Cane mangia e non ingrassa: quando preoccuparsi davvero?
Se il tuo cane mangia con appetito ma non ingrassa, è normale farsi qualche domanda. In molti casi non è un segnale da ignorare: può essere semplicemente una questione di alimentazione, ma a volte può nascondere qualcosa di più complesso.
La prima cosa da capire è perché il cane non prende peso. Le possibilità principali sono due: da un lato potrebbe avere un metabolismo molto attivo e quindi consumare più energia di quella che introduce; dall’altro potrebbe esserci un problema di digestione o assorbimento dei nutrienti. Nel primo caso spesso basta aumentare la quantità di cibo, nel secondo invece è necessario approfondire.
Attenzione soprattutto se, oltre a non ingrassare, il cane perde peso o massa muscolare: in quel caso è importante intervenire rapidamente.
Quando è normale che il cane non ingrassi?
Non sempre il mancato aumento di peso è un problema. Se il cane è in peso forma, attivo e in salute, potrebbe semplicemente essere una sua caratteristica.
Un esempio tipico è quello dei cani molto sportivi: anche mangiando tanto, restano asciutti. È una situazione simile a quella di una persona molto allenata. Inoltre, un cane con più massa muscolare consuma più energia rispetto a uno con più grasso, anche a parità di peso.
Ci sono anche razze naturalmente più “magre”, con un metabolismo più elevato. In questi casi può essere utile fornire una quantità leggermente superiore di alimento rispetto alle indicazioni standard.
Cane che mangia ma dimagrisce: le possibili cause

Quando il cane dovrebbe ingrassare ma non ci riesce, oppure dimagrisce nonostante mangi, è importante considerare alcune cause mediche.
1. Metabolismo elevato
Alcuni cani consumano più energia del normale, anche senza fare attività intensa. Questo può dipendere da genetica o struttura corporea.
2. Diabete mellito
Una condizione meno frequente ma insidiosa. Il cane mangia, ma non riesce a utilizzare correttamente gli zuccheri e li elimina con le urine. Spesso si nota anche che beve e urina di più.
3. Parassiti intestinali
Le infestazioni più gravi possono sottrarre nutrienti importanti, impedendo al cane di prendere peso.
4. Insufficienza pancreatica esocrina
In questo caso il problema è la digestione: il pancreas non produce abbastanza enzimi e il cibo non viene assimilato. Aumentare le quantità non serve, perché il cane non riesce a utilizzarlo.
5. Enteropatie croniche (IBD)
Le infiammazioni intestinali croniche compromettono l’assorbimento dei nutrienti. Spesso sono presenti anche feci molli o diarrea.
6. Linfoma intestinale
Una patologia più seria che può causare dimagrimento per malassorbimento.
7. Neoplasie
Alcuni tumori alterano il metabolismo e “consumano” le risorse del cane, portando a una condizione chiamata cachessia.
8. Insufficienza epatica o cardiaca
Nelle forme più avanzate, queste condizioni possono aumentare il dispendio energetico, facendo dimagrire il cane anche se mangia normalmente.
Cosa fare se il cane non ingrassa?
Davanti a un cane che mangia ma non ingrassa, la cosa più importante è osservare bene i segnali. Alcune domande utili:
- Beve più del solito?
- Ha vomito o diarrea?
- Le feci sono normali?
- Il pelo è lucido o spento?
- È attivo come sempre?
Queste informazioni sono fondamentali per il medico veterinario.
Se il cane non ha altri sintomi, il primo passo può essere verificare che la quantità di cibo sia adeguata e, eventualmente, aumentarla leggermente.
Se invece sono presenti altri segnali, è meglio non improvvisare: aumentare il cibo senza una diagnosi potrebbe non servire, o addirittura peggiorare la situazione. In questi casi è consigliato fare gli accertamenti necessari per capire la causa.
In sintesi
Un cane che mangia e non ingrassa non va ignorato. A volte è solo una questione di fabbisogno energetico, ma altre volte può essere il segnale di un problema più serio.
La regola è semplice:
👉 se è in forma e sta bene, probabilmente è normale
👉 se perde peso o ha altri sintomi, serve un controllo
Osservazione e tempestività fanno davvero la differenza per la salute del cane.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane e carote: si può fare?
La risposta breve è sì: il cane può mangiare le carote e, anzi, in molti casi possono essere un’aggiunta interessante alla dieta. Però, come spesso accade quando si parla di alimentazione, è importante capire quando, come e in che quantità proporle, per evitare errori e sfruttarne davvero i benefici.
Perché le carote fanno bene al cane
Le carote sono una radice ricca di nutrienti utili anche per il cane. Contengono minerali come ferro, calcio, magnesio e zinco, che contribuiscono al buon funzionamento dell’organismo, in particolare del sistema immunitario.
Uno degli elementi più interessanti è il beta-carotene, responsabile del colore arancione. Si tratta di una pro-vitamina A, cioè una sostanza che il cane è in grado di trasformare in vitamina A attiva. Questo processo, a differenza di quanto accade nel gatto, è possibile, anche se può variare da individuo a individuo.
In più, le carote apportano fibre utili per l’intestino: aiutano a nutrire il microbiota e possono contribuire a regolarizzare il transito intestinale. Non è un caso che vengano spesso utilizzate anche in ambito nutrizionale per supportare cani con intestino sensibile.
Infine, contengono antiossidanti come i flavonoidi, che supportano il sistema immunitario e sono stati studiati anche per il loro ruolo nella prevenzione di alcune patologie.
Carote e intestino: un aiuto concreto

Uno degli utilizzi più interessanti delle carote riguarda il supporto in caso di disturbi intestinali. Se preparate nel modo corretto, possono avere un effetto lenitivo e regolatore sull’intestino, risultando utili in caso di diarrea occasionale.
Questo avviene grazie alla combinazione di fibre e alla loro particolare lavorazione, che le rende più facilmente utilizzabili dal microbiota intestinale. Non sostituiscono una terapia, ma possono essere un valido supporto in situazioni lievi.
Ci sono rischi nel dare le carote al cane?
In generale, le carote sono sicure per il cane, ma questo non significa che si possano dare senza criterio.
Il primo punto è la quantità: il cane resta un animale con una dieta a prevalenza animale, quindi le carote devono rappresentare una piccola parte della razione. Dosi eccessive possono creare squilibri o problemi intestinali.
Un altro aspetto riguarda la forma in cui vengono date. Le carote crude, soprattutto intere, possono risultare difficili da digerire completamente. In alcuni casi possono irritare l’intestino, soprattutto se il cane tende a ingerire pezzi grandi senza masticare bene.
Un falso mito da sfatare: le carote non sono vietate nei cani con diabete. Nonostante nell’uomo abbiano un certo indice glicemico, nel cane non ci sono evidenze che creino problemi se inserite correttamente nella dieta.
Come dare le carote al cane nel modo giusto
Il modo migliore per proporre le carote è cuocerle e frullarle. Questa preparazione permette di:
- rendere i nutrienti più disponibili
- migliorare la digeribilità
- favorire l’utilizzo delle fibre da parte del microbiota
Puoi cuocerle in poca acqua, con coperchio, fino a renderle morbide, e poi frullarle fino a ottenere una consistenza simile a una vellutata. Questo passaggio è fondamentale: schiacciarle semplicemente con la forchetta non ha lo stesso effetto.
La crema di carote può essere somministrata subito oppure conservata. È particolarmente utile anche nei periodi in cui il cane ha un intestino più sensibile.
