogni evenienza. E mi raccomando: se si decide per questo motivo di non dare ad esempio al cane crocchette o umidi a base di cervo e cavallo anche quando sceglierete i suoi snack dovrete verificare che queste proteine non siano contenute nemmeno lì altrimenti una futura prova ad esclusione potrebbe non essere attendibile.

Articolo della Dr.ssa Denise Pinotti, DVM

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Gli insetti nell’alimentazione commerciale del cane e del gatto

mercoledì, 19 Giugno 2024 by Gruppo Nutravet
Gli insetti nell'alimentazione commerciale del cane e del gatto

L’emergenza ambientale, l’esaurimento delle risorse, l’attenzione verso tipi di alimentazioni più sostenibili e la maggiore sensibilità alla tutela e benessere degli animali, ci fa guardare verso nuove risorse alimentari per noi e per i nostri amici a quattro zampe. 

In questo articolo parleremo  di diversi studi che riguardano l’utilizzo  degli insetti nel pet food commerciale, dei suoi benefici, dei suoi rischi e dei limiti per i consumatori

È interessante ricordare che gli insetti non sono affatto una novità nella dieta degli animali, poiché hanno sempre fatto parte dell’alimentazione del cane, del lupo e del gatto selvatico in ambiente naturale.

Gli insetti nel pet food commerciale

Attualmente in commercio esistono pochi cibi commerciali a base di insetti. Questi sono nati prevalentemente per l’esigenza di fornire una proteina “nuova” da utilizzare in corso di patologie specifiche, come quelle allergiche. C’è da dire, però, che la composizione attuale di molti di questi mangimi è rappresentata in prevalenza da legumi più che da insetti, quindi, bisogna far attenzione a quali soggetti destinare questi cibi. L’eccesso di legumi, nella dieta dei nostri animali, è sotto l’attenzione della comunità scientifica, con la correlazione di cardiomiopatie dilatative in razze predisposte. Ovviamente è ancora tutto in fase di studio ma, come si dice, “prevenire è meglio che curare”

Benefici

Se parlassimo di insetti come unico ingrediente di un alimento commerciale, di vantaggi ce ne sarebbero moltissimi. Gli insetti hanno molte proteine ad alto valore biologico, essendo una valida alternativa a farine di pesce o di soia. Pensate che il contenuto di aminoacidi essenziali nei grilli è paragonabile a quello delle uova, pollo, maiale e manzo. Gli olii ottenuti dagli insetti sono più ricchi di acidi grassi, flavonoidi e vitamina E, rispetto agli oli vegetali. Gli insetti grazie al loro “esoscheletro” hanno un’altissima concentrazione di calcio e fosforo. Ancora più interessante è sapere che gli insetti sono una fonte di sostanze, come l’acido ialuronico e le proteine antimicrobiche, che migliorano la risposta immunitaria e il microbioma del tratto digestivo.

Svantaggi

A controbilanciare i numerosi vantaggi dobbiamo considerare anche dei possibili rischi. Non possiamo attualmente escludere, per i nostri animali, possibili reazioni avverse, comprese quelle allergiche, verso le proteine d’insetto, che ancora non conosciamo bene e che, per assurdo, utilizziamo per escludere, a nostra  volta, “allergie “alimentari. Devono poi essere considerati i rischi legati alla contaminazione durante l’allevamento, il confezionamento, la cottura o la somministrazione degli insetti (parliamo di batteri, muffe, micotossine, metalli pesanti ed antibiotici). Interessante specificare che la chitina, un elemento che compone lo scheletro degli insetti, se non rimossa adeguatamente, rende gli insetti stessi poco digeribili.

Limiti per i consumatori e per i produttori

Per quanto oggi giorno siano molti i vantaggi nell’utilizzare gli insetti nell’alimentazione quotidiana, la loro accettazione, da parte dei consumatori dei paesi occidentali, rimane difficile come retaggio culturale. Da non trascurare anche la completa trasformazione che il mercato mondiale dovrebbe affrontare per produrre questo nuovo tipo di alimento. In conclusione, è interessante sapere che, ad oggi, esisterebbe una nuova risorsa alimentare che, oltre a tutelare il pianeta, potrebbe essere per assurdo un’alimentazione migliore rispetto ad altri tipi di alimenti attualmente presenti in commercio per i nostri animali. Come si dice, attenzione che “l’apparenza inganna”!

