Il cane mangia aglio: cosa succede davvero?
L’aglio è un ingrediente molto presente nella cucina umana e spesso viene citato anche nei rimedi tradizionali per la salute. Non è raro, infatti, sentire dire che potrebbe essere utile contro i parassiti intestinali. Quando però si parla di alimentazione del cane, la situazione cambia. Se il cane mangia aglio, in alte dosi, è importante sapere che possono esserci rischi reali per la sua salute.
Aglio e famiglia delle Allium
L’aglio appartiene al genere Allium, lo stesso gruppo botanico di cipolla, scalogno e altri bulbi noti per la loro tossicità nei confronti di cane e gatto. Nell’alimentazione umana l’aglio viene utilizzato da secoli sia come alimento sia come rimedio naturale grazie alla presenza di numerosi composti bioattivi. Alcune ricerche hanno dimostrato che queste sostanze possiedono attività antibatteriche e altre proprietà interessanti, osservate soprattutto in laboratorio.
Tuttavia, ciò che può avere effetti positivi in vitro non è necessariamente sicuro per il cane o per il gatto. L’organismo di questi animali, infatti, gestisce in modo diverso alcune sostanze presenti nell’aglio, che possono risultare difficili da neutralizzare.
Perché l’aglio è pericoloso per il cane

Il problema principale dell’aglio è la presenza di composti solforati con forte attività ossidante. Tra questi, uno dei più rilevanti è il N-propyl-disulfide. Queste molecole possono danneggiare i globuli rossi del cane, provocando la loro distruzione, un processo chiamato emolisi.
I globuli rossi del cane sono più sensibili allo stress ossidativo rispetto a quelli umani. Questo significa che il cane è meno efficace nel proteggere queste cellule dai danni provocati da determinate sostanze chimiche. Quando l’emolisi diventa importante, può comparire un’anemia anche grave.
I sintomi non arrivano subito
Uno degli aspetti più insidiosi dell’intossicazione da aglio è che i sintomi non compaiono immediatamente. Nella maggior parte dei casi iniziano 3–4 giorni dopo l’ingestione, ma talvolta possono manifestarsi anche una settimana o più tardi.
Quando i segni clinici diventano visibili, il danno ai globuli rossi è spesso già in corso. Tra i sintomi più comuni si possono osservare:
- apatia e abbattimento
- perdita di appetito
- debolezza
- respiro accelerato
- vomito o diarrea
In alcuni casi possono comparire segnali più evidenti come ingiallimento della sclera (la parte bianca dell’occhio) oppure urine molto scure, simili al colore della cola.
Qual è la quantità tossica?
Stabilire una dose precisa non è semplice. Le informazioni disponibili suggeriscono che quantità superiori a 5 grammi di aglio per kg di peso corporeo possano rappresentare un rischio significativo, ma la sensibilità può variare da cane a cane.
Alcune razze, come Akita e Shiba Inu, sembrano essere più sensibili a questo tipo di tossicità. Anche i cani anziani possono reagire in modo più marcato rispetto ai soggetti giovani.
Cosa fare se il cane ha mangiato aglio
Se vi accorgete che il cane ha ingerito aglio, la cosa più importante è contattare subito il medico veterinario e fornire tutte le informazioni utili per valutare il rischio. In particolare:
- quando è stato ingerito l’aglio
- se era crudo o cotto (crudo è generalmente più tossico)
- la quantità approssimativa ingerita
- peso, età e razza del cane
Se l’ingestione è recente, il veterinario potrebbe decidere di indurre il vomito o eseguire una lavanda gastrica per ridurre l’assorbimento delle sostanze tossiche. Quando invece i sintomi sono già presenti, non esiste un antidoto specifico e può essere necessario un trattamento intensivo di supporto.
Meglio prevenire
L’idea di utilizzare l’aglio come rimedio naturale per il cane deriva da tradizioni molto diffuse, ma oggi sappiamo che i rischi possono superare i possibili benefici.
In caso di dubbio, la regola è semplice: se il cane mangia aglio ad alte dosi rispetto alla taglia, non aspettare la comparsa dei sintomi. Contattare il veterinario il prima possibile può fare una grande differenza nella gestione della situazione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane ha sempre fame: perché succede?
Quante volte ti è capitato di incrociare lo sguardo del tuo cane mentre mangi e avere la sensazione che non sia mai sazio? Oppure di vederlo finire la sua razione in pochi secondi e cercarne subito ancora? La domanda è più che legittima: perché il cane sembra avere sempre fame?
La risposta non è unica. Il senso di sazietà nel cane dipende da diversi fattori, sia fisici che metabolici, e in alcuni casi anche genetici o patologici. Capire cosa c’è dietro questo comportamento è fondamentale per evitare errori che, nel tempo, possono compromettere la salute del cane.
Come funziona il senso di sazietà nel cane

Il senso di sazietà nasce da un insieme di segnali. Da una parte c’è la distensione dello stomaco, quindi un meccanismo “meccanico”: quando lo stomaco si riempie, invia segnali al cervello. Dall’altra entrano in gioco stimoli “chimici”, legati alla composizione del pasto.
In particolare, proteine di origine animale e grassi contribuiscono in modo significativo alla sensazione di pienezza. Non tutti i pasti, quindi, hanno lo stesso potere saziante. Un alimento poco bilanciato o povero di nutrienti chiave può lasciare il cane con una fame persistente anche dopo aver mangiato.
Genetica e predisposizione: alcuni cani hanno più fame di altri
Non tutti i cani hanno lo stesso rapporto con il cibo. Alcune razze mostrano una predisposizione genetica a una maggiore motivazione alimentare. È il caso del Labrador Retriever, in cui è stata identificata una mutazione (POMC) associata a una ridotta percezione della sazietà e a una maggiore tendenza all’aumento di peso.
Questo significa che in alcuni soggetti la fame non è solo “ingordigia”, ma una reale difficoltà nel percepire quando è il momento di smettere di mangiare.
Sterilizzazione, metabolismo e aumento dell’appetito
Un altro fattore molto importante è la sterilizzazione. Dopo la sterilizzazione o la castrazione, il metabolismo del cane tende a rallentare a causa della diminuzione degli ormoni sessuali. Questo comporta un minor dispendio energetico.
Il risultato? Il cane può avere più fame pur avendo bisogno di meno calorie. È una combinazione che, se non gestita correttamente, porta facilmente all’aumento di peso. Nelle femmine il calo metabolico è spesso ancora più evidente.
Quando la fame è un segnale di una patologia
In alcuni casi la fame eccessiva può essere il campanello d’allarme di un problema medico. Tra le condizioni più comuni troviamo:
- Ipotiroidismo
- Sindrome di Cushing
- Diabete mellito
Queste patologie possono determinare un aumento dell’appetito, talvolta senza sintomi eclatanti nelle fasi iniziali. Se il cane mangia molto ma perde peso, oppure mostra altri cambiamenti (più sete, più urina, apatia), è fondamentale rivolgersi al medico veterinario.
Cosa succede se il cane mangia troppo
Un eccesso occasionale può causare disturbi digestivi, dolore addominale o eccessiva dilatazione gastrica. Ma il vero problema è l’eccesso cronico.
Se il cane assume più calorie di quelle che consuma, ingrassa. E l’obesità nel cane non è un dettaglio estetico: è una malattia a tutti gli effetti. Un cane obeso ha un rischio maggiore di sviluppare patologie articolari, metaboliche e cardiovascolari e, secondo diversi studi, vive meno rispetto a un cane normopeso.
Cosa fare se il cane ha sempre fame
Prima di tutto, serve un dato oggettivo: il peso.
Pesa il cane al mattino, a digiuno, prima della passeggiata, usando sempre la stessa bilancia. Ripeti la pesata dopo 15 giorni nelle stesse condizioni.