Le carote crude possono comunque essere date, ma meglio grattugiate o frullate, così da ridurre il rischio di irritazione intestinale.
Conclusione
Le carote possono essere un’ottima aggiunta alla dieta del cane: nutrienti, digeribili e versatili. La chiave, come sempre, è usarle con buon senso: nelle giuste quantità e soprattutto preparate nel modo corretto.
Se vuoi inserirle in modo stabile nella dieta, soprattutto in caso di patologie o esigenze particolari, è sempre consigliabile confrontarsi con un veterinario esperto in nutrizione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto e olio di fegato di merluzzo: sì o no?
L’olio di fegato di merluzzo è uno di quegli integratori che molti conoscono, spesso associato a benefici “generici” come pelo lucido o sistema immunitario più forte. Ma quando si parla di gatto, la domanda è sempre la stessa: ha davvero senso usarlo?
La risposta non è così semplice come un sì o un no. Dipende da quando, come e soprattutto perché viene utilizzato.
Cos’è davvero l’olio di fegato di merluzzo
Come suggerisce il nome, si tratta di un olio estratto dal fegato di pesci del genere Gadus. È un prodotto ricco di nutrienti, in particolare:
- Acidi grassi Omega-3
- Vitamine liposolubili (A, D ed E)
- Alcuni microelementi, come lo iodio
In passato era molto utilizzato, soprattutto per prevenire problemi legati alla carenza di vitamina D. Oggi è tornato di moda anche nell’alimentazione del gatto, ma questo non significa automaticamente che sia sempre utile.
Quando potrebbe avere senso usarlo

L’olio di fegato di merluzzo può avere un ruolo solo in situazioni specifiche. Ad esempio, in caso di carenze nutrizionali, soprattutto di vitamina A o vitamina D.
Questo può succedere quando:
- Il gatto segue una dieta casalinga non bilanciata
- Vengono proposte diete troppo restrittive o sbilanciate
In questi casi, l’integrazione può essere presa in considerazione. Ma attenzione: non è mai una scelta da fare in autonomia.
I benefici sono davvero così evidenti?
Spesso si legge che questo olio migliora il pelo, la vista o il sistema immunitario. In parte è vero, perché contiene nutrienti utili.
Il problema è che, nella maggior parte dei casi, un gatto che segue già una dieta completa non ha bisogno di integrazioni. E aggiungere qualcosa “in più” non significa automaticamente fare meglio.
I rischi da non sottovalutare
Qui arriva il punto più importante. L’olio di fegato di merluzzo è molto ricco di vitamine A e D. Questo significa che è facile eccedere.
👉 Il rischio principale è l’ipervitaminosi, cioè un eccesso di vitamine che può avere effetti negativi anche importanti sulla salute del gatto.
Inoltre:
- Le quantità di vitamine possono variare molto da prodotto a prodotto
- È difficile dosarlo correttamente
- Può contenere contaminanti come metalli pesanti, soprattutto se non è altamente purificato
Rispetto ad altri integratori, è quindi meno “controllabile”.
Possibili effetti collaterali
Se somministrato in eccesso o per periodi prolungati, l’olio di fegato di merluzzo può causare diversi disturbi:
- Problemi digestivi (reflusso, eruttazioni, alito cattivo)
- Feci molli
- Difficoltà digestive in generale
Questi effetti sono abbastanza comuni, soprattutto quando il prodotto non è ben conservato o tende a irrancidire.
Quando è meglio evitarlo
Ci sono situazioni in cui è meglio non utilizzarlo:
- Se il gatto segue già una dieta bilanciata e completa
- In presenza di problemi di coagulazione
- Se il gatto assume farmaci specifici
In questi casi, il rischio di creare squilibri è più alto dei possibili benefici.
Esistono alternative migliori?
Se l’obiettivo è integrare gli Omega-3, esistono soluzioni più sicure e controllabili, come gli oli di pesce purificati.
Questi prodotti contengono principalmente acidi grassi Omega-3, senza l’eccesso di vitamine liposolubili tipico dell’olio di fegato di merluzzo. Questo li rende più gestibili e, nella maggior parte dei casi, più adatti.
In conclusione
L’olio di fegato di merluzzo non è un integratore da usare “a cuor leggero” nel gatto. Può avere un senso in situazioni specifiche, ma non è indicato per un uso quotidiano o generalizzato.
Se il gatto segue già un’alimentazione completa, aggiungerlo può fare più danni che benefici.
Come sempre, il punto chiave è uno:
👉 non integrare a caso, ma valutare ogni scelta insieme al medico veterinario.
Perché anche quando si parla di integratori, l’equilibrio fa davvero la differenza.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Al cane non piacciono le crocchette: come capirlo davvero?
Non tutti i cani mangiano le crocchette con entusiasmo. Alcuni le divorano in pochi secondi, altri invece le guardano, le annusano… e se ne vanno. A quel punto nasce il dubbio: al cane non piacciono le crocchette oppure c’è qualcosa che non va?
Capire la differenza è fondamentale. Perché sì, anche il cane può avere gusti alimentari, ma il rifiuto del cibo può essere anche un segnale di malessere.
Anche il cane ha i suoi gusti
Può sembrare strano, ma è così: il cane può avere preferenze alimentari ben definite. Non tutti i cibi piacciono allo stesso modo e alcune crocchette possono risultare poco appetibili per quel singolo cane.
Questo non significa che smetterà sempre di mangiarle. Spesso il cane, spinto dalla fame, finirà comunque il pasto. Ma il modo in cui si comporta davanti alla ciotola può dirti molto.
I segnali che le crocchette non piacciono

Quando al cane non piace quello che ha nella ciotola, i segnali possono essere diversi e abbastanza chiari:
- Mangia controvoglia o molto lentamente
- Inizia il pasto ma non lo termina
- Rimane davanti alla ciotola senza entusiasmo
- Salta un pasto, ma poi mangia quello successivo
- Cerca altro cibo, ad esempio chiedendo dalla tavola
In alcuni casi, il cane può anche mettere in atto comportamenti particolari come rovesciare la ciotola o cercare di coprire il cibo con il muso o con le zampe, quasi a volerlo “nascondere”.
Non è sempre solo una questione di gusto
Attenzione però: non bisogna fermarsi alla prima impressione. Se il cane rifiuta le crocchette, non è detto che sia solo perché non gli piacciono.
Dietro questo comportamento possono esserci altre cause:
- Nausea o disturbi gastrointestinali
- Dolore
- Stress o disagio emotivo
- Cambiamenti nella routine
Il cane comunica anche attraverso il cibo, quindi è importante osservare il contesto generale e non solo quello che succede nella ciotola.
Quando preoccuparsi davvero
Ci sono situazioni in cui il rifiuto del cibo richiede attenzione immediata. In particolare, è importante non sottovalutare se:
- Il cane salta più pasti consecutivi
- Sono presenti sintomi come vomito, diarrea o nausea
- Noti perdita di peso, anche lieve
- Il cane è apatico, meno attivo del solito
- Ci sono altri segnali come aumento della sete o debolezza
In questi casi, il consiglio è chiaro: contatta il medico veterinario. Meglio fare un controllo in più che ignorare un possibile problema.
Il cane è “viziato”? Meglio cambiare prospettiva
Spesso si sente dire che il cane “fa i capricci” o è “viziato”. In realtà, questa interpretazione rischia di semplificare troppo la situazione.
Il cane non ragiona in termini di capriccio. Se rifiuta il cibo, sta esprimendo qualcosa:
👉 un gusto personale
👉 un disagio fisico
👉 una difficoltà emotiva
Il punto non è giudicare, ma capire il motivo reale.
