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Quali sono le caratteristiche di una buona dieta per cane e gatto?

giovedì, 03 Settembre 2026 by Gruppo Nutravet
caratteristiche di una buona dieta per cane e gatto

Quando scegliamo cosa mettere nella ciotola del nostro cane o gatto, ci lasciamo spesso guidare dal prezzo, dalle abitudini, dalla pubblicità o magari dalla confezione più accattivante. Ma quali sono davvero le caratteristiche che dovrebbe avere una dieta adatta a cane e gatto?

Prima di scegliere un alimento o uno specifico stile alimentare, ci sono alcuni aspetti fondamentali da considerare. Una dieta non dovrebbe essere valutata soltanto perché piace al cane o al gatto o perché viene presentata come “naturale”: bisogna capire se è realmente adatta alle sue esigenze.

La dieta deve essere sicura

Il primo requisito è probabilmente il più importante: la dieta deve essere sicura.

Questo significa che gli alimenti proposti non devono rappresentare un pericolo per la salute del cane o del gatto, né nell’immediato né nel lungo periodo. Bisogna quindi prestare attenzione alla possibile presenza di microrganismi, sostanze tossiche o altri elementi potenzialmente dannosi.

Un alimento può quindi sembrare appetibile e di buona qualità, ma se non è sicuro non può essere considerato una scelta adeguata.

Completa e bilanciata: non sono la stessa cosa

Un’altra caratteristica fondamentale è che la dieta sia completa, cioè che fornisca tutti i nutrienti necessari nelle quantità appropriate, evitando sia le carenze sia gli eccessi.

Ma non basta. La dieta deve essere anche bilanciata, ovvero deve rispettare determinati rapporti ed equilibri tra i nutrienti, così da sostenere la salute del cane o del gatto nel tempo.

Questo è uno dei motivi per cui preparare una dieta casalinga senza una corretta formulazione può essere rischioso: scegliere ingredienti singolarmente “sani” non significa automaticamente ottenere una dieta completa e bilanciata.

Quanto è importante la digeribilità?

caratteristiche di una buona dieta per cane e gatto

Un aspetto a cui si presta spesso poca attenzione è la digeribilità.

Un alimento altamente digeribile permette infatti al cane o al gatto di assorbire e utilizzare una maggiore quantità dei nutrienti che contiene. Al contrario, ciò che non viene digerito e assorbito prosegue lungo il tratto intestinale fino a essere eliminato con le feci.

Anche l’osservazione delle feci può quindi fornire qualche informazione interessante: feci molto abbondanti possono essere un segnale da non ignorare, soprattutto se associate ad altri disturbi.

E poi deve piacere!

Sembra scontato, ma una dieta deve essere anche appetibile: deve cioè essere gradita al cane o al gatto.

E qui le cose possono diventare un po’ più complicate! 😅 Alcuni cani sono particolarmente disponibili ad assaggiare praticamente qualsiasi cosa, mentre con alcuni cani e soprattutto con molti gatti la scelta dell’alimento può trasformarsi quasi in una puntata di MasterChef.

Una dieta perfettamente formulata, ma che il cane o il gatto rifiuta, difficilmente sarà una soluzione praticabile nel quotidiano.

La dieta ideale deve essere anche fattibile

C’è poi un aspetto molto concreto, che spesso viene dimenticato: la dieta deve essere compatibile con la vita quotidiana della famiglia.

Bisogna infatti considerare non soltanto le caratteristiche del cane o del gatto, ma anche il tempo disponibile, la possibilità di seguire correttamente le indicazioni e naturalmente i costi.

Per esempio, se sappiamo di non avere il tempo o la precisione necessari per preparare correttamente una dieta casalinga, potrebbe essere preferibile scegliere un buon alimento industriale piuttosto che improvvisare una dieta incompleta.

Non esiste una dieta perfetta per tutti

Fin qui abbiamo parlato delle caratteristiche generali che una dieta dovrebbe possedere, ma c’è un altro principio fondamentale: la dieta deve essere adatta al singolo soggetto.

Età, stato fisiologico, stile di vita e soprattutto eventuali problemi di salute possono modificare completamente la scelta.

Un cane con determinate patologie, per esempio, potrebbe avere necessità nutrizionali molto diverse rispetto a un cane sano. Nel materiale viene citato il caso dei calcoli urinari di struvite e degli urati, per i quali la composizione della dieta può dover essere modificata in funzione del tipo di calcolo presente.

Queste valutazioni devono essere effettuate dal Medico Veterinario che segue il cane o il gatto, soprattutto quando è presente una patologia.

Cane e gatto non sono piccoli esseri umani

Un errore molto comune è pensare all’alimentazione di cane e gatto utilizzando gli stessi criteri che utilizziamo per noi.

Ma cane e gatto hanno esigenze nutrizionali specifiche, che non possiamo semplicemente sovrapporre a quelle dell’essere umano. Il gatto, in particolare, è un carnivoro stretto e presenta caratteristiche nutrizionali che devono essere considerate attentamente quando si sceglie la sua dieta.

Per questo una dieta basata sugli avanzi della tavola, con pasta, pane, sugo e qualche alimento aggiunto “a caso”, non può essere considerata una dieta correttamente formulata.

E attenzione anche agli alimenti che per noi sono perfettamente innocui: non significa che lo siano necessariamente per cane e gatto. Un esempio è l’uva, che può essere altamente tossica.

Non lasciamoci guidare solo dalle mode

Grain free, pressato a freddo, BARF, dieta casalinga, alimento naturale… nel mondo dell’alimentazione di cane e gatto le proposte sono davvero tantissime.

Il problema non è necessariamente il nome dello stile alimentare, ma il fatto che non basta un’etichetta o uno slogan per stabilire se una dieta sia adatta. Anche chi si informa con attenzione può incontrare informazioni incomplete o fuorvianti.

Quando scegliamo cosa dare da mangiare al nostro cane o al nostro gatto, quindi, proviamo a fare un passo indietro e a porci alcune semplici domande: è sicuro? È completo? È bilanciato? È digeribile? È appetibile? È adatto a quel particolare cane o gatto? Ed è realmente fattibile per la famiglia?

Sono queste le caratteristiche da cui partire per fare una scelta consapevole, molto più degli slogan stampati sulla confezione.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer

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Gli ingredienti della BARF: cosa mettere nella ciotola del cane?

giovedì, 27 Agosto 2026 by Gruppo Nutravet
ingredienti della BARF

Quando si parla di dieta BARF, una delle prime immagini che viene in mente è probabilmente quella di una ciotola piena di carne cruda. Ma la BARF non è semplicemente “carne cruda”: per essere correttamente formulata deve prevedere diverse categorie di alimenti, ciascuna con un ruolo preciso.

Conoscere gli ingredienti è quindi fondamentale, soprattutto per evitare di trasformare una dieta BARF in una semplice ciotola di carne, che non sarebbe sufficiente a coprire tutti i fabbisogni nutrizionali del cane.

Ossa polpose: le famose OP

Le ossa polpose (OP) sono uno degli elementi caratteristici della BARF. Si tratta di ossa che conservano una quantità di carne e che vengono somministrate crude.

Non tutte le ossa, però, sono adatte. Le ossa nude, già spolpate, e soprattutto quelle cotte devono essere evitate, perché possono rompersi e formare schegge potenzialmente pericolose per l’apparato digerente.