- Se il cane perde peso, la fame potrebbe essere giustificata e va approfondita con il veterinario.
- Se mantiene o aumenta il peso, è necessario intervenire prima che il problema diventi più complesso.
Una volta escluse cause patologiche, occorre valutare:
- La qualità e composizione del pasto
- L’apporto di proteine di origine animale
- L’equilibrio calorico complessivo
- Il livello di attività fisica
Aumentare semplicemente le verdure per “riempire” lo stomaco raramente è una soluzione efficace. Il cane non si lascia facilmente ingannare dal solo volume del pasto.
Infine, non dimenticare l’aspetto comportamentale. In alcuni casi, la richiesta continua di cibo può essere legata a noia o scarsa stimolazione mentale. Lavorare con un educatore può aiutare a canalizzare l’interesse del cane verso attività alternative.
In conclusione
Se il cane ha sempre fame, non è solo una questione di golosità. Può dipendere da genetica, metabolismo, composizione della dieta, sterilizzazione o, in alcuni casi, da una patologia.
La cosa più importante è non ignorare il segnale. Monitorare il peso, valutare l’alimentazione e chiedere consiglio al veterinario sono i primi passi per garantire al cane una vita lunga e in salute.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cani e pappa: i nostri amici sentono l’ora della pappa?
Chi vive con un cane lo sa: quando si avvicina il momento del pasto, il cane sembra trasformarsi in un orologio svizzero. Ti guarda, si avvicina alla cucina, magari si siede davanti alla ciotola con aria eloquente. Ma davvero il cane “sente” che è ora di mangiare? Oppure si tratta solo di abitudine?
La risposta è più interessante di quanto si possa pensare, e coinvolge biologia, ormoni e routine quotidiane.
Il cane ha un orologio interno?
Sì, il cane percepisce il passare del tempo. Non guarda l’orologio, ovviamente, ma possiede un sistema biologico che regola i ritmi della giornata. Come tutti gli esseri viventi, il cane è influenzato dall’alternanza luce/buio, dal caldo e dal freddo, ma anche da un vero e proprio “orologio interno” cellulare.
Al mattino, ad esempio, nel corpo del cane aumentano naturalmente alcuni ormoni come il cortisolo, che preparano l’organismo al risveglio. Anche se fuori è ancora buio, il metabolismo si sta già attivando. A questo si aggiungono segnali ambientali: la sveglia che suona, i rumori in casa, i movimenti delle persone. Tutti elementi che il cane registra con precisione.
Studi sul comportamento hanno dimostrato che il cane è in grado di percepire la durata dell’assenza del proprietario, mostrando reazioni diverse a seconda del tempo trascorso. Alcune ricerche suggeriscono persino che il cane possa distinguere intervalli temporali specifici, ripetendo un comportamento dopo un certo numero di secondi. Non è magia: è capacità cognitiva.
Routine e segnali ambientali: il ruolo delle abitudini

Quando parliamo di “ora della pappa”, la routine gioca un ruolo fondamentale. Il cane associa una serie di eventi all’arrivo del cibo. Ti alzi dal letto, prepari la colazione, prendi la sua ciotola, apri un mobile specifico: ogni gesto diventa un segnale predittivo.
Anche il ritmo della luce influisce. Molti proprietari notano che in inverno il cane sembra chiedere la pappa della sera prima del solito. In realtà non è “in anticipo”: sta reagendo all’imbrunire, che per il suo organismo è un indicatore naturale di fine giornata.
Il cane, quindi, integra informazioni ambientali, abitudini familiari e variazioni della luce per prevedere l’arrivo del pasto.
Fame vera e segnali metabolici
Ma non è solo questione di rituali. C’è anche un meccanismo fisiologico molto preciso.
Dopo aver mangiato, i livelli di zuccheri e grassi nel sangue aumentano. Con il passare delle ore, questi valori diminuiscono progressivamente. Quando scendono sotto una certa soglia, l’organismo del cane attiva i segnali della fame.
Se il cane mangia due volte al giorno, il suo corpo impara a “sincronizzarsi” con quegli orari. L’apparato digerente si prepara in anticipo, iniziando a produrre succhi gastrici poco prima dell’ora abituale del pasto. È un adattamento molto efficiente.
Questo spiega anche un fenomeno che alcuni proprietari conoscono bene: il vomito a digiuno. Se il cane è abituato a mangiare sempre alla stessa ora e improvvisamente il pasto viene ritardato (pensiamo alla domenica mattina), può accadere che lo stomaco produca acido in anticipo rispetto all’arrivo del cibo. Il risultato può essere il classico rigurgito di liquido giallastro a stomaco vuoto.
Cosa significa per chi vive con un cane (o un gatto)?
Capire che il cane percepisce il tempo e anticipa il pasto grazie a meccanismi biologici aiuta a gestire meglio la sua alimentazione. Una routine stabile è rassicurante. Allo stesso tempo, una leggera flessibilità può essere utile per evitare che l’organismo diventi troppo “rigido” sugli orari.
Anche il gatto possiede ritmi interni ben definiti, ma il cane tende a essere particolarmente sensibile ai rituali familiari e ai segnali sociali.
In conclusione, sì: il cane sente l’ora della pappa. Non perché conosca i numeri dell’orologio, ma perché il suo corpo, il suo cervello e l’ambiente intorno a lui lavorano insieme per prevedere un evento importante e positivo della giornata. E quando arriva quel momento, lo sa con sorprendente precisione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Vitamine e cani: vanno dosate con cura
Quando si parla di alimentazione del cane, le vitamine vengono spesso percepite come qualcosa che “fa sempre bene”. In realtà non è proprio così. Le vitamine sono sostanze essenziali per la vita, ma devono essere presenti nelle giuste quantità: né troppo poche, né troppe. Sia la carenza sia l’eccesso possono avere conseguenze sulla salute del cane. Vediamo quindi perché sono importanti e perché è fondamentale dosarle con attenzione.
Macronutrienti e micronutrienti: dove si collocano le vitamine
Il cane, come ogni essere vivente, ha bisogno di nutrienti per sopravvivere. Alcuni servono in grandi quantità, come proteine, grassi e fibre: sono i cosiddetti macronutrienti. Altri, invece, sono necessari in quantità molto più piccole ma non per questo meno importanti. Tra questi troviamo le vitamine.
Il termine “vitamina” significa letteralmente “ammina della vita”, un nome nato agli inizi del Novecento quando queste sostanze furono identificate per la prima volta. Una vitamina si definisce essenziale quando il cane non è in grado di produrla autonomamente in quantità sufficiente e deve quindi assumerla attraverso l’alimentazione. Se manca, si sviluppa una carenza nutrizionale; se è in eccesso, si può andare incontro a ipervitaminosi, che in alcuni casi può essere anche grave.
Quali vitamine servono al cane e cosa fanno

Le vitamine sono tredici e si dividono in due grandi gruppi: liposolubili e idrosolubili.
Quelle liposolubili (A, D, E, K) si sciolgono nei grassi e tendono ad accumularsi nell’organismo.
- La vitamina A è fondamentale per mucose, cute, accrescimento e salute dei tessuti.
- La vitamina D regola il metabolismo di calcio e fosforo ed è essenziale per ossa e sistema immunitario. Nel cane non viene attivata dalla luce solare come nell’uomo, quindi deve essere assunta già nella forma attiva (D3).
- La vitamina E ha una potente azione antiossidante e supporta diversi organi, inclusi fegato e cute.
- La vitamina K è coinvolta nella coagulazione ed è in parte prodotta dalla flora intestinale.
Le vitamine idrosolubili comprendono il complesso B e la vitamina C. Le vitamine del gruppo B partecipano a moltissime reazioni metaboliche, fungendo da cofattori nella produzione e trasformazione di sostanze energetiche. La vitamina C, pur non essendo essenziale per il cane, svolge un ruolo antiossidante e di sostegno al sistema immunitario.