Come rendere le crocchette più appetibili
Se hai escluso problemi medici e il cane è in salute, puoi provare a rendere le crocchette più invitanti.
Alcune strategie utili:
- Cambiare gusto o marca
- Aggiungere una piccola quantità di cibo umido completo
- Usare insaporitori naturali come parmigiano o grana (con moderazione)
- Integrare con polveri di carne o pesce essiccati
- Aggiungere piccole quantità di yogurt o ricotta, valutando la tolleranza
Attenzione però alle quantità: ogni aggiunta modifica l’equilibrio nutrizionale e calorico della dieta.
In conclusione
Se al cane non piacciono le crocchette, i segnali ci sono e spesso sono abbastanza evidenti. Ma non bisogna fermarsi alla superficie.
Osservare il comportamento, valutare eventuali altri sintomi e, quando serve, chiedere supporto al medico veterinario è il modo migliore per capire cosa sta succedendo davvero.
Perché dietro una ciotola piena lasciata a metà, c’è sempre un motivo.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il gatto rovescia i croccantini: da cosa dipende?
Se vivi con un gatto, è molto probabile che ti sia già capitato: metti i croccantini nella ciotola e poco dopo li trovi sparsi sul pavimento. E magari il gatto, dopo averli buttati fuori, li mangia tranquillamente da terra. Un comportamento curioso, a volte frustrante, ma che in realtà ha sempre un motivo.
Capire perché il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola è importante, perché spesso non si tratta di un semplice “capriccio”, ma di un segnale da non ignorare.
Gioco, noia e comportamento predatorio
Il gatto è un predatore. Anche quando vive in casa, mantiene un forte istinto di caccia. I croccantini, piccoli e leggeri, possono facilmente trasformarsi in “prede” da inseguire.
In molti casi, quindi, buttare il cibo fuori dalla ciotola è semplicemente un modo per attivare un comportamento di gioco e predazione. Questo succede soprattutto quando il gatto si annoia o ha poche occasioni di stimolo durante la giornata.
La noia, però, non va sottovalutata. Se si protrae nel tempo, può trasformarsi in una forma di disagio più profondo, portando il gatto a sviluppare comportamenti ripetitivi o poco funzionali.
Ansia e cambiamenti nell’ambiente

Un altro motivo possibile è l’ansia. Il gatto è molto sensibile ai cambiamenti: un trasloco, una nuova persona in casa o anche modifiche nella routine quotidiana possono influenzare il suo comportamento.
In questi casi, buttare il cibo fuori dalla ciotola può diventare un modo per scaricare tensione o gestire uno stato emotivo alterato. Spesso questo comportamento nasce come gioco, ma con il tempo può essere associato a uno stato di agitazione.
Nausea o problemi medici
Non bisogna escludere una causa fisica. Se il gatto associa un alimento a una sensazione di malessere, può cercare di allontanarlo. Questo può tradursi proprio nel gesto di buttare i croccantini fuori dalla ciotola.
Quando dietro c’è nausea o un problema medico, possono comparire anche altri segnali come vomito, diarrea, stipsi o cambiamenti nell’appetito. Tuttavia, non sempre questi sintomi sono evidenti.
Per questo motivo, se il comportamento è frequente o improvviso, è importante confrontarsi con il medico veterinario per escludere eventuali problemi di salute.
Fatica delle vibrisse: un dettaglio spesso sottovalutato
Le vibrisse del gatto sono estremamente sensibili. Quando il gatto mangia da una ciotola troppo stretta o profonda, le vibrisse toccano continuamente i bordi, creando una sensazione fastidiosa.
Questa condizione, chiamata stress delle vibrisse, può spingere il gatto a tirare fuori il cibo per mangiarlo in una posizione più confortevole. Se il gatto butta i croccantini a terra e poi li mangia senza problemi, questa è una delle prime cause da considerare.
Semplicemente non gli piace quel cibo
I gatti possono essere molto selettivi. A volte il problema è più semplice del previsto: il gatto non gradisce quel determinato alimento.
In questo caso, buttare il cibo fuori dalla ciotola può essere un modo per rifiutarlo. Non c’è necessariamente nausea o malessere, ma solo una preferenza alimentare ben precisa.
Cosa fare se il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola
La prima cosa da fare è osservare il contesto. Questo comportamento è sporadico o frequente? Ci sono altri segnali associati?
Alcuni accorgimenti utili possono essere:
- Cambiare la ciotola, scegliendone una più larga e bassa
- Aumentare gli stimoli ambientali, con giochi e attività
- Valutare la qualità e l’appetibilità del cibo
Se però il comportamento persiste, è importante non fermarsi ai tentativi “fai da te”. Le cause possono essere diverse e non sempre facili da distinguere.
Il supporto di un medico veterinario, meglio se esperto in comportamento, è fondamentale per capire se si tratta di un problema emotivo, medico o nutrizionale e intervenire nel modo corretto.
In conclusione
Quando il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola, sta comunicando qualcosa. Può essere noia, stress, fastidio fisico o semplicemente una preferenza alimentare.
Osservare, fare piccoli cambiamenti e, se necessario, chiedere aiuto sono i passi giusti per comprendere davvero questo comportamento e migliorare il benessere del gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane mangia aglio: cosa succede davvero?
L’aglio è un ingrediente molto presente nella cucina umana e spesso viene citato anche nei rimedi tradizionali per la salute. Non è raro, infatti, sentire dire che potrebbe essere utile contro i parassiti intestinali. Quando però si parla di alimentazione del cane, la situazione cambia. Se il cane mangia aglio, in alte dosi, è importante sapere che possono esserci rischi reali per la sua salute.
Aglio e famiglia delle Allium
L’aglio appartiene al genere Allium, lo stesso gruppo botanico di cipolla, scalogno e altri bulbi noti per la loro tossicità nei confronti di cane e gatto. Nell’alimentazione umana l’aglio viene utilizzato da secoli sia come alimento sia come rimedio naturale grazie alla presenza di numerosi composti bioattivi. Alcune ricerche hanno dimostrato che queste sostanze possiedono attività antibatteriche e altre proprietà interessanti, osservate soprattutto in laboratorio.
Tuttavia, ciò che può avere effetti positivi in vitro non è necessariamente sicuro per il cane o per il gatto. L’organismo di questi animali, infatti, gestisce in modo diverso alcune sostanze presenti nell’aglio, che possono risultare difficili da neutralizzare.
Perché l’aglio è pericoloso per il cane

Il problema principale dell’aglio è la presenza di composti solforati con forte attività ossidante. Tra questi, uno dei più rilevanti è il N-propyl-disulfide. Queste molecole possono danneggiare i globuli rossi del cane, provocando la loro distruzione, un processo chiamato emolisi.
I globuli rossi del cane sono più sensibili allo stress ossidativo rispetto a quelli umani. Questo significa che il cane è meno efficace nel proteggere queste cellule dai danni provocati da determinate sostanze chimiche. Quando l’emolisi diventa importante, può comparire un’anemia anche grave.
I sintomi non arrivano subito
Uno degli aspetti più insidiosi dell’intossicazione da aglio è che i sintomi non compaiono immediatamente. Nella maggior parte dei casi iniziano 3–4 giorni dopo l’ingestione, ma talvolta possono manifestarsi anche una settimana o più tardi.