Tra le OP generalmente utilizzate troviamo, per esempio, colli e ali di pollo, quaglie e coniglio. Esistono poi OP più impegnative, come alcune parti di tacchino o di agnello, che richiedono maggiore esperienza e attenzione nella scelta.

Per alcuni cani, come cani molto piccoli, anziani con problemi dentali o cani per i quali la masticazione delle ossa è sconsigliata, è possibile ricorrere alle OP macinate, già preparate oppure ottenute attraverso un apposito macinaossa.

Carne senza osso: la CSO

ingredienti della BARF

La sigla CSO indica la “carne senza osso” e rappresenta un’altra componente importante della BARF.

Qui la parola chiave è varietà. Per bilanciare meglio la composizione della dieta, nel testo viene consigliato di preferire soprattutto carni rosse, come bovino, ovino, bufalo e cavallo, particolarmente interessanti anche per il loro apporto di ferro.

Pollo, tacchino e coniglio possono essere utilizzati, ma secondo il materiale di riferimento è preferibile non farli diventare le uniche fonti di CSO.

E il maiale? Può essere inserito solo cotto, in considerazione del rischio legato alla malattia di Aujeszky, o pseudorabbia.

Pesce e uova: meglio non dimenticarli

Una dieta BARF non deve necessariamente essere composta esclusivamente da carne terrestre. Pesce e uova possono contribuire a rendere più varia la dieta e il testo suggerisce di inserirli almeno una volta alla settimana, preferibilmente due.

Se il cane non gradisce il pesce crudo, può essere cotto. Anche le uova possono essere somministrate crude oppure cotte rapidamente: la cottura dell’albume inattiva infatti l’avidina, una sostanza antinutrizionale presente nell’albume crudo.

La trippa verde: un ingrediente particolare

Tra gli ingredienti della BARF c’è poi un alimento che può mettere a dura prova l’olfatto del proprietario: la trippa verde!

Si tratta dei prestomaci dei ruminanti, come rumine, reticolo e omaso di bovini e ovini. Nel materiale viene preferita quella ovina, mentre viene evidenziata la differenza tra la trippa proveniente da animali allevati al pascolo e quella di animali alimentati principalmente con insilati.

La trippa verde viene considerata un ingrediente importante per la sua componente microbica e viene descritta nel testo come una sorta di probiotico naturale all’interno della dieta BARF.

Gli organi: piccoli alimenti, grandi nutrienti

Se c’è una categoria che non dovrebbe essere dimenticata quando si prepara una BARF, è proprio quella degli organi.

Fegato, cuore, milza, reni e polmoni apportano infatti vitamine e oligoelementi differenti, contribuendo in maniera importante alla completezza nutrizionale della dieta.

Un dettaglio interessante riguarda la definizione stessa di “organo”: dal punto di vista nutrizionale non basta considerare l’anatomia. Per esempio, i durelli di pollo o tacchino sono organi anatomicamente parlando, ma nel testo vengono considerati più simili alla CSO per il loro apporto nutrizionale.

Gli organi, quindi, non sono un ingrediente opzionale da eliminare perché poco gradito: devono essere presenti nelle quantità corrette previste dalla formulazione della dieta.

E le verdure? Poche, ma varie

Anche le verdure possono trovare spazio nella BARF, ma in quantità contenute. Nel materiale viene indicato di non superare, nella maggior parte dei casi, circa il 10% della quantità giornaliera.

È importante inoltre scegliere esclusivamente vegetali adatti al cane e variare le fonti. Cipolla e aglio devono essere esclusi, mentre per altri alimenti vegetali, come melanzane, peperoni e pomodori crudi, viene raccomandata attenzione. Tra le verdure indicate troviamo invece carote, finocchi, bieta, cicoria e sedano.

Oli e grassi: non serve esagerare

Infine troviamo oli e grassi, che completano la composizione della dieta.

Il testo pone particolare attenzione agli Omega-3, che possono essere forniti attraverso olio di pesce, e all’olio di lino, fonte di acido alfa-linolenico (ALA). Vengono inoltre citati olio di cocco e burro come grassi funzionali al benessere intestinale.

Anche in questo caso, però, di più non significa meglio: molti tagli di carne utilizzati nella BARF contengono già una quantità significativa di grassi.

Una dieta BARF non è una semplice ciotola di carne

Ossa polpose, CSO, organi, trippa verde, pesce, uova, verdure e grassi: come abbiamo visto, gli ingredienti della BARF sono numerosi e ognuno ha un ruolo specifico.

Per questo motivo improvvisare una dieta BARF scegliendo semplicemente gli ingredienti “che piacciono al cane” non è sufficiente. La quantità e la proporzione dei diversi alimenti devono essere stabilite in modo da coprire correttamente i fabbisogni nutrizionali del cane.

Se stai pensando di iniziare una dieta BARF, il consiglio è quindi di non improvvisare e di affidarti a un Medico Veterinario esperto in nutrizione, che possa formulare la dieta sulla base delle esigenze specifiche del tuo cane.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Che cos’è la BARF? Tutto quello che c’è da sapere

giovedì, 20 Agosto 2026 by Gruppo Nutravet
Che cos'è la BARF

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di dieta BARF, soprattutto tra i proprietari di cani interessati a un’alimentazione fresca e basata su ingredienti di origine animale. Ma che cosa significa davvero BARF? E soprattutto, consiste semplicemente nel dare carne cruda e ossa al cane?

La risposta è no. La BARF è un vero e proprio sistema alimentare che, se scelto, deve essere organizzato e formulato con attenzione.

Cosa significa BARF?

La parola BARF nasce come acronimo dall’inglese Bones And Raw Food, cioè “ossa e cibo crudi”, oppure Biologically Appropriate Raw Food, “cibo crudo biologicamente appropriato”.

Il metodo è stato sviluppato e diffuso soprattutto grazie al lavoro del medico veterinario australiano Ian Billinghurst e, nel tempo, il termine BARF è stato utilizzato per indicare approcci alimentari anche piuttosto diversi tra loro. Per questo motivo non esiste necessariamente una sola “ricetta BARF”: esistono differenti modalità di formulare una dieta BARF, che devono comunque rispettare alcuni principi fondamentali.

Cosa mangia un cane alimentato con BARF?

La caratteristica principale della BARF è l’utilizzo di alimenti crudi di origine animale, insieme ad altri ingredienti necessari a costruire una dieta completa e bilanciata.

Tra gli elementi che possono comporre la razione troviamo:

  • ossa polpose (OP), cioè ossa ricoperte di carne;
  • carne senza osso (CSO);
  • organi, tra cui fegato, cuore e milza;
  • pesce e uova;
  • verdure;
  • fonti di grassi.

In alcune formulazioni viene utilizzata anche la cosiddetta trippa verde, che corrisponde ai prestomaci dei ruminanti. A differenza della trippa che troviamo normalmente in commercio per il consumo umano, quella utilizzata nella BARF non viene lavata e sbiancata e conserva quindi una ricca componente microbica.

Questo significa che seguire una dieta BARF non equivale a dare semplicemente carne cruda al cane. La varietà degli ingredienti e il corretto bilanciamento della razione sono fondamentali per evitare carenze o eccessi nutrizionali.