Un aspetto importante: le vitamine idrosolubili in eccesso vengono generalmente eliminate con le urine. Le liposolubili, invece, possono accumularsi. Per questo motivo le più delicate da dosare sono soprattutto la vitamina A e la vitamina D.
Quando è necessario integrare le vitamine
Nella maggior parte dei casi non è necessario aggiungere vitamine alla dieta del cane. Se il cane mangia un alimento commerciale completo e bilanciato, oppure segue una dieta fresca formulata da un professionista, l’apporto vitaminico è già adeguato.
L’integrazione può diventare utile in presenza di determinate patologie o condizioni cliniche specifiche. In questi casi è il medico veterinario a stabilire se, quali e in che quantità somministrare le vitamine, spesso basandosi su esami del sangue e controlli successivi. È corretto considerare le vitamine come veri e propri farmaci: vanno prescritte e monitorate.
L’uso fai-da-te di multivitaminici è sconsigliato, perché molti contengono vitamine liposolubili che, se somministrate senza controllo, possono risultare tossiche.
Carenza ed eccesso: quali rischi per il cane
I sintomi di una carenza vitaminica possono essere molto vari e talvolta poco specifici. Una carenza di vitamina B12, ad esempio, può inizialmente manifestarsi con debolezza o pelo opaco a causa di un ridotto assorbimento intestinale. Altre carenze possono dare segni neurologici o problemi cutanei.
Anche l’eccesso, soprattutto di vitamina A e vitamina D, può comportare danni importanti. Il problema è che oggi siamo meno abituati a riconoscere queste situazioni, perché la maggior parte dei cani segue diete più bilanciate rispetto al passato.
Per questo motivo è fondamentale comunicare sempre al medico veterinario quale alimento mangia il cane, in che quantità e se vengono aggiunti integratori di propria iniziativa.
In conclusione
Le vitamine sono indispensabili per la salute del cane, ma devono essere dosate con precisione. Non sono “sempre utili” a prescindere e non vanno aggiunte senza una reale necessità. Un’alimentazione equilibrata rappresenta nella maggior parte dei casi la migliore garanzia per fornire al cane tutto ciò di cui ha bisogno, senza rischi inutili.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane starnutisce dopo aver mangiato le crocchette: cosa significa e quando preoccuparsi
Può capitare di osservare il cane che, subito dopo aver finito la ciotola di crocchette, inizia a starnutire. A volte si tratta di uno starnuto isolato, altre volte di una serie più insistente. Questo comportamento può lasciare perplessi molti proprietari di cane e gatto, ma nella maggior parte dei casi ha spiegazioni piuttosto semplici. Vediamo insieme perché succede e quando è il caso di approfondire.
Polvere nelle crocchette: una causa molto comune
Uno dei motivi più frequenti per cui il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette è la presenza di polvere all’interno del sacco. Durante le fasi di produzione, trasporto e stoccaggio, le crocchette possono rompersi parzialmente. Questi frammenti, urtandosi tra loro, finiscono per ridursi in particelle sempre più piccole, fino a diventare vera e propria polvere.
Una volta arrivato a casa, il sacco resta fermo per giorni o settimane. Con il tempo, le particelle più leggere si depositano sul fondo, motivo per cui il problema tende a comparire più spesso quando il sacco sta per finire. Non è raro, infatti, che il cane mangi tranquillamente all’inizio e inizi a starnutire solo negli ultimi pasti.
Il passaggio del cibo tra bocca e vie respiratorie

Quando il cane mastica e deglutisce, il cibo passa dalla bocca al rinofaringe, una zona di passaggio che comunica sia con l’esofago sia con le vie aeree superiori. Se il cane aspira accidentalmente della polvere o piccoli frammenti di crocchette, queste particelle possono risalire verso il naso invece di scendere correttamente.
Il risultato è uno o più starnuti, che hanno lo scopo di liberare le narici. Questo meccanismo è simile a quello che può capitare anche alle persone quando mangiano troppo velocemente e “vanno di traverso”.
Mangiare troppo in fretta peggiora la situazione
Il cane che divora le crocchette senza masticare bene è più esposto a questo tipo di episodio. Quando mangia con voracità, coordina peggio respirazione e deglutizione, aumentando il rischio che polvere e frammenti finiscano nelle cavità nasali. In questi casi gli starnuti possono essere ripetuti e accompagnati da un evidente fastidio.
Attenzione alle razze brachicefale
Alcuni cani sono più predisposti di altri. Le razze brachicefale, che hanno un muso corto e vie respiratorie superiori più strette, possono starnutire più facilmente dopo aver mangiato crocchette. In questi soggetti, la conformazione anatomica rende più difficoltoso il corretto passaggio del cibo e dell’aria, favorendo non solo gli starnuti, ma anche episodi di rigurgito.
Possibili reazioni avverse al cibo
In alcuni casi, lo starnuto dopo il pasto non è legato solo alla polvere. Alcuni cani possono sviluppare reazioni avverse a specifici ingredienti. Senza entrare in definizioni troppo tecniche, è possibile che il cibo scateni una risposta locale del sistema immunitario, con irritazione delle mucose nasali e conseguenti starnuti.
Quando questa è la causa, spesso non si osservano solo starnuti, ma anche altri segnali, come disturbi gastrointestinali o malessere generale.
Cosa può fare il proprietario
La prima cosa da osservare è la frequenza del problema. Il cane starnutisce sempre o solo quando il sacco di crocchette è quasi vuoto? Cambiando alimento o passando temporaneamente al cibo umido, il sintomo scompare? Sono presenti altri disturbi oltre agli starnuti?
Raccogliere queste informazioni è fondamentale. Una volta fatto, è consigliabile confrontarsi con il medico veterinario di fiducia, che potrà valutare se si tratta di un semplice fastidio legato alla polvere o se è necessario approfondire con esami e cambi alimentari mirati.
Capire perché il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette aiuta a intervenire nel modo giusto e a garantire benessere e tranquillità, sia al cane sia al gatto che condivide la casa.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Negli ultimi anni il diabete mellito nel gatto è diventato una diagnosi sempre più frequente, soprattutto nei gatti che vivono in casa, fanno poco movimento e tendono ad accumulare peso. A differenza del diabete del cane, che ha spesso origini diverse, quello del gatto è strettamente legato allo stile di vita e all’alimentazione. Ed è proprio qui che possiamo fare davvero la differenza.
Capire cosa mettere nella ciotola, cosa evitare e perché alcune scelte alimentari sono fondamentali è il primo passo per aiutare un gatto diabetico a stare meglio, e in alcuni casi anche a migliorare in modo sorprendente la sua condizione.
Cos’è il diabete nel gatto e come si manifesta

Il diabete mellito è una patologia metabolica in cui il gatto non riesce a gestire correttamente il glucosio nel sangue. Questo succede più spesso in gatti obesi o sovrappeso, sedentari e alimentati con diete poco adatte alla loro natura.
Uno degli aspetti che confonde molti proprietari è che il gatto diabetico, spesso inizialmente “rotondetto”, comincia a dimagrire. Questa perdita di peso non è un segnale positivo, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti. A questo si associano altri sintomi tipici come aumento della sete, aumento della quantità di urina e fame intensa, che può arrivare a diventare quasi compulsiva.
Perché l’alimentazione è centrale nel gatto diabetico
Nel gatto il diabete non è solo una malattia da curare con i farmaci, ma una condizione in cui il cibo gioca un ruolo chiave sia nella causa che nella gestione. Il gatto è un carnivoro stretto e il suo metabolismo non è progettato per gestire grandi quantità di zuccheri.
Il glucosio, nel gatto, può diventare una vera e propria tossina metabolica. Per questo motivo un’alimentazione sbilanciata, ricca di amidi e carboidrati, può favorire l’insorgenza del diabete. La buona notizia è che intervenire precocemente sull’alimentazione può, in alcuni casi, portare anche a una remissione della malattia.