Quando i segni clinici diventano visibili, il danno ai globuli rossi è spesso già in corso. Tra i sintomi più comuni si possono osservare:
- apatia e abbattimento
- perdita di appetito
- debolezza
- respiro accelerato
- vomito o diarrea
In alcuni casi possono comparire segnali più evidenti come ingiallimento della sclera (la parte bianca dell’occhio) oppure urine molto scure, simili al colore della cola.
Qual è la quantità tossica?
Stabilire una dose precisa non è semplice. Le informazioni disponibili suggeriscono che quantità superiori a 5 grammi di aglio per kg di peso corporeo possano rappresentare un rischio significativo, ma la sensibilità può variare da cane a cane.
Alcune razze, come Akita e Shiba Inu, sembrano essere più sensibili a questo tipo di tossicità. Anche i cani anziani possono reagire in modo più marcato rispetto ai soggetti giovani.
Cosa fare se il cane ha mangiato aglio
Se vi accorgete che il cane ha ingerito aglio, la cosa più importante è contattare subito il medico veterinario e fornire tutte le informazioni utili per valutare il rischio. In particolare:
- quando è stato ingerito l’aglio
- se era crudo o cotto (crudo è generalmente più tossico)
- la quantità approssimativa ingerita
- peso, età e razza del cane
Se l’ingestione è recente, il veterinario potrebbe decidere di indurre il vomito o eseguire una lavanda gastrica per ridurre l’assorbimento delle sostanze tossiche. Quando invece i sintomi sono già presenti, non esiste un antidoto specifico e può essere necessario un trattamento intensivo di supporto.
Meglio prevenire
L’idea di utilizzare l’aglio come rimedio naturale per il cane deriva da tradizioni molto diffuse, ma oggi sappiamo che i rischi possono superare i possibili benefici.
In caso di dubbio, la regola è semplice: se il cane mangia aglio ad alte dosi rispetto alla taglia, non aspettare la comparsa dei sintomi. Contattare il veterinario il prima possibile può fare una grande differenza nella gestione della situazione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane ha sempre fame: perché succede?
Quante volte ti è capitato di incrociare lo sguardo del tuo cane mentre mangi e avere la sensazione che non sia mai sazio? Oppure di vederlo finire la sua razione in pochi secondi e cercarne subito ancora? La domanda è più che legittima: perché il cane sembra avere sempre fame?
La risposta non è unica. Il senso di sazietà nel cane dipende da diversi fattori, sia fisici che metabolici, e in alcuni casi anche genetici o patologici. Capire cosa c’è dietro questo comportamento è fondamentale per evitare errori che, nel tempo, possono compromettere la salute del cane.
Come funziona il senso di sazietà nel cane

Il senso di sazietà nasce da un insieme di segnali. Da una parte c’è la distensione dello stomaco, quindi un meccanismo “meccanico”: quando lo stomaco si riempie, invia segnali al cervello. Dall’altra entrano in gioco stimoli “chimici”, legati alla composizione del pasto.
In particolare, proteine di origine animale e grassi contribuiscono in modo significativo alla sensazione di pienezza. Non tutti i pasti, quindi, hanno lo stesso potere saziante. Un alimento poco bilanciato o povero di nutrienti chiave può lasciare il cane con una fame persistente anche dopo aver mangiato.
Genetica e predisposizione: alcuni cani hanno più fame di altri
Non tutti i cani hanno lo stesso rapporto con il cibo. Alcune razze mostrano una predisposizione genetica a una maggiore motivazione alimentare. È il caso del Labrador Retriever, in cui è stata identificata una mutazione (POMC) associata a una ridotta percezione della sazietà e a una maggiore tendenza all’aumento di peso.
Questo significa che in alcuni soggetti la fame non è solo “ingordigia”, ma una reale difficoltà nel percepire quando è il momento di smettere di mangiare.
Sterilizzazione, metabolismo e aumento dell’appetito
Un altro fattore molto importante è la sterilizzazione. Dopo la sterilizzazione o la castrazione, il metabolismo del cane tende a rallentare a causa della diminuzione degli ormoni sessuali. Questo comporta un minor dispendio energetico.
Il risultato? Il cane può avere più fame pur avendo bisogno di meno calorie. È una combinazione che, se non gestita correttamente, porta facilmente all’aumento di peso. Nelle femmine il calo metabolico è spesso ancora più evidente.
Quando la fame è un segnale di una patologia
In alcuni casi la fame eccessiva può essere il campanello d’allarme di un problema medico. Tra le condizioni più comuni troviamo:
- Ipotiroidismo
- Sindrome di Cushing
- Diabete mellito
Queste patologie possono determinare un aumento dell’appetito, talvolta senza sintomi eclatanti nelle fasi iniziali. Se il cane mangia molto ma perde peso, oppure mostra altri cambiamenti (più sete, più urina, apatia), è fondamentale rivolgersi al medico veterinario.
Cosa succede se il cane mangia troppo
Un eccesso occasionale può causare disturbi digestivi, dolore addominale o eccessiva dilatazione gastrica. Ma il vero problema è l’eccesso cronico.
Se il cane assume più calorie di quelle che consuma, ingrassa. E l’obesità nel cane non è un dettaglio estetico: è una malattia a tutti gli effetti. Un cane obeso ha un rischio maggiore di sviluppare patologie articolari, metaboliche e cardiovascolari e, secondo diversi studi, vive meno rispetto a un cane normopeso.
Cosa fare se il cane ha sempre fame
Prima di tutto, serve un dato oggettivo: il peso.
Pesa il cane al mattino, a digiuno, prima della passeggiata, usando sempre la stessa bilancia. Ripeti la pesata dopo 15 giorni nelle stesse condizioni.
- Se il cane perde peso, la fame potrebbe essere giustificata e va approfondita con il veterinario.
- Se mantiene o aumenta il peso, è necessario intervenire prima che il problema diventi più complesso.
Una volta escluse cause patologiche, occorre valutare:
- La qualità e composizione del pasto
- L’apporto di proteine di origine animale
- L’equilibrio calorico complessivo
- Il livello di attività fisica
Aumentare semplicemente le verdure per “riempire” lo stomaco raramente è una soluzione efficace. Il cane non si lascia facilmente ingannare dal solo volume del pasto.
Infine, non dimenticare l’aspetto comportamentale. In alcuni casi, la richiesta continua di cibo può essere legata a noia o scarsa stimolazione mentale. Lavorare con un educatore può aiutare a canalizzare l’interesse del cane verso attività alternative.
In conclusione
Se il cane ha sempre fame, non è solo una questione di golosità. Può dipendere da genetica, metabolismo, composizione della dieta, sterilizzazione o, in alcuni casi, da una patologia.
La cosa più importante è non ignorare il segnale. Monitorare il peso, valutare l’alimentazione e chiedere consiglio al veterinario sono i primi passi per garantire al cane una vita lunga e in salute.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cani e pappa: i nostri amici sentono l’ora della pappa?
Chi vive con un cane lo sa: quando si avvicina il momento del pasto, il cane sembra trasformarsi in un orologio svizzero. Ti guarda, si avvicina alla cucina, magari si siede davanti alla ciotola con aria eloquente. Ma davvero il cane “sente” che è ora di mangiare? Oppure si tratta solo di abitudine?
La risposta è più interessante di quanto si possa pensare, e coinvolge biologia, ormoni e routine quotidiane.
Il cane ha un orologio interno?
Sì, il cane percepisce il passare del tempo. Non guarda l’orologio, ovviamente, ma possiede un sistema biologico che regola i ritmi della giornata. Come tutti gli esseri viventi, il cane è influenzato dall’alternanza luce/buio, dal caldo e dal freddo, ma anche da un vero e proprio “orologio interno” cellulare.