Anche le verdure possono essere presenti, ma senza esagerare: il cane ha una capacità di digestione della componente vegetale più limitata rispetto a quella degli alimenti di origine animale.

Quali possono essere i vantaggi della BARF?

Uno degli aspetti più interessanti della BARF è la possibilità di conoscere esattamente gli ingredienti che finiscono nella ciotola del cane. La scelta degli alimenti può inoltre essere molto varia e personalizzata.

Quando viene formulata correttamente, la dieta può fornire attraverso gli alimenti una grande parte dei nutrienti necessari, riducendo la necessità di numerose integrazioni rispetto ad alcune formulazioni casalinghe. Nel materiale di riferimento viene inoltre sottolineata l’importanza degli Omega-3, che possono essere aggiunti attraverso specifici integratori.

Un altro vantaggio è rappresentato dalla palatabilità: molti cani apprezzano particolarmente gli alimenti utilizzati nella BARF e la presenza delle ossa polpose permette anche di soddisfare una naturale attività di masticazione.

Dal punto di vista economico, la situazione può variare molto. L’organizzazione iniziale può richiedere una spesa maggiore, ma una volta impostato il sistema, il costo può essere paragonabile a quello di un buon alimento commerciale. Inoltre, la BARF permette di utilizzare anche tagli e parti dell’animale meno apprezzati nel consumo umano, ma nutrizionalmente interessanti.

BARF: quali sono i rischi?

La BARF non è adatta a tutti i cani. Alcuni cani possono avere difficoltà a tollerare gli alimenti crudi, soprattutto in presenza di particolari sensibilità o problemi intestinali. Anche la presenza delle ossa può rappresentare un problema in alcuni casi, ad esempio per specifiche condizioni comportamentali o cliniche.

Le ossa polpose richiedono particolare attenzione anche perché, se somministrate intere, possono provocare fratture dentarie o, più raramente, lesioni e perforazioni intestinali.

Un altro elemento da considerare riguarda la gestione della dieta all’interno della famiglia. Il materiale sottolinea infatti la necessità di particolare cautela quando in casa sono presenti persone immunocompromesse, come soggetti sottoposti a chemioterapia, bambini molto piccoli o donne in gravidanza. Anche un cane sottoposto a terapie immunosoppressive dovrebbe essere seguito con particolare attenzione.

Quindi la BARF è una dieta giusta o sbagliata?

La risposta non può essere semplicemente “sì” o “no”. La BARF, come qualsiasi altro sistema alimentare, deve essere valutata in relazione al singolo cane.

Può rappresentare una valida possibilità per alcuni cani, ma non necessariamente la scelta migliore per tutti. È importante soprattutto evitare il fai-da-te: una dieta composta da carne, ossa e qualche verdura non è automaticamente una dieta completa.

Se stai pensando di passare alla BARF, il consiglio è quindi di rivolgerti a un Medico Veterinario esperto in nutrizione, che possa valutare lo stato di salute del cane e formulare una razione adeguata alle sue specifiche esigenze.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer

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Cani e pomodori: possono mangiarli?

giovedì, 13 Agosto 2026 by Gruppo Nutravet
Cani e pomodori

Il pomodoro è uno degli alimenti che più spesso troviamo sulle nostre tavole, soprattutto durante i mesi estivi. E quando il cane ci guarda mentre mangiamo, può essere difficile resistere a quegli occhi! Ma il cane può mangiare il pomodoro oppure è meglio evitarlo?

La risposta, come spesso accade quando parliamo di alimentazione del cane, è: dipende. Il pomodoro può essere inserito nell’alimentazione del cane, ma bisogna prestare attenzione alla maturazione, alla quantità e alla risposta individuale del cane.

Pomodoro: quali proprietà ha?

Il pomodoro è un alimento composto principalmente da acqua e con un apporto calorico molto basso. Contiene infatti quantità ridotte di grassi, proteine, carboidrati e fibre.

La sua caratteristica più interessante dal punto di vista nutrizionale è però la presenza di vitamina C, vitamina K, folati e antiossidanti, tra cui il licopene, il pigmento responsabile del caratteristico colore rosso del pomodoro.

Quindi sì, il pomodoro può rappresentare un alimento interessante anche per il cane. Ma c’è una questione importante da conoscere: non tutti i pomodori sono uguali.

Il cane può mangiare i pomodori verdi?

Qui dobbiamo fare molta attenzione.

Il pomodoro appartiene alla famiglia delle Solanaceae, che comprende piante caratterizzate dalla presenza di alcuni alcaloidi. Nei pomodori non maturi è presente una maggiore quantità di solanina, motivo per cui i pomodori verdi non sono la scelta adatta per il cane.

Per questo motivo, quando vogliamo offrire pomodoro al cane, è importante scegliere un frutto ben maturo, rosso e morbido. La maturazione comporta infatti una riduzione degli alcaloidi e, contemporaneamente, un aumento del contenuto di licopene.

Attenzione anche a non confondere il colore con la maturazione: alcuni pomodori possono essere rossi esternamente senza essere ancora completamente maturi.

Pomodoro crudo o cotto?

Cani e pomodori

Il pomodoro può essere proposto sia crudo sia cotto. Tuttavia, alcuni cani possono tollerare meno il pomodoro crudo e manifestare disturbi digestivi, come vomito, oppure agitazione dopo il pasto.

Se il cane manifesta questi sintomi dopo aver mangiato pomodoro, è possibile provare a offrirlo cotto e verificare la sua risposta. Se il problema persiste, invece, la scelta migliore è semplicemente eliminare il pomodoro dalla sua alimentazione e utilizzare altre verdure.

Quanto pomodoro può mangiare il cane?

Non esiste una quantità uguale per tutti i cani: la porzione deve essere valutata in relazione alla taglia del cane, alla sua alimentazione complessiva e alle sue esigenze nutrizionali.

Se vogliamo proporre il pomodoro come semplice extra, possiamo iniziare con una quantità molto piccola, per esempio un cubetto delle dimensioni di una nocciola per un cane di piccola taglia oppure una fetta per un cane di taglia grande. Dopo aver verificato la tollerabilità, la quantità potrà eventualmente essere modificata in base alla dieta.

Il pomodoro può essere tagliato a cubetti o a fette senza particolari problemi: essendo un frutto con una fibra piuttosto semplice da digerire, non è necessariamente indispensabile frullarlo come può essere consigliabile fare con altre verdure.

Quando è meglio evitare il pomodoro?

Ci sono alcune situazioni in cui è preferibile non inserirlo nella dieta del cane.

Una particolare attenzione è necessaria nei cani che soffrono di reflusso gastroesofageo o altri disturbi gastrici. Il pomodoro è infatti un alimento acido e, in questi casi, potrebbe contribuire ad accentuare la sintomatologia. Inoltre, il suo contenuto di fibre è piuttosto basso.

Anche la sensibilità individuale deve essere considerata. Se ogni volta che il cane mangia pomodoro compaiono vomito, agitazione o altri disturbi, non ha senso insistere: è possibile scegliere tranquillamente altre verdure.