Articolo del dott. Carmine Salese, DMV

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Come riconoscere se il gatto ha dolore

venerdì, 14 Giugno 2024 by Gruppo Nutravet
Come riconoscere se il gatto ha dolore

Siamo sicuri di riconoscere il dolore nel gatto? Siamo sicuri di capire se il loro isolarsi, le posizioni assunte, le loro espressioni vengano correttamente lette e interpretate come dovrebbero? Oggi assieme a voi faremo un viaggio nelle espressioni e nelle posture che il gatto assume quando ha dolore, cercherò di fornirvi le corrette chiavi di lettura in modo da “leggere” e capire i nostri gatti.

Come dicevamo, la gestione e il riconoscimento del dolore nel gatto viene spesso trascurata e statisticamente vengono loro prescritti meno farmaci analgesici rispetto ai cani. Questo è dovuto alle difficoltà nel riconoscimento e nella valutazione del dolore felino, alla mancanza di formazione specifica sull’argomento e alla limitata disponibilità di strumenti per la valutazione del dolore in questa specie.

Cominciamo con il dire che serve osservare attentamente il felino ma cosa dobbiamo guardare? Cosa cambia quando il gatto ha dolore? Vediamolo assieme: 

  • La posizione delle orecchie
  • Apertura delle palpebre
  • Il muso e la sua tensione
  • I cambiamenti nella direzione delle vibrisse
  • La posizione della testa rispetto al corpo

Analizziamo questi comportamenti con l’aiuto di alcune foto tratte da un importante studio scientifico del 2019 (1).

Tutti i gatti a sinistra delle foto che analizzeremo sono gatti normali che non presentano dolore, i gatti della foto centrale presentano un dolore moderato, i gatti della foto a destra hanno un dolore molto intenso.
Da questo lavoro deriva la “Feline Grimace Scale”, sistema ora validato per il riconoscimento del dolore in questa specie e utilizzato in medicina felina. Al gatto verrà assegnato un punteggio valutando i 5 punti sopracitati assegnando un punteggio da 0 a 2, se il gatto risulta avere un punteggio superiore o uguale a 4 andrebbe considerata una terapia analgesica o un cambio di terapia.

POSIZIONE DELLE ORECCHIE

Il padiglione auricolare nei gatti sofferenti tende a spostarsi lateralmente e a rivolgersi verso il basso.

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

APERTURA DELLE PALPEBRE

Mano mano aumenta l’entità del dolore le palpebre tendono ad essere socchiuse.

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

FORMA DEL MUSO

Il muso del gatto normalmente bello rotondeggiante tende a diventare ovale, è teso e non più rilassato, il labbro superiore è leggermente sollevato.

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

POSIZIONE DELLE VIBRISSE

La posizione normale è a sinistra, vedete come le vibrisse vanno a formare un arco delicato verso il basso, nei gatti sofferenti si dirigono in avanti e verso l’alto allontanandosi dalla faccia.

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

POSIZIONE DELLA TESTA

Notiamo come la testa vada via via abbassandosi rispetto alla linea delle spalle, se il dolore è grave può essere abbassata, il mento tende ad essere in direzionato verso il torace e il collo piegato.

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

Immagine tratta da Evangelista et al.2019 (1)

Osserviamo quindi questi esseri meravigliosi che si meritano di essere curati al meglio e ricordate……  “perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te….”

1 – Facial expressions of pain in cats: the development and validation of a Feline Grimace Scale di Marina C. Evangelista, Ryota Watanabe, Vivian S.Y. Leung, Beatriz Monteiro, Elizabeth O’Toole, Daniel S.J. Pang, Paulo V. Steagall del 2019. 

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L’approccio Fitoterapico nella modulazione del sistema immunitario degli animali

mercoledì, 05 Giugno 2024 by Gruppo Nutravet
approccio Fitoterapico

Nella cura e nella prevenzione delle malattie negli animali domestici, sempre più proprietari si rivolgono alla fitoterapia come alternativa naturale e complementare. Le piante fitoterapiche, ricche di principi attivi benefici, possono svolgere un ruolo significativo nell’immunomodulazione e nell’immunostimolazione. In questo articolo faremo chiarezza su questi due concetti, ci concentreremo maggiormente sulle piante che possono svolgere un ruolo significativo nel modulare la risposta immunitaria degli animali domestici.