Come cambiare l’alimentazione di un gatto diabetico
La prima cosa da sapere è che ogni modifica va fatta in accordo con il medico veterinario, soprattutto se è già stata impostata una terapia insulinica. Detto questo, una regola è chiara: gli alimenti secchi commerciali vanno eliminati, perché ricchi di amido e quindi di glucosio.
La scelta deve orientarsi verso alimenti umidi, con un alto contenuto di proteine e grassi di origine animale. Questo permette di ridurre il picco glicemico dopo il pasto e di fornire energia al gatto senza sovraccaricare il metabolismo degli zuccheri.
Il gatto diabetico in terapia insulinica dovrebbe mangiare due pasti al giorno, sempre agli stessi orari e con quantità costanti. Cambiare spesso alimento o concedere extra può compromettere l’equilibrio della terapia.
Cosa dovrebbe mangiare davvero un gatto diabetico
L’alimentazione ideale di un gatto diabetico è semplice e coerente con la sua natura: proteine animali di qualità, grassi come fonte energetica e assenza totale di amidi. Questo significa niente cereali, riso, patate, zuccheri o derivati.
Piccole quantità di verdura possono essere inserite, perché la fibra aiuta a rallentare l’assorbimento dei nutrienti e a contenere il picco glicemico. Attenzione però a non esagerare: il gatto non è fatto per digerire grandi quantità di fibra.
Un dettaglio spesso sottovalutato è l’acqua. Il gatto diabetico beve molto, quindi è fondamentale lasciare sempre acqua fresca e pulita a disposizione, in più punti della casa se necessario.
Alimentazione casalinga: una grande opportunità
Nel gatto diabetico, l’alimentazione casalinga rappresenta spesso la scelta migliore. Permette infatti di controllare con precisione gli ingredienti ed evitare tutto ciò che non serve. Inoltre, paradossalmente, l’aumento dell’appetito tipico delle fasi iniziali del diabete rende spesso più semplice il cambio alimentare.
Una dieta casalinga ben formulata per il gatto diabetico è composta principalmente da carne e pesce, con una buona quota di grassi utilizzabili come fonte energetica alternativa al glucosio. A questo si aggiungono acidi grassi Omega-3, utili perché il diabete è una patologia che evolve anche grazie a uno stato infiammatorio di base.
Le verdure sono presenti in piccole quantità, mentre la frutta è completamente esclusa, anche quella meno zuccherina, perché comunque troppo ricca di zuccheri per il metabolismo del gatto.
In conclusione
Nel gatto, il diabete è una patologia complessa, ma l’alimentazione è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per gestirla. Scegliere cibi adatti, rispettare la natura carnivora del gatto e lavorare in sinergia con il medico veterinario può cambiare radicalmente la qualità di vita del gatto diabetico.
Capire cosa sapere davvero sull’alimentazione non significa fare miracoli, ma fare scelte consapevoli. E spesso, sono proprio quelle a fare la differenza.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Quando a un cane viene diagnosticato il diabete, è normale sentirsi spaesati. È una patologia che cambia le abitudini quotidiane e richiede attenzione costante, non solo per quanto riguarda la terapia insulinica, ma anche per l’alimentazione. Anche se il cibo, nel cane, non ha lo stesso peso che ha nel gatto nella gestione del diabete, rimane comunque un tassello fondamentale.
Vediamo quindi come orientarsi tra cosa dare, cosa evitare e come organizzare i pasti di un cane diabetico.
Cos’è il diabete nel cane e come si manifesta
Nel cane il diabete è spesso di origine autoimmune oppure può comparire come conseguenza di una pancreatite acuta. In entrambi i casi il risultato è simile: il cane non produce più insulina a sufficienza, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule.
I sintomi più comuni sono dimagrimento, aumento marcato della fame e della sete e una produzione di urina molto abbondante. A volte questi segnali compaiono gradualmente, altre volte diventano evidenti nel giro di pochi giorni. Alla visita veterinaria si riscontrano glicemia persistentemente elevata e presenza di glucosio nelle urine.
Una volta fatta la diagnosi, nel cane si imposta sempre una terapia insulinica, che va seguita con grande precisione.
Perché l’alimentazione è importante (anche se non è tutto)

Nel cane, a differenza del gatto, l’alimentazione non è lo strumento principale per abbassare la glicemia: questo compito spetta all’insulina. Tuttavia il cibo ha un ruolo chiave nel rendere stabile la terapia, evitando picchi glicemici imprevedibili.
Dopo la diagnosi, è fondamentale che il cane mangi sempre lo stesso alimento, nella stessa quantità e agli stessi orari. Questo aiuta il medico veterinario a calibrare correttamente la dose di insulina, soprattutto nelle prime settimane, quando si cercano gli equilibri giusti.
Cosa può mangiare un cane diabetico
Molto spesso il veterinario consiglia un alimento commerciale specifico per il diabete, ma non è una regola assoluta. Se il cane soffre anche di altre patologie (per esempio intestinali o pancreatiche), può essere più utile scegliere un cibo mirato a quel problema e lasciare che sia l’insulina a gestire la glicemia.
La regola d’oro è una sola: il cane deve mangiare esclusivamente ciò che è stato prescritto. Niente extra, niente assaggi “perché ha fame”.
Solo quando la glicemia è stabile, il peso è tornato nella norma e i sintomi sono sotto controllo, si può valutare — sempre con il veterinario — l’introduzione di piccolissimi extra a basso impatto glicemico: carne essiccata semplice, yogurt bianco senza zucchero, oppure qualche verdura cruda come carota, finocchio o sedano. La frutta, invece, è generalmente da limitare o evitare.
Cosa non dare mai a un cane diabetico
Nei primi periodi della malattia, qualsiasi extra è da evitare. Anche in seguito, restano vietati tutti i cibi che possono far salire rapidamente la glicemia.
Da evitare in particolare:
- zucchero e miele (se non in caso di ipoglicemia su indicazione veterinaria)
- frutta molto zuccherina
- biscotti e snack con farine o amidi
- prodotti con sciroppo di glucosio
- pane, pasta e cereali
- farmaci in forma di sciroppo
Anche piccoli “sgarri” possono avere conseguenze importanti.
Dieta casalinga per il cane diabetico: è possibile?
Sì, l’alimentazione casalinga è una valida opzione, se formulata correttamente. Permette di adattare la dieta non solo al diabete, ma anche ad eventuali altre patologie e ai gusti del cane.
In linea generale, una dieta casalinga per cane diabetico è:
- a basso indice glicemico
- ricca di proteine animali (carne, pesce, uova)
- con grassi modulati in base al soggetto
- sempre accompagnata da verdure, utili anche per la salute intestinale
- integrata con Omega-3, per contrastare l’infiammazione sistemica spesso associata al diabete
Naturalmente, una dieta di questo tipo deve essere formulata da un professionista, per evitare carenze o squilibri.
In conclusione
Gestire un cane con diabete richiede costanza, precisione e collaborazione stretta con il medico veterinario. L’alimentazione da sola non cura la malattia, ma fa la differenza nel mantenere stabile la terapia insulinica e nel migliorare la qualità di vita del cane.
Routine, coerenza e scelte consapevoli sono gli strumenti più efficaci che abbiamo a disposizione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I gatti e il formaggio: sì, no o “solo un assaggino”?
In Italia il formaggio è una cosa seria. Ne abbiamo di ogni tipo, consistenza e profumo, e spesso finiscono per incuriosire anche chi ci osserva dalla cucina con aria interessata. Ed è qui che nasce la classica domanda: il gatto può mangiare il formaggio?