Al mattino, ad esempio, nel corpo del cane aumentano naturalmente alcuni ormoni come il cortisolo, che preparano l’organismo al risveglio. Anche se fuori è ancora buio, il metabolismo si sta già attivando. A questo si aggiungono segnali ambientali: la sveglia che suona, i rumori in casa, i movimenti delle persone. Tutti elementi che il cane registra con precisione.
Studi sul comportamento hanno dimostrato che il cane è in grado di percepire la durata dell’assenza del proprietario, mostrando reazioni diverse a seconda del tempo trascorso. Alcune ricerche suggeriscono persino che il cane possa distinguere intervalli temporali specifici, ripetendo un comportamento dopo un certo numero di secondi. Non è magia: è capacità cognitiva.
Routine e segnali ambientali: il ruolo delle abitudini

Quando parliamo di “ora della pappa”, la routine gioca un ruolo fondamentale. Il cane associa una serie di eventi all’arrivo del cibo. Ti alzi dal letto, prepari la colazione, prendi la sua ciotola, apri un mobile specifico: ogni gesto diventa un segnale predittivo.
Anche il ritmo della luce influisce. Molti proprietari notano che in inverno il cane sembra chiedere la pappa della sera prima del solito. In realtà non è “in anticipo”: sta reagendo all’imbrunire, che per il suo organismo è un indicatore naturale di fine giornata.
Il cane, quindi, integra informazioni ambientali, abitudini familiari e variazioni della luce per prevedere l’arrivo del pasto.
Fame vera e segnali metabolici
Ma non è solo questione di rituali. C’è anche un meccanismo fisiologico molto preciso.
Dopo aver mangiato, i livelli di zuccheri e grassi nel sangue aumentano. Con il passare delle ore, questi valori diminuiscono progressivamente. Quando scendono sotto una certa soglia, l’organismo del cane attiva i segnali della fame.
Se il cane mangia due volte al giorno, il suo corpo impara a “sincronizzarsi” con quegli orari. L’apparato digerente si prepara in anticipo, iniziando a produrre succhi gastrici poco prima dell’ora abituale del pasto. È un adattamento molto efficiente.
Questo spiega anche un fenomeno che alcuni proprietari conoscono bene: il vomito a digiuno. Se il cane è abituato a mangiare sempre alla stessa ora e improvvisamente il pasto viene ritardato (pensiamo alla domenica mattina), può accadere che lo stomaco produca acido in anticipo rispetto all’arrivo del cibo. Il risultato può essere il classico rigurgito di liquido giallastro a stomaco vuoto.
Cosa significa per chi vive con un cane (o un gatto)?
Capire che il cane percepisce il tempo e anticipa il pasto grazie a meccanismi biologici aiuta a gestire meglio la sua alimentazione. Una routine stabile è rassicurante. Allo stesso tempo, una leggera flessibilità può essere utile per evitare che l’organismo diventi troppo “rigido” sugli orari.
Anche il gatto possiede ritmi interni ben definiti, ma il cane tende a essere particolarmente sensibile ai rituali familiari e ai segnali sociali.
In conclusione, sì: il cane sente l’ora della pappa. Non perché conosca i numeri dell’orologio, ma perché il suo corpo, il suo cervello e l’ambiente intorno a lui lavorano insieme per prevedere un evento importante e positivo della giornata. E quando arriva quel momento, lo sa con sorprendente precisione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Vitamine e cani: vanno dosate con cura
Quando si parla di alimentazione del cane, le vitamine vengono spesso percepite come qualcosa che “fa sempre bene”. In realtà non è proprio così. Le vitamine sono sostanze essenziali per la vita, ma devono essere presenti nelle giuste quantità: né troppo poche, né troppe. Sia la carenza sia l’eccesso possono avere conseguenze sulla salute del cane. Vediamo quindi perché sono importanti e perché è fondamentale dosarle con attenzione.
Macronutrienti e micronutrienti: dove si collocano le vitamine
Il cane, come ogni essere vivente, ha bisogno di nutrienti per sopravvivere. Alcuni servono in grandi quantità, come proteine, grassi e fibre: sono i cosiddetti macronutrienti. Altri, invece, sono necessari in quantità molto più piccole ma non per questo meno importanti. Tra questi troviamo le vitamine.
Il termine “vitamina” significa letteralmente “ammina della vita”, un nome nato agli inizi del Novecento quando queste sostanze furono identificate per la prima volta. Una vitamina si definisce essenziale quando il cane non è in grado di produrla autonomamente in quantità sufficiente e deve quindi assumerla attraverso l’alimentazione. Se manca, si sviluppa una carenza nutrizionale; se è in eccesso, si può andare incontro a ipervitaminosi, che in alcuni casi può essere anche grave.
Quali vitamine servono al cane e cosa fanno

Le vitamine sono tredici e si dividono in due grandi gruppi: liposolubili e idrosolubili.
Quelle liposolubili (A, D, E, K) si sciolgono nei grassi e tendono ad accumularsi nell’organismo.
- La vitamina A è fondamentale per mucose, cute, accrescimento e salute dei tessuti.
- La vitamina D regola il metabolismo di calcio e fosforo ed è essenziale per ossa e sistema immunitario. Nel cane non viene attivata dalla luce solare come nell’uomo, quindi deve essere assunta già nella forma attiva (D3).
- La vitamina E ha una potente azione antiossidante e supporta diversi organi, inclusi fegato e cute.
- La vitamina K è coinvolta nella coagulazione ed è in parte prodotta dalla flora intestinale.
Le vitamine idrosolubili comprendono il complesso B e la vitamina C. Le vitamine del gruppo B partecipano a moltissime reazioni metaboliche, fungendo da cofattori nella produzione e trasformazione di sostanze energetiche. La vitamina C, pur non essendo essenziale per il cane, svolge un ruolo antiossidante e di sostegno al sistema immunitario.
Un aspetto importante: le vitamine idrosolubili in eccesso vengono generalmente eliminate con le urine. Le liposolubili, invece, possono accumularsi. Per questo motivo le più delicate da dosare sono soprattutto la vitamina A e la vitamina D.
Quando è necessario integrare le vitamine
Nella maggior parte dei casi non è necessario aggiungere vitamine alla dieta del cane. Se il cane mangia un alimento commerciale completo e bilanciato, oppure segue una dieta fresca formulata da un professionista, l’apporto vitaminico è già adeguato.
L’integrazione può diventare utile in presenza di determinate patologie o condizioni cliniche specifiche. In questi casi è il medico veterinario a stabilire se, quali e in che quantità somministrare le vitamine, spesso basandosi su esami del sangue e controlli successivi. È corretto considerare le vitamine come veri e propri farmaci: vanno prescritte e monitorate.
L’uso fai-da-te di multivitaminici è sconsigliato, perché molti contengono vitamine liposolubili che, se somministrate senza controllo, possono risultare tossiche.
Carenza ed eccesso: quali rischi per il cane
I sintomi di una carenza vitaminica possono essere molto vari e talvolta poco specifici. Una carenza di vitamina B12, ad esempio, può inizialmente manifestarsi con debolezza o pelo opaco a causa di un ridotto assorbimento intestinale. Altre carenze possono dare segni neurologici o problemi cutanei.