Immunomodulanti vs. Immunostimolanti: una distinzione essenziale

  1. Gli immunostimolanti sono sostanze che aumentano l’attività in toto del sistema immunitario, tramite una serie di processi non specifici. Tuttavia, un’eccessiva stimolazione del sistema immunitario può portare a una risposta iperattiva, con conseguente infiammazione e danni ai tessuti.
  2. Gli immunomodulatori invece sono sostanze che agiscono in modo più sottile, regolando e bilanciando la risposta immunitaria, stimolando alcune componenti e inibendone delle altre. Questo approccio mira a rafforzare le difese immunitarie senza provocare un’eccessiva reattività. Gli immunomodulatori possono essere particolarmente utili in condizioni di iperattività o ipoattività del sistema immunitario.

Nella pratica clinica veterinaria gli immunomodulanti sono i più usati in quanto sono anche delle sostanze adattogene ovvero sono in grado di aumentare in maniera aspecifica la resistenza dell’organismo a stress di varia natura, sia fisica che psichica.

approccio Fitoterapico

Quali sono i Fitoterapici immunomodulanti più usati?

  • Eleuterococco noto anche come Ginseng Siberiano. Le sostanze attive del fitocomplesso si trovano nelle radici. E’uno degli adattogeni per eccellenza, migliora la risposta allo stress, aiuta l’organismo a superare la fatica cronica, utile nelle convalescenze in seguito a malattie debilitanti. Agisce in generale aumentando il numero dei linfociti T. 
  • Astragalus membranaceus pianta erbacea perenne, molto diffusa in Oriente. I principi attivi si trovano nelle radici. Utilizzato da sempre per la sua attività tonica generale, in caso di deficit immunitario, nelle convalescenze, nelle prevenzioni delle malattie respiratori croniche. Stimola la funzione fagocitaria, l’attività delle cellule Natural Killer e stimola la mielopoiesi (processo che avviene nel midollo osseo per favorire la produzione delle cellule del sangue: granulociti, monociti, piastrine e globuli rossi). 
  • Withania Somnifera nota come Ginseng Indiano, è una pianta che appartiene alla famiglia delle solanacee e cresce spontaneamente in India, in Pakistan, in alcune zone dell’Africa e in Italia si trova in Sicilia e in Sardegna. Ha proprietà adattogene, antidepressive e antistress. Utile nei soggetti sani stressati. Alcuni studi condotti in vitro hanno dimostrato le potenziali proprietà antitumorali degli estratti di Withania, questi hanno un’azione citostatica e citotossica nei confronti di diversi tipi di cellule maligne.
  • Juglans Regia ovvero il Noce comune. I principi attivi si trovano nelle radici, nelle foglie e nella corteccia. Ha un’azione immunomodulante sul microbiota intestinale, agendo come selezionatore e aumentando le difese di barriera della mucosa intestinale. Utilissima nei soggetti nati da parto cesareo e in tutti i casi di patologie croniche intestinali. Il noce ha anche altre proprietà: astringente, antisettico, cicatrizzante, antinfiammatoria. 
  • Uncaria Tomentosa è una pianta rampicante originaria della foresta peruviana e colombiana. I principi attivi si estraggono dalla corteccia e dalla radice. Ha un’azione antinfiammatoria, immunomodulante e antiossidante, utile nelle patologie infiammatorie articolari croniche. L’estratto di uncaria potenzia l’attività delle cellule Natural killer e dei linfociti T citotossici. In vitro aumenta inoltre l’attività delle cellule T gamma-delta, per questo è ampiamente studiata come nuova risorsa antitumorale. Infine può essere particolarmente utile nei soggetti con leucopenia in quanto diversi studi hanno evidenziato un aumento totale dei linfociti dopo la sua somministrazione.

 In conclusione, la fitoterapia può essere un’opzione sicura per una vasta gamma di patologie, sia come trattamento che come supporto alla medicina convenzionale. Tuttavia, le piante medicinali non sono prive di controindicazioni, quindi per garantire la sicurezza e l’efficacia del trattamento sarà essenziale consultare sempre un veterinario esperto in fitoterapia.

Articolo della dott.ssa Francesca Parisi, DMV

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Visita nutrizionale. Come si svolge?

mercoledì, 29 Maggio 2024 by Gruppo Nutravet
Visita nutrizionale

Anche se la figura del Medico Veterinario esperto in nutrizione si sta sempre più diffondendo negli ultimi anni, capita ancora spesso di ricevere domande di persone incuriosite da questa branca della Medicina Veterinaria che non conoscevano. La domanda più comune è: come si svolge una visita nutrizionale?

Qual è il ruolo del Medico Veterinario Nutrizionista? Cos’è importante sapere?
Ve ne parlo in questo articolo.

Visita nutrizionale. Non sono tutte uguali!