La risposta breve è sì, ma con parecchi “ma” da tenere bene a mente. E soprattutto vale la pena chiedersi se sia davvero un alimento utile per il gatto o più che altro una nostra tentazione.In questo articolo vediamo quali formaggi possono essere dati al gatto, quali è meglio evitare del tutto e in che quantità, tenendo conto di un aspetto fondamentale: il rapporto tra gatto e lattosio.
Il gatto ha davvero bisogno del formaggio?
Partiamo da un concetto chiave: il formaggio non è un alimento necessario nella dieta del gatto. Il gatto è un carnivoro stretto, con fabbisogni nutrizionali molto specifici che vengono soddisfatti da proteine animali, grassi e micronutrienti di origine animale.
Il formaggio non rientra in questa categoria e, nella maggior parte dei casi, è più una concessione del proprietario che una reale esigenza del gatto.
Detto questo, se ogni tanto capita di offrire un minuscolo pezzetto, non stiamo automaticamente facendo un danno, purché si scelga il tipo giusto.
Quali formaggi può mangiare il gatto (e quali no)

Non tutti i formaggi sono uguali, soprattutto dal punto di vista della digestione felina.
Formaggi da evitare completamente
- Gorgonzola, Roquefort e altri formaggi erborinati: contengono muffe che possono risultare dannose per il gatto.
- Formaggi a crosta fiorita come Brie e Camembert: anche qui il problema sono le muffe, in particolare quelle del genere Penicillium.
Formaggi che si possono dare con molta cautela
- Mozzarella, burrata, mozzarella di bufala e formaggi freschi a pasta filata: sono ricchi di lattosio. Se dati, devono essere in quantità minuscole, perché il rischio di diarrea è concreto.
- Caciocavallo, fontina, asiago, pecorino e caciotte: contengono meno lattosio rispetto ai formaggi freschi, ma sono molto calorici e spesso ricchi di sale.
I più “sicuri”, sempre con moderazione
- Parmigiano Reggiano e Grana Padano: grazie alla lunga stagionatura hanno un contenuto di lattosio molto basso e sono ricchi di nutrienti. Restano però alimenti molto calorici e ricchi di calcio, quindi da usare come eccezione.
Gatto e lattosio: una questione di età
Uno dei motivi principali per cui il formaggio va dosato con attenzione è il lattosio. Il gatto, come la maggior parte dei mammiferi, perde progressivamente la capacità di digerirlo.
La produzione dell’enzima lattasi, necessario per digerire il lattosio, è elevata nelle prime settimane di vita, quando il gattino si nutre di latte. Con la crescita, questa produzione diminuisce drasticamente.
Di fatto, il gatto adulto è poco capace di digerire il lattosio, e questo spiega perché latte e latticini possano causare feci molli o diarrea. Non è una vera e propria intolleranza “patologica”, ma una condizione fisiologica legata all’età.
Quanta quantità di formaggio può mangiare un gatto?
Qui arriviamo al punto più importante: le quantità.
I formaggi sono alimenti estremamente calorici. Per fare qualche esempio:
- mozzarella: circa 280 kcal per 100 g
- burrata o Parmigiano: oltre 400 kcal per 100 g
Un gatto di circa 5 kg che vive in casa consuma mediamente 180–200 kcal al giorno. Questo significa che 50 g di burrata coprirebbero già l’intero fabbisogno calorico giornaliero, con evidenti squilibri nutrizionali.
Una quantità ragionevole può essere circa 5 grammi di formaggio, non tutti i giorni, e osservando sempre la risposta intestinale del gatto.
In conclusione
Il gatto può mangiare il formaggio, ma solo come eccezione, in quantità molto ridotte e scegliendo con attenzione il tipo. Non è un alimento necessario, non migliora la dieta e, se abusato, può favorire diarrea, aumento di peso e squilibri nutrizionali.
Se il gatto mostra poco interesse, tanto meglio: significa che sta seguendo il suo istinto. E se invece ogni tanto allunga il muso verso un pezzetto di Parmigiano, ricordiamoci che la moderazione è la vera regola d’oro.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Lettiera del gatto per il cane: perché è così irresistibile?
Chi vive con un cane e un gatto lo sa: uno dei comportamenti più difficili da tollerare è il cane che va a “fare visita” alla lettiera del gatto. Non si tratta solo di una questione di disgusto, ma di un comportamento che può avere conseguenze anche serie sulla salute del cane. Capire perché la lettiera del gatto risulti così attraente è il primo passo per affrontare il problema in modo corretto.
Convivenza cane e gatto: quando nasce il problema
Quando cane e gatto condividono gli spazi, possono comparire comportamenti spiacevoli che non sempre sono facili da interpretare. Il cane che mangia la lettiera del gatto è uno di questi. Le motivazioni non sono mai univoche: spesso entrano in gioco più fattori insieme, come fame, noia, problemi intestinali o semplicemente la scoperta di qualcosa che il cane considera buono.
Perché le feci del gatto piacciono al cane
Il primo motivo è piuttosto semplice, anche se poco piacevole: al cane le feci del gatto spesso piacciono. Questo dipende dal fatto che il cibo per gatto è più ricco di grassi rispetto a quello per cane. Una parte di questi grassi non viene completamente digerita e finisce nelle feci, rendendole molto appetibili per il cane. In questi casi, la lettiera viene ingerita come “effetto collaterale” mentre il cane cerca le feci.
Fame reale o percepita
Un’altra causa frequente è la fame. Cani messi a dieta, con accesso limitato al cibo o con patologie che aumentano l’appetito, come diabete mellito, ipotiroidismo o dopo la castrazione, possono iniziare a cercare cibo ovunque. In queste situazioni il cane può rivolgere l’attenzione anche verso ciò che noi non consideriamo cibo, come feci e lettiera del gatto.
Quando il cane mangia proprio la lettiera

Diverso è il caso in cui il cane mangia la lettiera in sé, a volte anche quando è pulita. Qui non siamo più di fronte solo a un comportamento legato al gusto. Se la lettiera è minerale o in silicio, quindi composta da materiale non commestibile, si entra nel campo della pica, cioè l’ingestione di oggetti non alimentari. Questo comportamento è sempre anomalo e indica un problema di fondo, che può essere comportamentale, gastroenterico o una combinazione delle due cose.
Noia, ansia e intestino
Un cane che ingerisce materiale non alimentare può farlo per noia, ansia o mancanza di autocontrollo. In altri casi può esserci un’infiammazione intestinale sottostante che spinge il cane a cercare sollievo attraverso l’ingestione di sostanze insolite. Capire quale sia la causa reale richiede il supporto di un medico veterinario esperto in comportamento, l’unico in grado di escludere problemi organici e impostare un percorso adeguato.
Il caso delle lettiere vegetali
Alcuni cani mostrano interesse solo per lettiere a base di mais o altri materiali vegetali. Anche se non sono veri alimenti, queste fibre possono essere ingerite volontariamente dal cane nel tentativo di alleviare un malessere intestinale. Anche in questo caso, però, la componente ansiosa e il legame tra intestino e cervello giocano un ruolo importante, e il problema non va banalizzato.
Le conseguenze per la salute del cane
Mangiare la lettiera del gatto non è solo sgradevole. Le conseguenze possono andare dall’alito cattivo e vomito fino a problemi molto più seri. Una delle complicazioni più frequenti è la trasmissione di parassiti intestinali. Alcuni parassiti possono passare dal gatto al cane, come il Toxoplasma gondii, che nel cane può causare anche sintomi neurologici importanti.
Un altro rischio è l’occlusione intestinale: sia le lettiere minerali sia quelle vegetali possono formare boli che l’intestino non riesce a spingere avanti, rendendo necessario, nei casi più gravi, un intervento chirurgico.