In definitiva, il cane può mangiare il pomodoro, ma con qualche accortezza. Scegliamolo maturo, iniziamo con piccole quantità e osserviamo sempre la risposta del cane. E soprattutto ricordiamo che un alimento non deve essere necessariamente presente nella dieta solo perché è consentito: la scelta deve tenere conto delle esigenze specifiche del singolo cane e dell’equilibrio complessivo della sua alimentazione.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Quando passare al cibo solido i cuccioli: tempi, consigli e come affrontare lo svezzamento

giovedì, 06 Agosto 2026 by Gruppo Nutravet
Quando passare al cibo solido i cuccioli

L’arrivo del momento dello svezzamento è una delle tappe più importanti nella crescita di un cane. Molti proprietari si chiedono quando sia il momento giusto per iniziare a offrire il cibo solido ai cuccioli e come farlo senza creare problemi digestivi o rallentare il loro sviluppo.

Lo svezzamento è il periodo durante il quale il cucciolo passa gradualmente dal latte materno, oppure dal latte artificiale, all’alimentazione solida. Non si tratta soltanto di un cambiamento nella dieta: in questa fase si sviluppano rapidamente l’apparato digerente, il microbiota intestinale, il sistema nervoso e l’intero organismo. Per questo motivo è importante rispettare i tempi del cucciolo ed evitare cambiamenti troppo bruschi.

Quando iniziare lo svezzamento dei cuccioli

In condizioni normali, i cuccioli iniziano ad avvicinarsi al cibo solido tra la terza e la quinta settimana di vita. Tuttavia, non esiste una regola valida per tutti.

Se la mamma è in buona salute, produce latte a sufficienza e la cucciolata cresce regolarmente, è generalmente preferibile attendere almeno la quarta settimana, o addirittura la quinta, prima di iniziare una vera e propria transizione alimentare. In questo modo si favorisce anche il corretto sviluppo della flora intestinale, fondamentale per la salute futura del cane.

Esistono però situazioni particolari in cui è necessario anticipare lo svezzamento. Ad esempio, se i cuccioli vengono alimentati con latte artificiale oppure se la mamma non può allattarli perché deve assumere determinate terapie, può essere opportuno iniziare già intorno alla seconda-terza settimana, sempre seguendo le indicazioni del Medico Veterinario.

Anche nelle cucciolate molto numerose può essere utile introdurre piccole quantità di alimento prima del previsto, così da alleggerire il lavoro della mamma senza interrompere completamente l’allattamento.

Come passare dal latte al cibo solido

Quando passare al cibo solido i cuccioli

Un errore molto comune è pensare che il passaggio al cibo solido possa avvenire da un giorno all’altro. In realtà lo svezzamento è un processo graduale, che richiede tempo e pazienza.

L’ideale è iniziare offrendo piccolissime quantità di alimento quando compaiono i primi dentini, continuando comunque a lasciare che i cuccioli assumano il latte. Le dosi andranno poi aumentate progressivamente nell’arco di una o due settimane, fino a quando il cane sarà in grado di assumere tutta la razione giornaliera senza bisogno del latte.

Questa gradualità permette all’apparato digerente e al microbiota intestinale di adattarsi al nuovo tipo di alimentazione, riducendo il rischio di diarrea, vomito e disbiosi.

Un piccolo accorgimento può fare la differenza: invece di utilizzare un’unica ciotola per tutta la cucciolata, è preferibile mettere a disposizione tante ciotoline quanti sono i cuccioli, più una aggiuntiva. In questo modo si limita la competizione tra i piccoli e si evita che mangino troppo velocemente, ingerendo aria e favorendo coliche o disturbi intestinali.

Quale cibo scegliere per lo svezzamento

La scelta dell’alimento è altrettanto importante quanto il momento in cui iniziare lo svezzamento.

Chi desidera alimentare il cane con una dieta naturale dovrebbe affidarsi a un Medico Veterinario esperto in nutrizione, perché i fabbisogni nutrizionali durante la crescita sono molto specifici e richiedono un bilanciamento accurato.

Se invece si sceglie un alimento industriale, è fondamentale che sia un alimento completo specifico per cuccioli. Questi prodotti sono formulati per fornire una maggiore densità energetica e tutti i nutrienti necessari a sostenere la rapida crescita del cane.

È consigliabile controllare sempre l’etichetta, privilegiando prodotti che riportino una fonte proteica di origine animale tra i primi ingredienti. Allo stesso tempo, durante lo svezzamento è preferibile evitare alimenti con elevate quantità di legumi, che possono rendere la digestione più impegnativa in una fase già delicata.

Particolare attenzione merita anche la presenza degli Omega-3, acidi grassi essenziali che contribuiscono al corretto sviluppo del sistema nervoso e delle funzioni cognitive del cucciolo.

Meglio alimento umido o secco?

La scelta tra alimento umido e secco dipende soprattutto dall’età dei cuccioli.

Se lo svezzamento deve iniziare molto precocemente, quando i dentini non sono ancora comparsi, un alimento umido completo rappresenta generalmente la soluzione più semplice.

Quando invece il passaggio avviene nei tempi fisiologici, tra la terza e la quinta settimana, è possibile utilizzare tranquillamente un alimento secco specifico per cuccioli. Se i piccoli vengono alimentati con latte artificiale, le crocchette possono essere inizialmente ammorbidite con il latte. Al contrario, se ricevono ancora il latte materno, questo passaggio non è necessario.

Infine, è importante ricordare che durante lo svezzamento possono comparire lievi alterazioni intestinali. In questi casi è sempre opportuno confrontarsi con il Medico Veterinario: spesso il supporto di un probiotico può aiutare a sostenere l’equilibrio del microbiota intestinale, evitando interventi non necessari e rispettando una fase fondamentale dello sviluppo del cane.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Ricostituente per cane: quando serve e quale scegliere

giovedì, 30 Luglio 2026 by Gruppo Nutravet
Ricostituente per cane

Può capitare che un cane attraversi un periodo in cui appare più debole del solito, abbia poco appetito o stia recuperando dopo una malattia. In queste situazioni molti proprietari si chiedono se sia utile ricorrere a un ricostituente e quale sia la scelta migliore.

Con il termine ricostituente si indica un alimento completo oppure un alimento complementare in grado di fornire un supporto nutrizionale aggiuntivo. L’obiettivo può essere quello di apportare più energia, vitamine, minerali, aminoacidi, antiossidanti o altre sostanze utili per favorire il recupero dell’organismo.

Naturalmente non esiste un ricostituente valido per tutti i cani. Le esigenze nutrizionali cambiano in base alla causa del problema. Un cane con una malattia cronica, come una patologia intestinale o renale, avrà necessità diverse rispetto a un cane che sta recuperando da una malattia infettiva acuta o da un intervento chirurgico. Anche un periodo di forte stress fisico o emotivo può aumentare il fabbisogno di alcuni nutrienti.

Ricostituente per cane

Oggi è possibile scegliere tra ricostituenti naturali e prodotti industriali, ma è importante non acquistare il primo prodotto disponibile. Prima della scelta è bene valutare la composizione, la qualità delle materie prime, il contenuto di proteine, grassi, vitamine e la presenza di ingredienti che potrebbero non essere adatti al singolo cane. Per questo motivo è sempre consigliabile confrontarsi con il Medico Veterinario, che saprà indicare il prodotto più adatto alla situazione clinica.