Cominciamo col dire che non esiste uno standard, ovvero che non tutte le visite nutrizionali sono uguali.
Noi Medici Veterinari del gruppo Nutravet ci occupiamo di nutrizione in ottica “sistemica”.
Questo significa che le nostre visite non sono finalizzate alla semplice stesura di una dieta, ma alla valutazione del paziente nella sua interezza e non solo della sua patologia.

Per svolgere le nostre visite seguiamo tutti un metodo comune, ma ciascuno di noi ha competenze specifiche in ambiti diversi (dalla dermatologia, all’oncologia, alle medicine integrate) che vengono messe a disposizione del paziente e dei suoi familiari.

Tutti noi, inoltre, effettuiamo sia visite in presenza che consulenze in Telemedicina, ovvero a distanza. Questo ci permette di raggiungere ed aiutare anche famiglie che abitano lontano da noi, sia in Italia che all’estero. Vuoi saperne di più sulla Telemedicina? Ne parliamo qui e anche qui.

Perché chiedere una visita nutrizionale

I motivi per cui viene richiesta una consulenza con un Medico Veterinario esperto in nutrizione possono essere vari.
Le famiglie possono giungere da noi in maniera autonoma, contattandoci direttamente per cambiare o rivedere l’alimentazione dei loro animali oppure, come accade più spesso, possono essere indirizzate a noi dai colleghi curanti per impostare un piano nutrizionale in caso di patologie.

Nei pazienti patologici, il nostro intervento a volte è risolutivo, altre volte, invece, dobbiamo lavorare in sinergia con altri specialisti per ottenere dei risultati. Possiamo però affermare con certezza che la nutrizione ha un ruolo centrale nella gestione della maggior parte delle patologie.

Ma una corretta alimentazione è anche un potentissimo strumento di prevenzione. Per questo motivo sono sempre di più le famiglie che scelgono di nutrire gli animali con cui convivono con una dieta fresca, fin da quando sono cuccioli. Impostare e seguire una dieta fresca e bilanciata per un cucciolo è assolutamente fattibile e consigliabile, senza nessun tipo di controindicazione (ne parliamo qui e qui ).
Nel caso in cui non fosse possibile seguire una dieta fresca, il Medico Veterinario esperto in nutrizione potrà comunque essere una guida per una scelta ragionata e consapevole di una dieta commerciale.

L’importanza dell’anamnesi

Sia che si svolga in presenza che in Telemedicina, la prima parte della consulenza, quella più importante, è rappresentata dalla raccolta dell’anamnesi. Ovvero di una serie di dati riguardanti il paziente dalla nascita (o dalla sua adozione) in poi.

In questa fase della visita il Medico Veterinario esperto in nutrizione potrebbe chiedervi, ad esempio, se il vostro cane è nato con parto naturale o cesareo. Se è stato allattato naturalmente o artificialmente e se ha assunto farmaci (e quali) nel primo anno di vita.
Queste domande, all’apparenza strane o poco pertinenti, non solo hanno un senso, ma sono fondamentali per comprendere molti aspetti di patologie in atto o che potrebbero verificarsi in futuro.

In questa prima parte della visita, generalmente, vengono anche visionati e commentati eventuali referti di analisi e altre indagini diagnostiche. Anche questo è un passaggio fondamentale che ci aiuta ad essere più accurati e specifici nella successiva stesura del piano nutrizionale personalizzato.

Nel caso di visite in presenza, alla raccolta dell’anamnesi segue la visita clinica del paziente.

La visita clinica

Nel caso di visite in presenza, alla raccolta dell’anamnesi segue la visita clinica del paziente. Alcuni colleghi potrebbero decidere di visitarlo prima e non sarebbe di certo scorretto.
Personalmente preferisco farlo dopo per vari motivi, primo tra tutti quello di far familiarizzare l’animale con un ambiente nuovo, permettendogli di rilassarsi e di essere più collaborativo successivamente, senza stress per nessuno.

Durante la visita, otre al peso, verrà valutato il BCS (Body Condition Score), un punteggio che serve a stabilire se il paziente è sottopeso, sovrappeso o normopeso. Saranno auscultati torace e addome, valutati il cavo orale e la condizione dei denti, lo stato del pelo e lo stato generale dell’animale.

Tutti i dati raccolti durante la visita saranno registrati in una scheda clinica che sarà poi fornita, in copia, ai familiari insieme al piano nutrizionale.