Cosa fare nel breve termine
Nel breve periodo è fondamentale impedire al cane l’accesso alla lettiera del gatto. Una soluzione pratica è mettere la lettiera in una zona a cui il cane non ha accesso, per esempio un balconcino con la gattaiola o un bagno con la gattaiola. È comunque indispensabile pulirla ogni giorno, perché l’accumulo di odore di ammoniaca può spingere il gatto a non usarla.
Cosa fare nel lungo termine
Nel lungo periodo è necessario lavorare sulle cause profonde del comportamento. Se c’è un problema metabolico, gastroenterico o comportamentale, va identificato e trattato per tempo. Ignorare il problema significa rischiare che si aggravi, con conseguenze sempre più difficili da gestire per il cane e per la convivenza con il gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Problemi digestivi del cane: come riconoscerli e interpretarli
I problemi digestivi nel cane sono sempre più comuni e spesso vengono sottovalutati. Capita di pensare che vomitare ogni tanto o avere feci molli sia “normale”, soprattutto se succede a tanti cani. In realtà non è così. L’apparato digerente del cane manda segnali chiari quando qualcosa non funziona, e imparare a leggerli è fondamentale. Questo articolo è pensato per chi vive con cane e gatto, perché anche se qui ci concentriamo sul cane, l’attenzione all’apparato digerente dovrebbe essere una buona abitudine per entrambi.
Quando parlare davvero di problemi digestivi
Un episodio isolato può capitare, ma quando un sintomo si ripete nel tempo non va ignorato. In generale, se uno o più disturbi digestivi compaiono anche solo in modo intermittente, ma più di una volta a settimana per almeno tre settimane, è corretto parlare di un problema digestivo. Nella maggior parte dei casi, questi segnali sono l’espressione di una infiammazione intestinale cronica, oggi definita più correttamente come enteropatia cronica.
Vomito: non solo una questione di stomaco vuoto
Il vomito è uno dei segnali più frequenti. Può avvenire a stomaco pieno, a stomaco vuoto, subito dopo mangiato oppure dopo aver ingerito erba. Il classico vomito giallo, biliare, è molto comune nei cani che restano a digiuno per molte ore. Anche se è diffuso, non deve essere considerato normale. Un vomito che si ripresenta con regolarità è sempre un campanello d’allarme.
Diarrea: attenzione a consistenza e frequenza

Spesso si parla di diarrea solo quando le feci sono liquide, ma la definizione è più ampia. Feci molli, non raccoglibili, o un aumento della frequenza di defecazione oltre le tre volte al giorno rientrano già nella diarrea. Un cane che defeca cinque volte al giorno, anche con feci formate, può avere una diarrea cronica. Osservare le feci è utile perché può dare indicazioni su quale tratto dell’intestino è coinvolto, anche se non sostituisce gli esami diagnostici.
Costipazione: meno comune, ma possibile
La costipazione è meno frequente nel cane rispetto al gatto, ma può comunque comparire. Si parla di costipazione quando il cane defeca meno di una volta al giorno. Anche questo può essere un segnale di infiammazione intestinale, ma è importante escludere altre cause, come problemi prostatici nei maschi o disturbi delle sacche perianali.
Colite: il muco come segnale chiave
La presenza di muco nelle feci è uno dei segni più tipici di colite, cioè infiammazione dell’intestino crasso. Spesso è accompagnata da urgenza di defecazione e da un aumento della frequenza. I cani che defecano più di quattro volte al giorno rientrano spesso in questo quadro. In alcune razze la colite può essere particolarmente seria, ma può colpire qualsiasi cane.
Dolore addominale: il sintomo che passa inosservato
Le coliche sono tra i segnali più difficili da riconoscere. Non sempre si accompagnano a diarrea o vomito. A volte l’unico indizio è un cane che si isola, si nasconde o appare infastidito dopo mangiato. In altri casi si possono sentire borborigmi, i classici rumori intestinali, o osservare veri e propri spasmi addominali.
Disoressia: quando il cane mangia senza entusiasmo
La disappetenza è probabilmente il sintomo più sottovalutato. Un cane che non mangia con gusto tutti i pasti, soprattutto al mattino, va osservato con attenzione. In alcune taglie e razze può essere l’unico segnale di un problema intestinale cronico, anche in assenza di altri disturbi evidenti.
Cosa fare se sospetti problemi digestivi
Il primo passo è riconoscere che il problema esiste. Se i sintomi si ripetono, è importante rivolgersi al medico veterinario per una visita e alcuni esami di base, come analisi delle feci o del sangue. Se questi non chiariscono la situazione e i disturbi persistono, soprattutto nei cani giovani, può essere utile il consulto con un veterinario gastroenterologo.
Come aiutare concretamente il cane
Nei momenti acuti può essere necessario un supporto farmacologico, come antiemetici o astringenti, e in alcuni casi fluidoterapia. Gli antibiotici, salvo situazioni specifiche, non sono la soluzione ideale nel lungo periodo. Spesso il vero punto di svolta è la dieta, che deve essere personalizzata: alcuni cani necessitano di meno grassi, altri di più fibre o di fonti proteiche specifiche. Nei casi più complessi può essere indicata un’endoscopia con biopsia, uno strumento diagnostico prezioso.
Riconoscere i problemi digestivi del cane richiede osservazione, pazienza e collaborazione con il medico veterinario. I miglioramenti possono essere graduali, ma con il percorso giusto il benessere a lungo termine è un obiettivo realistico.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatti e odori: quali odiano?
Chi vive con un gatto si accorge presto che questo animale ha un rapporto molto particolare con gli odori. Un profumo che per noi è piacevole può diventare insopportabile per il gatto, tanto da spingerlo ad allontanarsi o a evitare una stanza. Capire come funziona l’olfatto del gatto e quali odori risultano sgraditi è utile non solo per migliorare la convivenza, ma anche per evitare stress inutili. L’articolo è pensato per chi vive con cane e gatto, perché spesso in casa gli odori sono condivisi, ma percepiti in modo molto diverso.
Il ruolo dell’olfatto nel gatto
Il gatto possiede un olfatto molto più sviluppato rispetto a quello umano. È considerato, come il cane, un animale macrosmatico, cioè capace di percepire e distinguere moltissime molecole odorose. Questa abilità è legata alla sua natura di carnivoro cacciatore: l’odore è fondamentale per riconoscere il cibo, valutare l’ambiente e individuare potenziali pericoli. Rispetto al cane, però, il gatto affianca all’olfatto anche una vista molto efficiente, soprattutto nel cogliere i movimenti.
Quando una molecola odorosa entra nel naso del gatto, viene trasformata in un segnale che il cervello interpreta come gradevole o sgradevole. Da qui nasce la reazione: avvicinarsi, restare indifferente oppure allontanarsi rapidamente.
Menta e odori mentolati

Tra gli odori meno amati dai gatti troviamo quelli mentolati. Menta, eucalipto e timo hanno note molto pungenti che risultano fastidiose per il loro olfatto. Non si tratta di sostanze tossiche, ma l’intensità dell’aroma provoca una reazione di rifiuto immediata. È facile notare come il gatto si scosti di colpo se sente un odore di questo tipo. Per questo motivo, profumi per ambienti o detergenti mentolati non sono ideali in una casa con un gatto.
Agrumi
Anche gli agrumi rientrano tra gli odori poco graditi. Arancia, limone, mandarino e bergamotto emanano profumi molto intensi, soprattutto dalla buccia. Questi oli essenziali non sono tossici, ma risultano eccessivamente forti per le narici del gatto. È normale quindi che eviti zone dove sono presenti scorze o profumazioni agrumate.
Odori legati a esperienze negative
Il gatto è particolarmente bravo ad associare un odore a un’esperienza spiacevole. Questo meccanismo, noto come avversione appresa, riguarda soprattutto l’odore del cibo. Se un gatto si è sentito male dopo aver mangiato un certo alimento, anche per cause non direttamente collegate, può rifiutare quell’odore per molto tempo. Non si tratta di un comportamento razionale e non esistono scorciatoie per “convincerlo” ad accettarlo di nuovo: l’unica soluzione è aspettare.