Anche l’eccesso, soprattutto di vitamina A e vitamina D, può comportare danni importanti. Il problema è che oggi siamo meno abituati a riconoscere queste situazioni, perché la maggior parte dei cani segue diete più bilanciate rispetto al passato.
Per questo motivo è fondamentale comunicare sempre al medico veterinario quale alimento mangia il cane, in che quantità e se vengono aggiunti integratori di propria iniziativa.
In conclusione
Le vitamine sono indispensabili per la salute del cane, ma devono essere dosate con precisione. Non sono “sempre utili” a prescindere e non vanno aggiunte senza una reale necessità. Un’alimentazione equilibrata rappresenta nella maggior parte dei casi la migliore garanzia per fornire al cane tutto ciò di cui ha bisogno, senza rischi inutili.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane starnutisce dopo aver mangiato le crocchette: cosa significa e quando preoccuparsi
Può capitare di osservare il cane che, subito dopo aver finito la ciotola di crocchette, inizia a starnutire. A volte si tratta di uno starnuto isolato, altre volte di una serie più insistente. Questo comportamento può lasciare perplessi molti proprietari di cane e gatto, ma nella maggior parte dei casi ha spiegazioni piuttosto semplici. Vediamo insieme perché succede e quando è il caso di approfondire.
Polvere nelle crocchette: una causa molto comune
Uno dei motivi più frequenti per cui il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette è la presenza di polvere all’interno del sacco. Durante le fasi di produzione, trasporto e stoccaggio, le crocchette possono rompersi parzialmente. Questi frammenti, urtandosi tra loro, finiscono per ridursi in particelle sempre più piccole, fino a diventare vera e propria polvere.
Una volta arrivato a casa, il sacco resta fermo per giorni o settimane. Con il tempo, le particelle più leggere si depositano sul fondo, motivo per cui il problema tende a comparire più spesso quando il sacco sta per finire. Non è raro, infatti, che il cane mangi tranquillamente all’inizio e inizi a starnutire solo negli ultimi pasti.
Il passaggio del cibo tra bocca e vie respiratorie

Quando il cane mastica e deglutisce, il cibo passa dalla bocca al rinofaringe, una zona di passaggio che comunica sia con l’esofago sia con le vie aeree superiori. Se il cane aspira accidentalmente della polvere o piccoli frammenti di crocchette, queste particelle possono risalire verso il naso invece di scendere correttamente.
Il risultato è uno o più starnuti, che hanno lo scopo di liberare le narici. Questo meccanismo è simile a quello che può capitare anche alle persone quando mangiano troppo velocemente e “vanno di traverso”.
Mangiare troppo in fretta peggiora la situazione
Il cane che divora le crocchette senza masticare bene è più esposto a questo tipo di episodio. Quando mangia con voracità, coordina peggio respirazione e deglutizione, aumentando il rischio che polvere e frammenti finiscano nelle cavità nasali. In questi casi gli starnuti possono essere ripetuti e accompagnati da un evidente fastidio.
Attenzione alle razze brachicefale
Alcuni cani sono più predisposti di altri. Le razze brachicefale, che hanno un muso corto e vie respiratorie superiori più strette, possono starnutire più facilmente dopo aver mangiato crocchette. In questi soggetti, la conformazione anatomica rende più difficoltoso il corretto passaggio del cibo e dell’aria, favorendo non solo gli starnuti, ma anche episodi di rigurgito.
Possibili reazioni avverse al cibo
In alcuni casi, lo starnuto dopo il pasto non è legato solo alla polvere. Alcuni cani possono sviluppare reazioni avverse a specifici ingredienti. Senza entrare in definizioni troppo tecniche, è possibile che il cibo scateni una risposta locale del sistema immunitario, con irritazione delle mucose nasali e conseguenti starnuti.
Quando questa è la causa, spesso non si osservano solo starnuti, ma anche altri segnali, come disturbi gastrointestinali o malessere generale.
Cosa può fare il proprietario
La prima cosa da osservare è la frequenza del problema. Il cane starnutisce sempre o solo quando il sacco di crocchette è quasi vuoto? Cambiando alimento o passando temporaneamente al cibo umido, il sintomo scompare? Sono presenti altri disturbi oltre agli starnuti?
Raccogliere queste informazioni è fondamentale. Una volta fatto, è consigliabile confrontarsi con il medico veterinario di fiducia, che potrà valutare se si tratta di un semplice fastidio legato alla polvere o se è necessario approfondire con esami e cambi alimentari mirati.
Capire perché il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette aiuta a intervenire nel modo giusto e a garantire benessere e tranquillità, sia al cane sia al gatto che condivide la casa.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Negli ultimi anni il diabete mellito nel gatto è diventato una diagnosi sempre più frequente, soprattutto nei gatti che vivono in casa, fanno poco movimento e tendono ad accumulare peso. A differenza del diabete del cane, che ha spesso origini diverse, quello del gatto è strettamente legato allo stile di vita e all’alimentazione. Ed è proprio qui che possiamo fare davvero la differenza.
Capire cosa mettere nella ciotola, cosa evitare e perché alcune scelte alimentari sono fondamentali è il primo passo per aiutare un gatto diabetico a stare meglio, e in alcuni casi anche a migliorare in modo sorprendente la sua condizione.
Cos’è il diabete nel gatto e come si manifesta

Il diabete mellito è una patologia metabolica in cui il gatto non riesce a gestire correttamente il glucosio nel sangue. Questo succede più spesso in gatti obesi o sovrappeso, sedentari e alimentati con diete poco adatte alla loro natura.
Uno degli aspetti che confonde molti proprietari è che il gatto diabetico, spesso inizialmente “rotondetto”, comincia a dimagrire. Questa perdita di peso non è un segnale positivo, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti. A questo si associano altri sintomi tipici come aumento della sete, aumento della quantità di urina e fame intensa, che può arrivare a diventare quasi compulsiva.
Perché l’alimentazione è centrale nel gatto diabetico
Nel gatto il diabete non è solo una malattia da curare con i farmaci, ma una condizione in cui il cibo gioca un ruolo chiave sia nella causa che nella gestione. Il gatto è un carnivoro stretto e il suo metabolismo non è progettato per gestire grandi quantità di zuccheri.
Il glucosio, nel gatto, può diventare una vera e propria tossina metabolica. Per questo motivo un’alimentazione sbilanciata, ricca di amidi e carboidrati, può favorire l’insorgenza del diabete. La buona notizia è che intervenire precocemente sull’alimentazione può, in alcuni casi, portare anche a una remissione della malattia.
Come cambiare l’alimentazione di un gatto diabetico
La prima cosa da sapere è che ogni modifica va fatta in accordo con il medico veterinario, soprattutto se è già stata impostata una terapia insulinica. Detto questo, una regola è chiara: gli alimenti secchi commerciali vanno eliminati, perché ricchi di amido e quindi di glucosio.
La scelta deve orientarsi verso alimenti umidi, con un alto contenuto di proteine e grassi di origine animale. Questo permette di ridurre il picco glicemico dopo il pasto e di fornire energia al gatto senza sovraccaricare il metabolismo degli zuccheri.
Il gatto diabetico in terapia insulinica dovrebbe mangiare due pasti al giorno, sempre agli stessi orari e con quantità costanti. Cambiare spesso alimento o concedere extra può compromettere l’equilibrio della terapia.
Cosa dovrebbe mangiare davvero un gatto diabetico
L’alimentazione ideale di un gatto diabetico è semplice e coerente con la sua natura: proteine animali di qualità, grassi come fonte energetica e assenza totale di amidi. Questo significa niente cereali, riso, patate, zuccheri o derivati.