Scelta e stesura del piano nutrizionale

Prima di procedere alla stesura del piano nutrizionale personalizzato, c’è un’altra tappa fondamentale: concordare coi familiari la scelta della tipologia di dieta (commerciale, casalinga, mista o BARF). Discutendo insieme i pro e i contro di ciascuna in relazione alle esigenze del paziente.
Ritengo questa una fase fondamentale perché la famiglia avrà un ruolo centrale nella gestione della dieta del proprio animale. Un piano nutrizionale “perfetto” sulla carta, ma non fattibile per i familiari, si rivelerà totalmente inutile per il paziente.

La formulazione della dieta potrebbe, infine, avvenire direttamente in visita o potrebbe richiedere qualche giorno. Questo dipende da diversi fattori quali il metodo di lavoro del professionista, il tempo a disposizione durante la visita, ma soprattutto le eventuali patologie del paziente.
Ci sono dei casi più complessi che richiedono un ulteriore studio successivo e altri approfondimenti prima di poter formulare il piano nutrizionale.

Non si tratta solo di “fare una dieta”, ma di iniziare un percorso basato sulla fiducia e sulla collaborazione reciproca. Il nostro lavoro non si conclude a fine visita, ma continua anche “dietro le quinte”!

Articolo della dott.ssa Marta Batti, DMV

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Malattia renale cronica del gatto. Un “renal” è sempre necessario?

mercoledì, 22 Maggio 2024 by Gruppo Nutravet
Malattia renale cronica

La malattia renale cronica è una patologia molto frequente nei nostri animali soprattutto nel gatto ed è caratterizzata dalla perdita graduale, progressiva e irreversibile della funzionalità renale.
La dieta in questi pazienti svolge un ruolo fondamentale. Perché controlla i segni clinici minimizzandoli e cosa ancora più importante controlla la progressione della patologia, contribuendo così al benessere e alla longevità dei nostri amici felini.

In questo articolo scopriremo in cosa consiste la malattia renale cronica, il ruolo che ha la nutrizione nel paziente nefropatico ed in particolare approfondiremo l’aspetto della restrizione proteica.

Che cos’è la malattia renale cronica?

La CKD (chronic kidney disease) è tra le patologie più comuni riscontrate nei gatti anziani. Viene definita come un’alterazione organica e/o funzionale di uno, o entrambi i reni, presente da almeno 3 mesi.

I segni clinici sono legati alla diminuita capacità dei reni di svolgere le sue normali funzioni di regolazione e di escrezione.

Tra i più frequenti troviamo: aumento della diuresi (poliuria), aumento dell’assunzione di acqua (polidipsia), anemia, diarrea, vomito, perdita di peso, malessere generale.
Purtroppo quando compaiono i segni clinici già il 70-80% del rene è compromesso per questo è importante soprattutto in animali maturi/anziani effettuare una diagnosi precoce.

Tra le “strategie terapeutiche” attuate dai medici veterinari negli animali affetti da questa patologia rientra, quasi sempre, l’utilizzo di alimenti commerciali “renal”, ossia indicati per gatti affetti da insufficienza renale cronica.

Questi alimenti sono generalmente caratterizzati da:

  • Ridotto contenuto in proteine, sodio e fosforo
  • Aumento del tenore di fibre solubili
  • Integrazione con vitamine del gruppo B
  • Integrazione con antiossidanti e acidi grassi polinsaturi
  • Elevata densità energetica ed elevato contenuto lipidico
Tra i sintomi più frequenti troviamo: aumento della diuresi (poliuria), aumento dell’assunzione di acqua (polidipsia), anemia, diarrea, vomito, perdita di peso, malessere generale

Questi alimenti vanno sempre utilizzati?

Gli studi scientifici dimostrano che la risposta corretta a questa domanda è no.
La scelta della giusta alimentazione, da somministrare ad un paziente nefropatico, deve innanzitutto passare per un’attenta e corretta stadiazione della patologia in atto.
Innanzitutto, perché un soggetto nefropatico, ed affetto da CKD, non necessariamente presenta insufficienza renale cronica. In secondo luogo, perché la riduzione della funzionalità renale, che può conseguire alla presenza di CKD, può presentare diversi stadi di gravità.
La gravità della CKD è stata classificata in 4 stadi dall’ International Renal Interest Society (IRIS).

La stadiazione si basa inizialmente sulla concentrazione di creatinina nel sangue a digiuno, seguita poi da un’analisi completa delle urine, per valutare il peso specifico e l’eventuale presenza di proteinuria, e da una valutazione della pressione sanguigna.