Aceto
L’odore dell’aceto, acido e penetrante, è generalmente mal tollerato dal gatto. Non è una sostanza tossica, ma la sua intensità lo rende sgradevole. In alcuni casi, piccole quantità possono essere accettate, soprattutto se l’odore più forte ha avuto il tempo di attenuarsi. È comunque meglio usarlo con cautela, soprattutto nelle pulizie domestiche.
Profumi chimici e oli essenziali
Molti profumi per la persona o per la casa, sia naturali sia sintetici, possono risultare fastidiosi. Il gatto lo dimostra semplicemente cambiando stanza o evitando il contatto. Un buon approccio è introdurre gradualmente un nuovo profumo, osservando il comportamento del gatto e lasciandogli la possibilità di scegliere.
Alcol
L’alcol è spesso presente nei profumi e nei detergenti. Oltre a essere percepito come molto sgradevole, rappresenta anche una sostanza potenzialmente tossica per il gatto. Fortunatamente evapora in fretta, ma è bene prestare attenzione durante l’uso.
Sostanze fortemente irritanti
Ammoniaca, cloro e acidi forti hanno un odore estremamente intenso e sono tossici. Il gatto li percepisce come dolorosi già a livello olfattivo. Anche se diluiti, è sempre consigliabile tenere il gatto lontano durante l’utilizzo.
In conclusione
Il gatto vive gli odori in modo molto più intenso rispetto a noi. Rispettare questa sensibilità significa migliorare il suo benessere quotidiano e rendere la casa un ambiente più sereno, per il gatto, per il cane e anche per noi.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I cibi che i cani preferiscono: come orientarsi tra gusti, abitudini e buon senso
Chi vive con un cane lo sa bene: davanti al cibo l’entusiasmo non manca quasi mai. Questo però non significa che tutti gli alimenti suscitino la stessa reazione. Con il tempo impariamo a riconoscere quali profumi fanno davvero “scattare” il cane e quali invece vengono accettati senza particolare trasporto. Capire cosa piace di più al cane è utile non solo per viziarlo ogni tanto, ma anche per scegliere premi, extra e integrazioni in modo consapevole. L’articolo è pensato per proprietari di cane e gatto, perché spesso in casa la gestione del cibo riguarda entrambi, anche se con esigenze molto diverse.
Come si capisce cosa piace davvero al cane
Il cane tende ad assaggiare quasi tutto, ma ci sono segnali chiari: agitazione quando sente un odore specifico, attenzione improvvisa verso la cucina, ricerca insistente di quel cibo. Ogni cane ha preferenze personali, ma esistono categorie di alimenti che risultano più appetibili in generale. Di solito vincono i cibi ricchi di proteine e grassi, ma anche sapori salati e leggermente dolci sono molto graditi.
Carne: il grande classico
La carne è in assoluto tra i cibi più amati. Il cane è un carnivoro con una buona capacità di adattamento e reagisce in modo molto positivo alla presenza di carne nella ciotola. Manzo, maiale ben cotto, pollo e tacchino sono tra le scelte più apprezzate. È fondamentale ricordare che la carne di maiale deve essere sempre cotta completamente, mentre le altre carni possono essere crude solo all’interno di diete formulate da un professionista. Se usata come extra, meglio una cottura semplice e senza condimenti, evitando ingredienti tossici come aglio e cipolla.
Formaggio: irresistibile, ma con moderazione
Molti cani mostrano un vero entusiasmo per il formaggio. Il motivo è probabilmente legato al contenuto di grassi e all’odore intenso. Il formaggio può essere usato come premio occasionale, scegliendo varietà stagionate e a pasta dura, in quantità molto ridotte. I formaggi freschi sono più ricchi di lattosio e possono causare disturbi intestinali. Da evitare completamente quelli con muffe.
Dolci: piacciono, ma sono da evitare
Anche se il cane può sembrare entusiasta davanti a biscotti e cornetti, i dolci non sono adatti. Apportano zuccheri e grassi in eccesso e possono creare sbalzi glicemici poco salutari. Alcuni ingredienti, come cioccolato e uvetta, sono addirittura tossici. Se si vuole condividere un momento come la colazione, meglio scegliere alternative più idonee, come piccoli snack proteici o yogurt naturale.
Frattaglie: gusto intenso e valore nutrizionale

Fegato e cuore sono spesso molto graditi, anche se poco presenti nelle abitudini quotidiane. Oltre al sapore deciso, apportano vitamine importanti. Proprio per questo devono essere dosate con attenzione, soprattutto il fegato. Le regole di preparazione sono simili a quelle della carne, facendo attenzione a non eccedere.
Pane: tradizione da rivedere
Il pane è stato a lungo considerato adatto al cane, ma oggi se ne riconoscono i limiti. È calorico, povero di nutrienti utili e ricco di glutine. Può essere offerto solo saltuariamente e in piccole quantità, soprattutto se il cane mostra sensibilità digestive.
Yogurt, frutta e verdura
Alcuni cani apprezzano alimenti considerati “insospettabili”. Lo yogurt naturale, senza zuccheri, può risultare gradevole per il sapore leggermente acidulo. La frutta piace per il contenuto zuccherino, ma va limitata e mai data ogni giorno; l’uva resta sempre vietata. La verdura, esclusi gli ortaggi tossici o crudi problematici, può essere proposta soprattutto a cani senza disturbi intestinali, spesso cruda per la sua croccantezza.
Conclusione
Conoscere i cibi che il cane preferisce aiuta a migliorare il rapporto quotidiano e a gestire meglio premi ed extra. Il gusto è importante, ma deve sempre andare di pari passo con la salute, ricordando che ciò che piace non è sempre ciò che fa bene
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatti vegani: perché non è una buona idea
Negli ultimi anni si è tornati a parlare di gatti vegani, complici alcuni studi rilanciati sui social e interpretati in modo un po’ troppo libero. Così molte persone hanno iniziato a chiedersi se un gatto possa vivere seguendo un’alimentazione completamente vegetale. In alcuni casi c’è addirittura chi sostiene che si possa “educare” un gatto al veganesimo.
La risposta, però, è semplice e diretta: no, il gatto non può essere vegano. Non si tratta di un’opinione, ma di un dato biologico che riguarda la sua evoluzione, la sua anatomia e la sua fisiologia.
Perché il gatto non è adatto a una dieta vegana
Il gatto discende da un predatore selvatico e, nonostante la convivenza con l’uomo, è cambiato pochissimo nel corso dei millenni. Un gatto che vive libero tende spontaneamente a cacciare e a nutrirsi come i suoi antenati. Questa attitudine alla caccia non è un dettaglio caratteriale, ma un tratto che ritroviamo nel suo corpo.
Basta guardare la bocca del nostro gatto: canini lunghi, denti appuntiti, nessuna superficie piatta adatta a triturare vegetali. È la dentatura di un carnivoro, molto più simile a quella di un cane, di un furetto o di un felino selvatico che non a quella di un animale onnivoro o erbivoro.
E la forma dei denti non è un semplice fatto estetico: è legata a funzioni precise. Un gatto concepito per catturare prede, strappare carne e frantumare ossa avrà anche un apparato digerente, un metabolismo e un fabbisogno nutrizionale coerenti con questo stile alimentare.
Cosa significa “carnivoro stretto”

Il gatto viene definito un carnivoro stretto, mentre il cane è considerato un carnivoro opportunista. Questo perché, durante la sua co-evoluzione con l’essere umano, il cane ha sviluppato una certa flessibilità nel digerire carboidrati e ingredienti vegetali. Il gatto invece no: è rimasto quasi identico ai suoi antenati.