Piccole quantità di verdura possono essere inserite, perché la fibra aiuta a rallentare l’assorbimento dei nutrienti e a contenere il picco glicemico. Attenzione però a non esagerare: il gatto non è fatto per digerire grandi quantità di fibra.
Un dettaglio spesso sottovalutato è l’acqua. Il gatto diabetico beve molto, quindi è fondamentale lasciare sempre acqua fresca e pulita a disposizione, in più punti della casa se necessario.
Alimentazione casalinga: una grande opportunità
Nel gatto diabetico, l’alimentazione casalinga rappresenta spesso la scelta migliore. Permette infatti di controllare con precisione gli ingredienti ed evitare tutto ciò che non serve. Inoltre, paradossalmente, l’aumento dell’appetito tipico delle fasi iniziali del diabete rende spesso più semplice il cambio alimentare.
Una dieta casalinga ben formulata per il gatto diabetico è composta principalmente da carne e pesce, con una buona quota di grassi utilizzabili come fonte energetica alternativa al glucosio. A questo si aggiungono acidi grassi Omega-3, utili perché il diabete è una patologia che evolve anche grazie a uno stato infiammatorio di base.
Le verdure sono presenti in piccole quantità, mentre la frutta è completamente esclusa, anche quella meno zuccherina, perché comunque troppo ricca di zuccheri per il metabolismo del gatto.
In conclusione
Nel gatto, il diabete è una patologia complessa, ma l’alimentazione è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per gestirla. Scegliere cibi adatti, rispettare la natura carnivora del gatto e lavorare in sinergia con il medico veterinario può cambiare radicalmente la qualità di vita del gatto diabetico.
Capire cosa sapere davvero sull’alimentazione non significa fare miracoli, ma fare scelte consapevoli. E spesso, sono proprio quelle a fare la differenza.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Quando a un cane viene diagnosticato il diabete, è normale sentirsi spaesati. È una patologia che cambia le abitudini quotidiane e richiede attenzione costante, non solo per quanto riguarda la terapia insulinica, ma anche per l’alimentazione. Anche se il cibo, nel cane, non ha lo stesso peso che ha nel gatto nella gestione del diabete, rimane comunque un tassello fondamentale.
Vediamo quindi come orientarsi tra cosa dare, cosa evitare e come organizzare i pasti di un cane diabetico.
Cos’è il diabete nel cane e come si manifesta
Nel cane il diabete è spesso di origine autoimmune oppure può comparire come conseguenza di una pancreatite acuta. In entrambi i casi il risultato è simile: il cane non produce più insulina a sufficienza, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule.
I sintomi più comuni sono dimagrimento, aumento marcato della fame e della sete e una produzione di urina molto abbondante. A volte questi segnali compaiono gradualmente, altre volte diventano evidenti nel giro di pochi giorni. Alla visita veterinaria si riscontrano glicemia persistentemente elevata e presenza di glucosio nelle urine.
Una volta fatta la diagnosi, nel cane si imposta sempre una terapia insulinica, che va seguita con grande precisione.
Perché l’alimentazione è importante (anche se non è tutto)

Nel cane, a differenza del gatto, l’alimentazione non è lo strumento principale per abbassare la glicemia: questo compito spetta all’insulina. Tuttavia il cibo ha un ruolo chiave nel rendere stabile la terapia, evitando picchi glicemici imprevedibili.
Dopo la diagnosi, è fondamentale che il cane mangi sempre lo stesso alimento, nella stessa quantità e agli stessi orari. Questo aiuta il medico veterinario a calibrare correttamente la dose di insulina, soprattutto nelle prime settimane, quando si cercano gli equilibri giusti.
Cosa può mangiare un cane diabetico
Molto spesso il veterinario consiglia un alimento commerciale specifico per il diabete, ma non è una regola assoluta. Se il cane soffre anche di altre patologie (per esempio intestinali o pancreatiche), può essere più utile scegliere un cibo mirato a quel problema e lasciare che sia l’insulina a gestire la glicemia.
La regola d’oro è una sola: il cane deve mangiare esclusivamente ciò che è stato prescritto. Niente extra, niente assaggi “perché ha fame”.
Solo quando la glicemia è stabile, il peso è tornato nella norma e i sintomi sono sotto controllo, si può valutare — sempre con il veterinario — l’introduzione di piccolissimi extra a basso impatto glicemico: carne essiccata semplice, yogurt bianco senza zucchero, oppure qualche verdura cruda come carota, finocchio o sedano. La frutta, invece, è generalmente da limitare o evitare.
Cosa non dare mai a un cane diabetico
Nei primi periodi della malattia, qualsiasi extra è da evitare. Anche in seguito, restano vietati tutti i cibi che possono far salire rapidamente la glicemia.
Da evitare in particolare:
- zucchero e miele (se non in caso di ipoglicemia su indicazione veterinaria)
- frutta molto zuccherina
- biscotti e snack con farine o amidi
- prodotti con sciroppo di glucosio
- pane, pasta e cereali
- farmaci in forma di sciroppo
Anche piccoli “sgarri” possono avere conseguenze importanti.
Dieta casalinga per il cane diabetico: è possibile?
Sì, l’alimentazione casalinga è una valida opzione, se formulata correttamente. Permette di adattare la dieta non solo al diabete, ma anche ad eventuali altre patologie e ai gusti del cane.
In linea generale, una dieta casalinga per cane diabetico è:
- a basso indice glicemico
- ricca di proteine animali (carne, pesce, uova)
- con grassi modulati in base al soggetto
- sempre accompagnata da verdure, utili anche per la salute intestinale
- integrata con Omega-3, per contrastare l’infiammazione sistemica spesso associata al diabete
Naturalmente, una dieta di questo tipo deve essere formulata da un professionista, per evitare carenze o squilibri.
In conclusione
Gestire un cane con diabete richiede costanza, precisione e collaborazione stretta con il medico veterinario. L’alimentazione da sola non cura la malattia, ma fa la differenza nel mantenere stabile la terapia insulinica e nel migliorare la qualità di vita del cane.
Routine, coerenza e scelte consapevoli sono gli strumenti più efficaci che abbiamo a disposizione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I gatti e il formaggio: sì, no o “solo un assaggino”?
In Italia il formaggio è una cosa seria. Ne abbiamo di ogni tipo, consistenza e profumo, e spesso finiscono per incuriosire anche chi ci osserva dalla cucina con aria interessata. Ed è qui che nasce la classica domanda: il gatto può mangiare il formaggio?
La risposta breve è sì, ma con parecchi “ma” da tenere bene a mente. E soprattutto vale la pena chiedersi se sia davvero un alimento utile per il gatto o più che altro una nostra tentazione.In questo articolo vediamo quali formaggi possono essere dati al gatto, quali è meglio evitare del tutto e in che quantità, tenendo conto di un aspetto fondamentale: il rapporto tra gatto e lattosio.
Il gatto ha davvero bisogno del formaggio?
Partiamo da un concetto chiave: il formaggio non è un alimento necessario nella dieta del gatto. Il gatto è un carnivoro stretto, con fabbisogni nutrizionali molto specifici che vengono soddisfatti da proteine animali, grassi e micronutrienti di origine animale.
Il formaggio non rientra in questa categoria e, nella maggior parte dei casi, è più una concessione del proprietario che una reale esigenza del gatto.
Detto questo, se ogni tanto capita di offrire un minuscolo pezzetto, non stiamo automaticamente facendo un danno, purché si scelga il tipo giusto.