Al fine di improntare una corretta terapia e una corretta alimentazione, risultano anche necessari la valutazione dell’azotemia, della fosfatemia, dell’esame emocromocitometrico. Nonché la valutazione della morfologia dei reni attraverso un’ecografia addominale.

Una volta stadiata la patologia, e individuato il grado di insufficienza renale del soggetto, si deve valutare quale sia la migliore strategia nutrizionale da applicare.
Se si decide di alimentare il gatto con un alimento commerciale “renal”, bisogna innanzitutto tenere in considerazione che alimenti differenti presentano tenori analitici diversi e, quindi, che a seconda del soggetto (e dello stadio IRIS in cui si trova), può essere utile sceglierne uno piuttosto che un altro.
Particolare attenzione va posta alla quantità e alla qualità delle proteine contenute, onde evitare di effettuare una restrizione proteica eccessiva quando non necessaria.

Proteine e malattia renale cronica

Infatti, non bisogna mai dimenticare che il gatto è un “carnivoro stretto” e che le proteine rivestono un ruolo fondamentale nella sua alimentazione, in particolar modo quando il soggetto è anziano e, quindi, che una loro diminuzione nella dieta deve essere valutata con molta attenzione.
Se da un lato la restrizione proteica può favorire la riduzione dell’azotemia e della sintomatologia che ne consegue, dall’altro un’eccessiva restrizione può causare danni altrettanto importanti come la malnutrizione, un’alterazione della risposta immunitaria, una riduzione della sintesi di emoglobina, nonché la perdita di tessuto muscolare.

Inoltre, per assicurare un adeguato apporto di aminoacidi essenziali, almeno l’80% dell’apporto proteico deve provenire da proteine di origine animale ad elevato valore biologico (carne, pesce).
Le attuali linee guida sconsigliano di effettuare una riduzione proteica in animali in stadio IRIS 1, mentre negli stadi successivi se ne consiglia una riduzione graduale.
Tuttavia, recenti studi mettono in dubbio queste linee guida, sostenendo che la riduzione proteica sia da evitare anche in gatti con insufficienza renale in stadi più avanzati.

Il dosaggio di proteine da somministrare in gatti affetti da CKD rimane, ad oggi, uno degli argomenti scientifici più dibattuti in nefrologia e nutrizione veterinaria.
La dieta casalinga può essere una valida alternativa per il gatto nefropatico?
Assolutamente sì, ma di questo ne parleremo in maniera approfondita in un altro articolo!

Articolo della Dr.ssa Laura Mancinelli, DVM

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Il cane anziano: una gestione integrata 

mercoledì, 15 Maggio 2024 by Gruppo Nutravet
Cane anziano

La terza e quarta età viene raggiunta sempre più spesso dai nostri cani.
Come possiamo aiutare un cane anziano ad invecchiare con stile?

Quando si può parlare di cane anziano?

Per il cane, l’aspettativa di vita è inversamente proporzionale alla taglia: in genere infatti più un cane è piccolo, più vive a lungo. Per questo motivo un cane di razza gigante come un alano può essere definito anziano già a 7 anni, quando un suo coetaneo barboncino invece è ancora un adulto. Possiamo dire che le razze medio-piccole diventano anziane intorno agli 11 anni, quelle grandi intorno ai 9.

Come si invecchia

Invecchiare è fisiologico. E’ un processo multifattoriale dove la genetica ha un ruolo importante ma ci sono altre componenti sulle quali possiamo lavorare, come l’alimentazione, lo stress, lo stile di vita, il benessere emozionale.

Quando un organismo invecchia, va incontro ad un declino immunitario, endocrino e neurologico. Infiammazione cronica di basso grado e stress ossidativo sono alla base di questo processo e lo velocizzano.

Su questi aspetti, la nutrizione e le integrazioni possono fare la differenza.

Le malattie più frequenti nel cane anziano

I problemi legati al peso sono estremamente comuni nell’animale anziano, in particolar modo sovrappeso e obesità. La perdita di massa muscolare, tipica di un organismo invecchiato, la possiamo riscontrare sia negli animali molto magri che in quelli grassi, anche se camuffata visivamente dal tessuto adiposo.

Anche la mente può invecchiare: la disfunzione cognitiva del cane presenta molte analogie con l’Alzheimer umano e può presentarsi in modi diversi (disorientamento spazio temporale, alterazioni del ciclo sonno-veglia, eliminazioni inappropriate…). Può iniziare in maniera quasi impercettibile e poi aggravarsi con il tempo.

La prevenzione per il cane anziano

Se la genetica non la possiamo cambiare, possiamo però agire su tutti i fattori che influenzano l’invecchiamento.