Gli alimenti ricostituenti naturali per cani

Tra i ricostituenti naturali, le prime fonti di nutrienti da considerare sono gli alimenti di origine animale. Carne, pesce e uova forniscono proteine di elevata qualità, indispensabili per il mantenimento della massa muscolare, la riparazione dei tessuti e il corretto funzionamento dell’organismo.

Quando il cane è debilitato è preferibile orientarsi verso tagli magri, come petto di tacchino, merluzzo o arista di maiale, che risultano generalmente più digeribili rispetto ai tagli ricchi di grasso. È comunque importante tenere presente che alcune proteine possono provocare reazioni avverse nei cani predisposti, motivo per cui è opportuno scegliere con attenzione la fonte proteica.

Anche le frattaglie, in particolare fegato e cuore, possono rappresentare un valido aiuto. Questi alimenti sono ricchi di vitamine, come la vitamina A e la vitamina D, oltre a numerosi micronutrienti coinvolti nella risposta immunitaria e nel mantenimento delle mucose. Devono però essere somministrati in quantità moderate, inserendoli gradualmente nella dieta per evitare eccessi vitaminici o difficoltà digestive.

Un altro alimento interessante è il miele, che oltre a fornire energia rapidamente disponibile contiene sostanze con attività prebiotica, enzimi naturali, vitamine e minerali. Una piccola quantità può contribuire a sostenere la salute dell’intestino e dell’organismo, purché venga utilizzata con moderazione.

Tra i rimedi naturali trova spazio anche la curcuma, nota soprattutto per le sue proprietà antinfiammatorie. Può essere utile in alcune condizioni infiammatorie acute o croniche, ma non è indicata in tutti i cani. Ad esempio, in presenza di problemi della cistifellea o alterazioni del flusso biliare potrebbe risultare controindicata. Per questo motivo è sempre opportuno chiedere consiglio al Medico Veterinario prima di introdurla nella dieta.

I ricostituenti industriali

I ricostituenti industriali comprendono sia alimenti completi sia alimenti complementari, cioè integratori formulati per fornire specifici nutrienti.

Gli alimenti completi si presentano spesso sotto forma di paté o alimenti umidi ad alta densità energetica. Sono prodotti molto appetibili e concentrati, pensati per fornire un elevato apporto calorico e nutrizionale anche quando il cane mangia poco. Per questo motivo vengono spesso utilizzati nei cani sottopeso, debilitati o durante la convalescenza.

Il loro principale vantaggio è rappresentato dalla praticità: sono completi, bilanciati e permettono di somministrare molte calorie in piccole quantità di alimento. Tuttavia, non sono sempre adatti a tutti i cani. Molti prodotti utilizzano infatti una sola fonte proteica, spesso il pollo, che potrebbe non essere indicata nei soggetti con allergie o intolleranze alimentari. Inoltre, è fondamentale introdurli gradualmente per consentire all’apparato digerente di adattarsi al maggiore contenuto di grassi ed evitare disturbi gastrointestinali.

Accanto agli alimenti completi troviamo gli integratori ricostituenti, che possono contenere vitamine, aminoacidi, antiossidanti e altre sostanze funzionali. Gli aminoacidi possono risultare utili, ad esempio, nei cani con problemi di assorbimento intestinale, mentre gli antiossidanti rappresentano un valido supporto in molte situazioni di stress o malattia, aiutando l’organismo a contrastare i radicali liberi e favorendo il recupero.

In definitiva, il miglior ricostituente per un cane è quello che risponde alle sue reali necessità. Non esiste un prodotto universale, ma una scelta che deve essere personalizzata considerando età, stato di salute, alimentazione e patologia eventualmente presente. Con il supporto del Medico Veterinario sarà possibile individuare la soluzione più adatta, aiutando il cane a recuperare energie e benessere in modo sicuro ed efficace.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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La pasta per il cane: facciamo chiarezza su miti, realtà e nutrizione

giovedì, 23 Luglio 2026 by Gruppo Nutravet
La pasta per il cane

Scommetto che, almeno una volta, vi sarete chiesti se concedere al vostro cane un po’ della vostra pasta sia un errore o un gesto innocuo. Il mondo della nutrizione animale è pieno di credenze popolari e la questione della pasta è, senza dubbio, uno degli argomenti più dibattuti. Se siete proprietari di un cane o di un gatto, saprete bene quanto sia facile lasciarsi influenzare da voci di corridoio, ma è arrivato il momento di analizzare la questione con rigore, basandoci su quello che la scienza ci suggerisce, lasciando da parte le mode del momento.

Il cane: un carnivoro opportunista

Per capire se il cane può mangiare la pasta, dobbiamo partire da una definizione biologica corretta. Anche se discende dal lupo, il cane domestico ha subito cambiamenti genetici profondi nel corso della coabitazione con l’uomo. Oggi, la scienza classifica il cane come un carnivoro opportunista. Che cosa significa? Vuol dire che, a differenza del gatto – che rimane un carnivoro stretto e necessita di una dieta basata quasi esclusivamente su proteine animali – il cane si è evoluto e adattato parzialmente, nel tempo, alla digestione degli amidi, anche se non in tutte le razze e in tutti i soggetti.

In genere, infatti, i cani presentano geni che codificano per amilasi, enzimi prodotti dal pancreas del cane, anche se questo non è sempre valido. Questi enzimi hanno un compito fondamentale: scindere le molecole di amido, presenti nella pasta, in zuccheri più semplici che l’intestino del cane può assorbire e utilizzare come fonte energetica.

Razze e sensibilità individuali

Attenzione, però: non stiamo parlando di una regola valida in modo identico per ogni singolo cane esistente. Sebbene la maggior parte degli esemplari possieda questa capacità digestiva, esistono delle eccezioni genetiche. Alcune razze, come l’Akita, lo Shiba, il Samoiedo, il Barboncino e il Cane Lupo Cecoslovacco, presentano spesso una ridotta presenza di questi geni per le amilasi. In questi casi, il vostro cane potrebbe manifestare difficoltà digestive significative. Inoltre, è necessario considerare le sensibilità individuali: ogni cane è unico e potrebbe stare meglio seguendo una dieta priva di carboidrati complessi, indipendentemente dalla razza.


Un altro punto critico è il glutine, una proteina che può risultare infiammatoria per l’intestino di molti mammiferi. Esistono persino forme di celiachia nel cane, con una risposta immunitaria negativa verso il glutine. Sebbene questa condizione sia stata documentata scientificamente soprattutto nel Setter Irlandese e nel Border Terrier, non possiamo escludere che anche altri soggetti ne soffrano. Se avete dubbi sulla tolleranza del vostro cane, ricordate che è possibile richiedere al veterinario il dosaggio degli anticorpi anti-gliadina, esattamente come accade in medicina umana.

La leggenda della pasta scotta e sciacquata

La pasta per il cane

Entriamo nel vivo del mondo cinofilo, dove circola una delle leggende metropolitane più dure a morire: la pasta per il cane deve essere scotta e sciacquata sotto l’acqua fredda per “eliminare l’amido”. Niente di più falso. Questa pratica, purtroppo suggerita anche da alcuni esperti poco aggiornati, non solo è inutile, ma è controproducente.