In nutrizione si parla di idiosincrasie nutrizionali, ossia caratteristiche metaboliche determinate dall’evoluzione e non modificabili nel singolo individuo. Il gatto ne ha molte: non può sintetizzare da solo la taurina, non può trasformare la provitamina A in vitamina A attiva, non è in grado di produrre l’acido arachidonico a partire da altri grassi. Sono tutte sostanze che un carnivoro stretto ottiene naturalmente dalla carne.
Questo significa che una dieta vegetale non potrà mai essere completa senza massicce integrazioni sintetiche. E anche ammesso che si provi a compensare, il margine di errore è enorme.
Quali rischi comporta una dieta vegana per il gatto
I problemi legati a un’alimentazione vegana nel gatto sono molti e non sempre immediati da riconoscere.
1. Carenze nutrizionali
Gli alimenti vegani commerciali, secondo diversi studi, risultano spesso non bilanciati. E anche una dieta casalinga vegana presenta rischi enormi: ingredienti poveri dei nutrienti necessari e ricchi di fibra che ostacola l’assorbimento.
Le carenze più evidenti riguardano la taurina (cecità, problemi cardiaci) e gli acidi grassi essenziali (pelo opaco, pelle secca). Ma non tutte le carenze sono facili da individuare e non tutti i veterinari sono abituati a sospettarle.
2. Effetti sulla tiroide
Una dieta vegana comporta spesso un uso abbondante di soia. Questa può interferire con la tiroide del gatto, aumentando il rischio di ipertiroidismo, anche a distanza di anni.
3. Alterazioni del microbiota intestinale
Troppe fibre possono modificare pesantemente il microbiota intestinale, con conseguenze ancora poco studiate ma potenzialmente importanti.
Come dovrebbe essere la dieta corretta di un gatto
La nutrizione ideale del gatto deve sempre includere un’alta percentuale di proteine animali: carne, pesce o uova. È preferibile limitare o evitare ingredienti ricchi di amido come cereali, patate e legumi.
Le proteine animali apportano naturalmente taurina, acido arachidonico, vitamine in forma biodisponibile (come la vitamina A attiva) e altri micronutrienti indispensabili. Nei cibi commerciali la taurina può essere integrata, perché il calore dei processi produttivi tende a degradarla.
Piccole quantità di fibra vegetale possono essere utili, ma sempre in modo mirato e moderato.
Conclusione
Voler rispettare le proprie scelte etiche è comprensibile, ma non possiamo applicarle a un gatto, che non ha la fisiologia di un onnivoro. Costringerlo a un regime vegano significa esporsi al rischio di carenze, malattie anche gravi e danni permanenti.
Scegliere l’alimentazione giusta per un gatto non è solo una questione di dieta: è un atto di responsabilità verso un animale che dipende totalmente da noi e che, per natura, rimane un carnivoro a tutti gli effetti.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane e odori: quali proprio non sopporta?
Chi vive con un cane lo sa bene: il naso è il suo strumento principale per interpretare il mondo. L’olfatto gli racconta chi è passato, cosa sta succedendo e perfino se un alimento è interessante oppure no. Ma se è vero che il cane percepisce odori che noi nemmeno notiamo, è altrettanto vero che alcuni profumi gli risultano davvero insopportabili.
In questo articolo vediamo perché il cane detesta certi odori e quali sono quelli più comunemente sgraditi.
Perché l’olfatto del cane è così sensibile?
Il cane è un animale macrosmatico, cioè dotato di un olfatto estremamente sviluppato. L’essere umano, al contrario, è microsmatico, e questo dipende dall’evoluzione delle due specie. Per un predatore l’olfatto è sempre stato essenziale: doveva individuare la preda e seguirne le tracce, molto prima di assaggiarla. Per noi, invece, il gusto è sempre stato più utile per evitare cibi potenzialmente tossici.
Il meccanismo dell’olfatto nel cane è affascinante: quando respira, le molecole presenti nell’aria raggiungono la mucosa olfattiva, ricca di cellule specializzate. Queste cellule trasformano gli stimoli chimici in impulsi elettrici che arrivano al cervello, dove vengono interpretati come odori gradevoli, neutri o sgradevoli.
E qui arriva il punto: la percezione degli odori è soggettiva. Alcuni cani detestano un’essenza che altri tollerano, o addirittura apprezzano. Ma ci sono odori che, per motivi biologici o evolutivi, risultano fastidiosi per la maggior parte dei cani.
Odori sgraditi al cane: quali sono e perché

Agrumi
Il profumo di limone, arancia, mandarino, pompelmo e altri agrumi è generalmente percepito come troppo pungente. Il problema non è la polpa, quanto gli oli essenziali contenuti nella buccia. Non sono tossici, ma possono risultare davvero invadenti per il cane.
Se il cane si allontana quando sbucciate un’arancia, è semplicemente questione di gusto.
Menta ed erbe “rinfrescanti”
La menta, insieme a piante come eucalipto, timo e altre erbe balsamiche, tende a essere poco tollerata. Ciò che per noi è una piacevole sensazione di freschezza, per il cane può risultare eccessivamente intenso.
Tuttavia, alcuni snack per cani contengono menta o eucalipto: dipende sempre dalla sensibilità del singolo individuo.
Aceto
L’odore dell’aceto è spesso sgradito e per questo alcune persone lo usano come deterrente.
Curiosamente, l’acido acetico potrebbe avere effetti benefici sull’intestino del cane, ma nella realtà è difficilissimo sfruttarlo perché a molti cani il suo aroma proprio non piace.
Non è un rifiuto universale, però: alcuni cani ne sono addirittura attratti.
Odori “acidi” (frutta acerba)
Molti cani non gradiscono la frutta acerba, più ricca di molecole acide. Gli agrumi rientrano in questa categoria, ma anche mele verdi non mature o altri frutti possono risultare poco appetibili.
Resta comunque una risposta soggettiva: alcuni cani adorano il gusto acidulo.
Oli essenziali
Gli oli essenziali, anche quelli che a noi sembrano delicati come la lavanda, sono spesso troppo concentrati per il cane. Il loro aroma può essere percepito come eccessivo, soprattutto in ambienti chiusi.
Utilizzarli in casa significa farlo con attenzione e, se possibile, offrire al cane la possibilità di allontanarsi.
Profumi, spray e candele aromatiche
Profumatori per ambienti, deodoranti spray, candele e diffusori possono essere davvero pesanti per il cane.
A differenza della vista, l’olfatto non si può “spegnere”: se un odore è presente nell’ambiente, il cane lo percepisce continuamente. Anche se nel tempo ci abituiamo a un certo profumo, lui potrebbe invece continuare a trovarlo disturbante.
È buona norma lasciare almeno una stanza “neutra”, senza profumi intensi.
Alcol
L’odore dell’alcol è pungente e il cane lo percepisce come potenzialmente tossico. E infatti l’alcol è dannoso se ingerito.
Attenzione però: l’odore di frutta in fermentazione contiene note alcoliche mescolate a sentori dolci. Alcuni cani – tratti in inganno dal profumo zuccherino – potrebbero avvicinarsi con curiosità, correndo un rischio reale.
Cloro e ammoniaca
Prodotti per la pulizia che contengono cloro o ammoniaca risultano irritanti non solo per il cane ma anche per noi.
Queste molecole attivano recettori del dolore, non quelli dell’olfatto. Ecco perché un cane può scappare subito quando si usa candeggina o un detergente molto aggressivo.
Meglio tenere il cane lontano da queste sostanze e areare bene la casa.
Conclusione
L’olfatto del cane è un universo complesso e affascinante, molto più sensibile del nostro. Capire quali odori gli risultano sgradevoli permette di rispettare il suo benessere, evitare stress inutili e rendere la casa un ambiente più accogliente anche per lui.
E ricordiamoci sempre: ogni cane ha preferenze personali. Alcuni odori sono comunemente sgraditi, altri sono semplicemente una questione di… naso!
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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