Cosa buona e giusta è ravvicinare i controlli con il nostro medico veterinario di base e effettuare periodicamente le analisi del sangue. Per invecchiare al meglio bisogna agire su tre fronti: alimentazione, integrazione e attività fisica.

Cosa deve mangiare un cane anziano?

Prima di parlare di cosa deve essere messo nella ciotola del nostro vecchietto, è importante valutare il suo stato di nutrizione: sta dimagrendo troppo o sta prendendo peso?

Lo scopo della dieta è quello di recuperare e mantenere il peso forma. La malnutrizione, presente sia negli animali troppo magri che troppo grassi, è molto frequente nei soggetti non più giovani. 

Per i nostri cani anziani le proteine non devono mai mancare e devono essere di elevato valore biologico. Sono pochissime le patologie che necessitano di una riduzione proteica. Si sente spesso che è necessario “alleggerire” la dieta dell’anziano: in verità il cibo deve essere ricco e altamente digeribile se vogliamo supportare il nostro animale in questa fase delicata della sua vita. Anche i grassi devono essere sempre presenti, per i loro ruoli energetici e strutturali. Una buona fetta dei grassi in una dieta per cani anziani sarà data da acidi grassi a corta catena (olio di cocco o mct oil), che hanno un ruolo benefico anche sulle capacità cognitive.

La fibra per i soggetti di una certa età è importantissima: il giusto mix di fibra solubile e insolubile garantirà il corretto funzionamento dell’apparato digerente e nutrirà il microbiota intestinale.

Quali integrazioni funzionali?

L’integrazione di sostanze antiossidanti è fondamentale per contrastare l’ossidazione tipica dell’invecchiamento.
Via libera quindi a sostanze con proprietà antiossidanti come omega 3 (soprattutto EPA e DHA), capaci anche di migliorare il decadimento cognitivo. Vitamina C, vitamina E, coenzima Q10 e acido alfa-lipoico sono altre sostanze molto efficaci.
Concorda sempre con il tuo veterinario il piano di integrazioni più adatto per il tuo cane.

L’età che avanza non è mai una controindicazione al movimento

Il movimento è vita

L’età che avanza non è mai una controindicazione al movimento. La quantità di movimento deve essere sempre commisurata alle possibilità del cane, ma mantenere in attività l’apparato muscolo scheletrico è di vitale importanza. Sarebbe meglio fare piccole passeggiate durante tutta la giornata piuttosto che lunghi giri, per permettergli di recuperare più rapidamente. Il tono muscolare deve essere sempre preservato e passeggiate e nuoto, se possibile, sono le attività più indicate.

Gestire un cane anziano in casa a volte è una vera sfida ma dovete appoggiarvi al vostro veterinario di fiducia così da affrontarla insieme. La routine famigliare spesso deve adattarsi alle nuove esigenze del cane ma invecchiare insieme è un’avventura bellissima!

Articolo della dott.ssa Chiara Dissegna, DMV

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In viaggio con le proteine, dalla ciotola all’intestino

mercoledì, 08 Maggio 2024 by Gruppo Nutravet
proteine

Sappiamo che le proteine sono i macronutrienti più importanti nella dieta di cane e gatto, ma ci siamo mai chiesti il perché di questa affermazione?

In questo articolo analizzeremo il viaggio delle proteine, dalla ciotola dei nostri carnivori fino all’interno del loro intestino e oltre, per capire cosa sono e a cosa servono queste molecole così importanti per la loro esistenza.

Proteine, una collana di perle preziose

Le proteine sono catene di aminoacidi, tenute insieme da legami covalenti, detti “peptidici”. Per semplificare, potremmo immaginarcele come delle collane di perle di lunghezze diverse, dove ogni perla è un aminoacido.

In natura esistono solamente 20 aminoacidi. Tutte le proteine, da quelle dei batteri a quelle degli organismi più complessi, sono costituite sempre dagli stessi 20 aminoacidi. In base a come questi vengono assemblati a formare la catena, prenderà forma una proteina diversa. 

Di questi 20 aminoacidi, più o meno tutte le specie sono in grado di sintetizzarne la metà (ovvero se li sanno produrre da soli). Gli altri devono invece essere necessariamente introdotti con la dieta e prendono il nome di “aminoacidi essenziali”. Gli aminoacidi essenziali non sono gli stessi in tutte le specie. Ad esempio la taurina è essenziale per il gatto, ma non per il cane. La carenza di questi aminoacidi essenziali nella dieta del cane e del gatto può provocare, nel tempo, disturbi del metabolismo proteico che possono causare alterazioni importanti della crescita e dello sviluppo.