Per capire perché, dobbiamo guardare alla struttura molecolare dell’amido, che possiamo immaginare come una lunga collana attorcigliata. La cottura corretta serve ad “aprire” questa struttura, permettendo agli enzimi del cane di attaccare le molecole di glucosio per assimilarle. Se cuocete eccessivamente la pasta, la molecola di amido si chiude su se stessa, diventando ciò che chiamiamo amido resistente.

L’amido resistente è estremamente difficile da digerire per il cane. Inoltre, sciacquare la pasta sotto l’acqua fredda provoca uno shock termico che accelera ulteriormente questa chiusura molecolare. Il risultato? Una pasta quasi indigeribile che può causare fermentazione intestinale eccessiva. Se il vostro scopo è fornire energia al cane, state ottenendo esattamente l’effetto opposto, trasformando un pasto in un carico inutile per l’intestino.

Come cucinare e servire la pasta

Quindi, come dobbiamo comportarci? La risposta è semplice: cucinate la pasta come la preparereste per voi, seguendo il tempo di cottura indicato sulla confezione. Non serve essere perfezionisti con il tempo di cottura, ma è importante evitare di scuocerla. L’acqua bollente con un pizzico di sale va benissimo.

Un consiglio prezioso: servite la pasta appena fatta e tiepida. Proprio come per noi umani, la pasta che sosta in frigorifero subisce dei cambiamenti strutturali che la rendono più pesante e difficile da assimilare. Il cane, sotto questo aspetto, funziona esattamente come il suo proprietario: la digeribilità è massima quando l’alimento è fresco.

Pasta come extra o dieta bilanciata?

Se state pensando di dare la pasta al cane, fatelo con criterio. Se il vostro cane segue una dieta casalinga, la pasta sarà stata calcolata dal veterinario all’interno di un piano nutrizionale bilanciato che include carne, verdure e nutrienti essenziali. In questo contesto, è un ingrediente perfettamente accettabile e utile. Il problema sorge quando la pasta viene usata come “extra” o aggiunta a caso. Evitate assolutamente di aggiungere pasta alle crocchette già bilanciate.

Le crocchette sono studiate per essere complete; aggiungendo pasta, state solo inserendo una “bomba calorica” che rischia di far ingrassare il cane senza fornirgli alcun nutriente essenziale aggiunto. Se volete dare un premio al vostro cane, meglio optare per una piccola quantità, evitando di trasformare il pasto in un accumulo incontrollato di carboidrati che porterà rapidamente al sovrappeso.

Quando la pasta può diventare un rischio

In linea generale, la pasta non è tossica per il cane. Tuttavia, un consumo eccessivo può portare facilmente a vomito o diarrea. In questi casi, il consulto con il veterinario è sempre necessario. Esistono situazioni in cui l’attenzione deve essere massima. Se il vostro cane è diabetico, la pasta può causare picchi glicemici pericolosi; in questo caso, è fondamentale confrontarsi con un professionista prima di qualsiasi aggiunta. Infine, prestate massima attenzione ai condimenti. Una pasta avanzata dal vostro pasto, magari condita con sughi contenenti cipolla o aglio, è un rischio reale: questi alimenti sono tossici per il cane e possono causare seri danni ai globuli rossi. Se il cane dovesse ingerire accidentalmente condimenti nocivi, portatelo subito in una clinica veterinaria per un controllo.

In conclusione, la pasta non è il nemico numero uno del cane, ma non è nemmeno un alimento da gestire con leggerezza. La consapevolezza scientifica, il rispetto delle esigenze nutrizionali del cane e una corretta preparazione sono la chiave per includerla, se necessario, nella dieta, senza trasformare un pasto in un rischio per la salute. Ricordate sempre che il cane ha esigenze fisiologiche precise e, prima di cambiare la sua alimentazione, una chiacchierata con il veterinario è sempre la scelta più saggia e sicura.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Come si svezzano i gattini: quando iniziare e come accompagnarli in questa fase delicata

giovedì, 16 Luglio 2026 by Gruppo Nutravet
Come si svezzano i gattini

Lo svezzamento è uno dei momenti più importanti nella crescita di un gatto. In poche settimane il gattino passa infatti da un’alimentazione esclusivamente a base di latte a una dieta composta da alimenti solidi, un cambiamento che coinvolge non solo l’apparato digerente, ma anche lo sviluppo dell’intero organismo.

Durante questa fase crescono ossa e muscoli, matura il sistema immunitario e il gattino impara gradualmente ad alimentarsi in modo autonomo. Proprio per questo motivo è importante affrontare lo svezzamento con calma, evitando cambiamenti troppo rapidi che potrebbero creare problemi digestivi.

Svezzamento naturale e svezzamento del gattino orfano

Come si svezzano i gattini

Non tutti i gattini affrontano lo svezzamento nelle stesse condizioni. È utile distinguere due situazioni molto diverse.

Nel caso ideale, il gattino cresce insieme alla mamma, che continua ad allattarlo mentre introduce gradualmente il distacco dal latte. In questa situazione il nostro compito è semplicemente quello di supportare il processo, offrendo i primi alimenti solidi senza interferire con l’allattamento.

Diverso è invece il caso del gattino orfano. Se la madre non è presente, tutto il percorso di crescita dipende dalle nostre cure: dall’allattamento con latte artificiale fino alla completa introduzione dell’alimentazione solida. In questi casi è fondamentale rispettare i tempi e procedere con particolare attenzione.

Quando iniziare lo svezzamento dei gattini

Se il gattino viene allattato dalla mamma e cresce normalmente, lo svezzamento inizia generalmente intorno alla quarta settimana di vita.

Nel gattino orfano, invece, può essere necessario anticipare leggermente i tempi, iniziando verso la terza settimana, continuando comunque a utilizzare il latte artificiale durante la fase di transizione.

È importante ricordare che lo svezzamento non coincide con un singolo giorno, ma rappresenta un periodo di adattamento. Pensare di sostituire il latte con il cibo solido da un momento all’altro è un errore piuttosto comune e può favorire la comparsa di diarrea, dolori addominali e altri disturbi digestivi.

Una transizione graduale permette invece all’apparato gastrointestinale di adattarsi progressivamente ai nuovi alimenti.

Come svezzare un gattino passo dopo passo

L’introduzione del cibo solido dovrebbe avvenire molto lentamente.

Nei primi giorni è sufficiente offrire una quantità davvero minima di alimento, ad esempio una piccola leccata di un prodotto specifico per gattini in crescita. Successivamente la quantità può aumentare giorno dopo giorno, fino a raggiungere la razione adatta all’età del gatto.

Se il gattino viene alimentato con latte artificiale, è possibile mescolare inizialmente il nuovo alimento con il latte, così da rendere il passaggio più graduale e facilitare l’accettazione del nuovo gusto e della nuova consistenza.

Se invece il gattino viene ancora allattato dalla mamma, non è necessario introdurre latte artificiale. In questo caso basta mettere a disposizione piccole quantità di alimento solido, lasciando che il gatto continui a poppare quando ne sente il bisogno.

Con il passare dei giorni sarà la stessa gatta a ridurre progressivamente le poppate. Intorno alle sei-sette settimane di vita, nella maggior parte dei casi, l’allattamento termina spontaneamente e lo svezzamento può considerarsi concluso.

Quale alimento scegliere durante lo svezzamento

Per i gattini molto piccoli è generalmente consigliabile iniziare con un alimento umido formulato specificamente per la crescita, preferibilmente dalla consistenza morbida, come una mousse.