Quali formaggi può mangiare il gatto (e quali no)

Non tutti i formaggi sono uguali, soprattutto dal punto di vista della digestione felina.
Formaggi da evitare completamente
- Gorgonzola, Roquefort e altri formaggi erborinati: contengono muffe che possono risultare dannose per il gatto.
- Formaggi a crosta fiorita come Brie e Camembert: anche qui il problema sono le muffe, in particolare quelle del genere Penicillium.
Formaggi che si possono dare con molta cautela
- Mozzarella, burrata, mozzarella di bufala e formaggi freschi a pasta filata: sono ricchi di lattosio. Se dati, devono essere in quantità minuscole, perché il rischio di diarrea è concreto.
- Caciocavallo, fontina, asiago, pecorino e caciotte: contengono meno lattosio rispetto ai formaggi freschi, ma sono molto calorici e spesso ricchi di sale.
I più “sicuri”, sempre con moderazione
- Parmigiano Reggiano e Grana Padano: grazie alla lunga stagionatura hanno un contenuto di lattosio molto basso e sono ricchi di nutrienti. Restano però alimenti molto calorici e ricchi di calcio, quindi da usare come eccezione.
Gatto e lattosio: una questione di età
Uno dei motivi principali per cui il formaggio va dosato con attenzione è il lattosio. Il gatto, come la maggior parte dei mammiferi, perde progressivamente la capacità di digerirlo.
La produzione dell’enzima lattasi, necessario per digerire il lattosio, è elevata nelle prime settimane di vita, quando il gattino si nutre di latte. Con la crescita, questa produzione diminuisce drasticamente.
Di fatto, il gatto adulto è poco capace di digerire il lattosio, e questo spiega perché latte e latticini possano causare feci molli o diarrea. Non è una vera e propria intolleranza “patologica”, ma una condizione fisiologica legata all’età.
Quanta quantità di formaggio può mangiare un gatto?
Qui arriviamo al punto più importante: le quantità.
I formaggi sono alimenti estremamente calorici. Per fare qualche esempio:
- mozzarella: circa 280 kcal per 100 g
- burrata o Parmigiano: oltre 400 kcal per 100 g
Un gatto di circa 5 kg che vive in casa consuma mediamente 180–200 kcal al giorno. Questo significa che 50 g di burrata coprirebbero già l’intero fabbisogno calorico giornaliero, con evidenti squilibri nutrizionali.
Una quantità ragionevole può essere circa 5 grammi di formaggio, non tutti i giorni, e osservando sempre la risposta intestinale del gatto.
In conclusione
Il gatto può mangiare il formaggio, ma solo come eccezione, in quantità molto ridotte e scegliendo con attenzione il tipo. Non è un alimento necessario, non migliora la dieta e, se abusato, può favorire diarrea, aumento di peso e squilibri nutrizionali.
Se il gatto mostra poco interesse, tanto meglio: significa che sta seguendo il suo istinto. E se invece ogni tanto allunga il muso verso un pezzetto di Parmigiano, ricordiamoci che la moderazione è la vera regola d’oro.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Lettiera del gatto per il cane: perché è così irresistibile?
Chi vive con un cane e un gatto lo sa: uno dei comportamenti più difficili da tollerare è il cane che va a “fare visita” alla lettiera del gatto. Non si tratta solo di una questione di disgusto, ma di un comportamento che può avere conseguenze anche serie sulla salute del cane. Capire perché la lettiera del gatto risulti così attraente è il primo passo per affrontare il problema in modo corretto.
Convivenza cane e gatto: quando nasce il problema
Quando cane e gatto condividono gli spazi, possono comparire comportamenti spiacevoli che non sempre sono facili da interpretare. Il cane che mangia la lettiera del gatto è uno di questi. Le motivazioni non sono mai univoche: spesso entrano in gioco più fattori insieme, come fame, noia, problemi intestinali o semplicemente la scoperta di qualcosa che il cane considera buono.
Perché le feci del gatto piacciono al cane
Il primo motivo è piuttosto semplice, anche se poco piacevole: al cane le feci del gatto spesso piacciono. Questo dipende dal fatto che il cibo per gatto è più ricco di grassi rispetto a quello per cane. Una parte di questi grassi non viene completamente digerita e finisce nelle feci, rendendole molto appetibili per il cane. In questi casi, la lettiera viene ingerita come “effetto collaterale” mentre il cane cerca le feci.
Fame reale o percepita
Un’altra causa frequente è la fame. Cani messi a dieta, con accesso limitato al cibo o con patologie che aumentano l’appetito, come diabete mellito, ipotiroidismo o dopo la castrazione, possono iniziare a cercare cibo ovunque. In queste situazioni il cane può rivolgere l’attenzione anche verso ciò che noi non consideriamo cibo, come feci e lettiera del gatto.
Quando il cane mangia proprio la lettiera

Diverso è il caso in cui il cane mangia la lettiera in sé, a volte anche quando è pulita. Qui non siamo più di fronte solo a un comportamento legato al gusto. Se la lettiera è minerale o in silicio, quindi composta da materiale non commestibile, si entra nel campo della pica, cioè l’ingestione di oggetti non alimentari. Questo comportamento è sempre anomalo e indica un problema di fondo, che può essere comportamentale, gastroenterico o una combinazione delle due cose.
Noia, ansia e intestino
Un cane che ingerisce materiale non alimentare può farlo per noia, ansia o mancanza di autocontrollo. In altri casi può esserci un’infiammazione intestinale sottostante che spinge il cane a cercare sollievo attraverso l’ingestione di sostanze insolite. Capire quale sia la causa reale richiede il supporto di un medico veterinario esperto in comportamento, l’unico in grado di escludere problemi organici e impostare un percorso adeguato.
Il caso delle lettiere vegetali
Alcuni cani mostrano interesse solo per lettiere a base di mais o altri materiali vegetali. Anche se non sono veri alimenti, queste fibre possono essere ingerite volontariamente dal cane nel tentativo di alleviare un malessere intestinale. Anche in questo caso, però, la componente ansiosa e il legame tra intestino e cervello giocano un ruolo importante, e il problema non va banalizzato.
Le conseguenze per la salute del cane
Mangiare la lettiera del gatto non è solo sgradevole. Le conseguenze possono andare dall’alito cattivo e vomito fino a problemi molto più seri. Una delle complicazioni più frequenti è la trasmissione di parassiti intestinali. Alcuni parassiti possono passare dal gatto al cane, come il Toxoplasma gondii, che nel cane può causare anche sintomi neurologici importanti.
Un altro rischio è l’occlusione intestinale: sia le lettiere minerali sia quelle vegetali possono formare boli che l’intestino non riesce a spingere avanti, rendendo necessario, nei casi più gravi, un intervento chirurgico.
Cosa fare nel breve termine
Nel breve periodo è fondamentale impedire al cane l’accesso alla lettiera del gatto. Una soluzione pratica è mettere la lettiera in una zona a cui il cane non ha accesso, per esempio un balconcino con la gattaiola o un bagno con la gattaiola. È comunque indispensabile pulirla ogni giorno, perché l’accumulo di odore di ammoniaca può spingere il gatto a non usarla.
Cosa fare nel lungo termine
Nel lungo periodo è necessario lavorare sulle cause profonde del comportamento. Se c’è un problema metabolico, gastroenterico o comportamentale, va identificato e trattato per tempo. Ignorare il problema significa rischiare che si aggravi, con conseguenze sempre più difficili da gestire per il cane e per la convivenza con il gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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