Esattamente come per le collane di perle, che possono avere lunghezze diverse, anche per le proteine accade la stessa cosa. Ecco quindi che possiamo avere proteine molto corte (come ad es. l’Ossitocina, costituita solo da 9 aminoacidi) o molto lunghe (come la Connectina, presente nel tessuto muscolare, che di aminoacidi ne ha ben 33.000!).

Le proteine sono catene di aminoacidi, tenute insieme da legami covalenti, detti “peptidici”. Potremmo immaginarcele come delle collane di perle di lunghezze diverse, dove ogni perla è un aminoacido.

Da una proteina all’altra

La digestione delle proteine ingerite con la dieta inizia nello stomaco e prosegue nell’intestino tenue ad opera di specifici enzimi (proteasi) che staccano gli aminoacidi dalla catena, in modo che questi possano attraversare la parete intestinale per assorbimento, per poi essere riassemblati in nuove catene peptidiche. E quindi dar vita a nuove proteine che saranno utilizzate dai nostri animali sia a fini strutturali  (per costruire parti del loro organismo) che energetici (per produrre energia utile per i propri fabbisogni). 

Tuttavia i nostri carnivori domestici non sono in grado di sfruttare tutte le proteine a scopi energetici, ma possono farlo solo con quelle di origine animale. Per questo motivo, quando analizziamo l’etichetta di un mangime commerciale o la formula di una dieta casalinga, dovremmo prestare attenzione non solo alla percentuale totale di proteine (che è data dalla somma di proteine animali e vegetali) ma anche e soprattutto alla quantità di proteine animali, che dovrebbe sempre prevalere in modo importante su quelle di origine vegetale.

Proteine e funzioni biologiche

Le proteine, come già accennato, non vengono sfruttate solo a scopi energetici, ma hanno anche tutta una serie di funzioni strutturali e biologiche a cui spesso non pensiamo e su cui, invece, vale la pena riflettere.

Sono fatti di proteine tutti i muscoli, cuore compreso. Actina e miosina, infatti, assieme al collagene e all’elastina, sono le principali proteine con funzione strutturale. 

Ci sono poi proteine con funzioni di trasporto (come l’indispensabile emoglobina, che serve per trasportare l’ossigeno in tutto l’organismo), di difesa (tutti gli anticorpi, che ci proteggono dalle infezioni, sono proteine), di regolazione (gli ormoni sono molecole proteiche) e anche di riserva (come la caseina).

Le proteine sono quindi essenziali al corretto funzionamento di ogni organo e apparato e al mantenimento della connessione tra i sistemi, tanto cara alla PNEI. (ne parliamo qui).

Sono utili le diete a ridotto tenore proteico?

Da quanto detto fin qui, va da sé che ridurre le proteine nella dieta dei nostri carnivori domestici non è (quasi) mai una buona idea.

Cosa accade, infatti, se non forniamo una quantità sufficiente di proteine con la dieta? Accade che l’organismo, per preservare la sintesi delle proteine fondamentali per la sua sopravvivenza, non ricevendo una sufficiente quantità di aminoacidi attraverso la dieta, comincerà ad attingere alle riserve organiche, principalmente i muscoli (la c.d. “massa magra”) con conseguente instaurarsi di uno stato di deplezione muscolare detto “sarcopenia”, molto difficile, se non impossibile, da recuperare.

La sarcopenia si instaura spesso in soggetti anziani o con patologie oncologiche, renali e cardiache in fase avanzata. Ecco perché, anche in questi soggetti, la riduzione proteica nella dieta spesso non solo non è utile, ma può diventare addirittura controproducente, in quanto contribuisce ad un peggioramento della loro condizione, non solo per i motivi appena elencati, ma anche perché una dieta con poche proteine sarà una dieta molto poco appetibile per i nostri animali carnivori, spesso già disappetenti a causa della loro patologia. 

Anche in quella piccola percentuale di condizioni patologiche in cui, invece, una restrizione proteica si renda necessaria, come l’ insufficienza renale in fase avanzata (ne parliamo qui) o gli shunt epatici, l’entità di questa restrizione, così come la qualità delle proteine da utilizzare nella dieta, dovrebbero essere sempre ponderate e ragionate sul singolo caso e sul singolo soggetto. Sempre meglio se con il supporto di un Medico Veterinario esperto in Nutrizione.

Articolo della Dott.ssa Marta Batti, DMV

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