Questa scelta offre due vantaggi importanti: facilita la masticazione e contribuisce a mantenere una buona idratazione, fondamentale in questa fase della vita.

Se si preferisce utilizzare un alimento secco, è opportuno ammorbidirlo con acqua prima di offrirlo al gattino. Tuttavia bisogna considerare che il passaggio dal latte alle crocchette rappresenta un cambiamento nutrizionale più marcato, soprattutto per quanto riguarda il contenuto di carboidrati. Alcuni gattini particolarmente sensibili potrebbero quindi manifestare disturbi gastrointestinali durante questa fase.

È possibile svezzare un gattino con un’alimentazione naturale?

Anche un’alimentazione naturale può rappresentare una valida scelta per lo svezzamento, purché venga formulata correttamente.

L’utilizzo di alimenti freschi permette al gattino di conoscere consistenze, odori e sapori differenti fin dalle prime settimane di vita. Inoltre, alcune evidenze scientifiche suggeriscono che un’alimentazione varia nelle prime fasi della crescita possa favorire un corretto sviluppo del sistema immunitario e contribuire a ridurre il rischio di alcune sensibilità alimentari in età adulta.

Bisogna però ricordare che i gattini hanno fabbisogni nutrizionali molto specifici e sono particolarmente vulnerabili agli squilibri della dieta. Per questo motivo, se si decide di intraprendere uno svezzamento con alimentazione naturale, è sempre consigliabile affidarsi a un Medico Veterinario esperto in nutrizione, così da garantire una crescita sana e completa.

Lo svezzamento richiede pazienza

Non esiste una scorciatoia per svezzare correttamente un gattino. Ogni gatto ha i propri tempi e il successo dipende soprattutto dalla gradualità con cui viene introdotta la nuova alimentazione.

Che si tratti di un gattino cresciuto dalla mamma o di un gatto orfano, l’obiettivo rimane lo stesso: accompagnarlo verso una dieta completa e bilanciata, rispettando le esigenze di una fase della vita tanto delicata quanto fondamentale per la sua salute futura.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Omega 3 per il gatto: perché sono così importanti e come integrarli correttamente

giovedì, 09 Luglio 2026 by Gruppo Nutravet
Omega 3 per il gatto

Gli Omega 3 sono tra i nutrienti più importanti per la salute del gatto, eppure spesso se ne parla in modo superficiale o si fa confusione con gli Omega 6. Sapere cosa sono, come funzionano e soprattutto quali scegliere può fare davvero la differenza per il benessere del proprio gatto, dalla crescita fino alla terza età.

Omega 3 e Omega 6: qual è la differenza?

Gli Omega 3 e gli Omega 6 appartengono entrambi alla famiglia degli acidi grassi essenziali, cioè grassi che il gatto non è in grado di produrre autonomamente e che devono quindi essere introdotti attraverso l’alimentazione.

Pur essendo molto simili dal punto di vista chimico, svolgono funzioni profondamente diverse. Gli Omega 6 favoriscono i processi infiammatori, indispensabili quando l’organismo deve difendersi o riparare un tessuto danneggiato. Gli Omega 3, invece, aiutano a controllare e risolvere l’infiammazione, contribuendo a limitare i danni ai tessuti e a favorire il ritorno all’equilibrio.

Entrambi sono necessari, ma devono essere presenti nel giusto rapporto.

Perché il gatto ha bisogno degli Omega 3?

Omega 3 per il gatto

Il gatto presenta una caratteristica molto importante dal punto di vista nutrizionale: non riesce a produrre autonomamente gli Omega 3 partendo dagli Omega 6. Inoltre, a differenza di altre specie, non è in grado di convertire gli Omega 3 di origine vegetale (ALA), presenti ad esempio nell’olio di lino, nelle forme biologicamente attive EPA e DHA.

Questo significa che non basta somministrare un generico integratore di Omega 3: è fondamentale che il gatto assuma direttamente EPA e DHA, le forme realmente utilizzabili dal suo organismo.

A cosa servono gli Omega 3?

Gli Omega 3 entrano a far parte delle membrane cellulari, rendendole più flessibili ed efficienti negli scambi tra l’interno e l’esterno della cellula.

Quando si verifica un processo infiammatorio, gli Omega 3 presenti nelle membrane vengono liberati e favoriscono la produzione di sostanze che aiutano l’organismo a concludere l’infiammazione e a riparare i tessuti. Per questo motivo vengono considerati tra i nutrienti con la più importante attività antinfiammatoria naturale.

I loro benefici interessano praticamente tutto l’organismo. In particolare possono contribuire a:

  • favorire il corretto sviluppo del sistema nervoso nel gattino in crescita;
  • mantenere efficienti le funzioni cognitive nel gatto adulto e anziano;
  • sostenere la salute dei vasi sanguigni e della circolazione;
  • contribuire al benessere dei reni, aiutando a mantenere una corretta pressione a livello renale;
  • ridurre i processi infiammatori coinvolti in problemi articolari come artrosi e artrite;
  • supportare la salute dell’intestino nei gatti con infiammazioni croniche.

Poiché sono presenti nelle membrane di tutte le cellule, il loro effetto positivo può estendersi a numerosi organi e apparati.

Come somministrare gli Omega 3 al gatto?

Uno degli errori più comuni è pensare che basti offrire del pesce una volta alla settimana. In realtà le quantità di EPA e DHA necessarie per ottenere un reale beneficio sono difficili da raggiungere con la sola alimentazione.

Anche gli integratori vegetali, come l’olio di lino, non rappresentano una soluzione efficace, proprio perché il gatto non riesce a trasformare l’ALA nelle forme attive.

Un’altra scelta poco consigliabile è l’olio di fegato di merluzzo, che può apportare quantità eccessive di vitamina A e vitamina D.

Nella maggior parte dei casi, le fonti più pratiche e affidabili sono gli integratori a base di olio di pesce oppure olio di krill, che forniscono direttamente EPA e DHA in forma concentrata.

Quanti Omega 3 servono?

Come indicazione generale, un gatto di circa 5 kg può beneficiare di un apporto quotidiano di 300-500 mg complessivi di EPA e DHA. Naturalmente il fabbisogno può variare in base all’età, allo stato di salute e all’alimentazione, motivo per cui è sempre consigliabile confrontarsi con il proprio medico veterinario prima di iniziare un’integrazione.

Un ultimo aspetto è spesso sottovalutato: gli Omega 3 non dovrebbero essere somministrati a cicli, ma rappresentare un’integrazione costante nel tempo. Dal momento che vengono incorporati nelle membrane cellulari, il loro effetto dipende dalla presenza continua nell’organismo. Per questo motivo, se indicati dal veterinario, possono diventare un prezioso alleato per accompagnare il gatto durante tutta la vita, contribuendo a mantenerlo in salute più a lungo.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Il gatto ha mangiato la cioccolata: cosa fare e quando preoccuparsi

giovedì, 02 Luglio 2026 by Gruppo Nutravet
Il gatto ha mangiato la cioccolata

Il cioccolato è uno degli alimenti che non dovrebbero mai finire nella ciotola di un gatto. Anche se molti gatti non ne sono particolarmente attratti, può capitare che assaggino un pezzo lasciato incustodito o che riescano a raggiungere una tavoletta dimenticata sul tavolo.

In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico, ma agire rapidamente. L’intossicazione da cioccolato può infatti diventare molto seria e richiede sempre il parere del medico veterinario.

Perché il cioccolato è tossico per il gatto?

La pericolosità del cioccolato dipende dalla presenza di due sostanze naturalmente contenute nel cacao: la teobromina e la caffeina.

Questi composti hanno un effetto stimolante sul sistema nervoso e sull’apparato cardiovascolare. Mentre l’organismo umano li elimina abbastanza velocemente, nel gatto vengono metabolizzati molto più lentamente. Di conseguenza possono accumularsi e provocare una vera e propria intossicazione.

Anche quantità relativamente ridotte possono quindi rappresentare un rischio, soprattutto considerando le dimensioni contenute del gatto.

Quali sono i sintomi dell’intossicazione?

I primi segnali possono comparire già poche ore dopo l’ingestione, generalmente tra le 6 e le 12 ore.

Nelle fasi iniziali il gatto può manifestare:

  • vomito;
  • diarrea;
  • aumento della sete;
  • irrequietezza;
  • distensione dell’addome.

Se l’intossicazione è importante e non viene trattata tempestivamente, la situazione può peggiorare rapidamente. Possono comparire tremori, difficoltà nei movimenti, convulsioni, aumento della frequenza cardiaca e della temperatura corporea. Nei casi più gravi si può arrivare al coma e, purtroppo, anche alla morte.

Esistono tipi di cioccolato più pericolosi di altri?

Il gatto ha mangiato la cioccolata

Sì. La tossicità dipende soprattutto dalla quantità di cacao presente.

Il cioccolato fondente è quello più pericoloso perché contiene concentrazioni elevate di teobromina. Il cioccolato al latte ne contiene quantità inferiori, ma può comunque provocare un’intossicazione se ingerito in dosi sufficienti.

Il cioccolato bianco, invece, contiene pochissimo cacao e risulta decisamente meno tossico sotto questo aspetto. Tuttavia non deve essere considerato sicuro: l’elevato contenuto di zuccheri e grassi può comunque causare altri problemi, come disturbi gastrointestinali o pancreatite.

Per questo motivo non esiste una quantità di cioccolato che possa essere considerata “consentita” per un gatto.

Cosa fare se il gatto ha mangiato la cioccolata?

La prima regola è semplice: contattare immediatamente il medico veterinario o un pronto soccorso veterinario, anche se il gatto sembra stare bene.

È utile comunicare quante più informazioni possibili: il tipo di cioccolato ingerito, la quantità approssimativa, il peso del gatto e il tempo trascorso dall’ingestione.

Se l’episodio è avvenuto da pochissimo tempo, il medico veterinario valuterà se è possibile intervenire per limitare l’assorbimento del tossico. Successivamente potrebbero essere necessari ricovero, fluidoterapia, monitoraggio cardiaco e terapie di supporto, poiché non esiste un antidoto specifico contro la teobromina.

Per questo motivo è fondamentale evitare iniziative personali e seguire sempre le indicazioni del professionista.

La prevenzione è la migliore strategia

Fortunatamente, evitare questo tipo di incidente è spesso semplice.

Il cioccolato dovrebbe essere sempre conservato in armadi o contenitori ben chiusi, fuori dalla portata del gatto. Non bisogna sottovalutare la sua curiosità: molti gatti riescono ad aprire confezioni o raggiungere ripiani che sembrano irraggiungibili.

Naturalmente è importante anche non offrire mai volontariamente cioccolato come premio o assaggio.

Inoltre, se un gatto mostra un interesse insolito verso alimenti che normalmente non consumerebbe, è opportuno parlarne con il medico veterinario. In alcuni casi, infatti, un appetito eccessivo o la tendenza a ingerire sostanze non alimentari possono essere il segnale di una patologia che merita di essere approfondita.

Conclusioni

Se il gatto mangia la cioccolata non bisogna aspettare la comparsa dei sintomi prima di chiedere aiuto. Intervenire rapidamente può fare una grande differenza e aumentare le possibilità di una completa guarigione.

La soluzione migliore resta comunque la prevenzione: conservare il cioccolato in modo sicuro e ricordare che si tratta di un alimento inadatto e potenzialmente molto pericoloso per il gatto. Bastano poche attenzioni per evitare un’emergenza veterinaria e proteggere la sua salute.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Il gatto ha sempre fame: quando è normale e quando bisogna approfondire

giovedì, 25 Giugno 2026 by Gruppo Nutravet
Il gatto ha sempre fame

Il tuo gatto ha appena finito di mangiare e pochi minuti dopo è di nuovo davanti alla ciotola a chiedere altro cibo? Oppure ti segue per casa miagolando ogni volta che entri in cucina? Se questa situazione ti sembra familiare, sappi che non sei l’unico a viverla.

Molti proprietari si chiedono perché il proprio gatto sembri avere sempre fame. La risposta, però, non è sempre così semplice. Dietro una continua richiesta di cibo possono nascondersi motivazioni molto diverse tra loro: alcune assolutamente normali, altre che meritano invece un approfondimento con il medico veterinario.

Non sempre il gatto chiede cibo

La prima cosa da considerare è che il gatto non sempre comunica fame quando si avvicina alla ciotola o cerca la nostra attenzione. Spesso il cibo diventa semplicemente uno strumento per ottenere un’interazione.

Può capitare che il gatto sia annoiato, abbia voglia di giocare o desideri un contatto con la famiglia. Se ogni volta che si avvicina riceve qualche crocchetta o uno snack, impara rapidamente che quel comportamento funziona. Di conseguenza tenderà a ripeterlo sempre più spesso.

In questi casi il problema non è una reale necessità alimentare, ma una richiesta di attenzione interpretata in modo errato. Dedicare ogni giorno del tempo al gioco, alle coccole e alle attività condivise può aiutare a ridurre questo tipo di comportamento.

Quando la fame può essere il segnale di una malattia

Il gatto ha sempre fame

Un aumento dell’appetito non dovrebbe mai essere sottovalutato, soprattutto se compare improvvisamente.

Esistono infatti alcune patologie che possono provocare una sensazione di fame persistente. Tra le più frequenti troviamo il diabete mellito e l’ipertiroidismo, due condizioni relativamente comuni nel gatto adulto e anziano.

Un dettaglio particolarmente importante è osservare il peso corporeo. Se il gatto mangia molto più del solito ma contemporaneamente perde peso, è opportuno contattare il medico veterinario il prima possibile.

Anche altri segnali, come un pelo meno curato, cambiamenti nel comportamento, aumento della sete o dell’attività, possono accompagnare queste patologie e fornire ulteriori indizi.

I parassiti intestinali possono aumentare l’appetito

Soprattutto nei gattini e nei soggetti giovani, la presenza di parassiti intestinali rappresenta una possibile causa di aumento della fame.

In questi casi il gatto può sembrare costantemente affamato pur mantenendo un peso stabile o presentando un addome particolarmente gonfio. Talvolta possono comparire anche alterazioni delle feci, disagio intestinale o un generale peggioramento delle condizioni del mantello.

È importante evitare soluzioni fai-da-te e rivolgersi al medico veterinario per individuare il trattamento più appropriato in base alla situazione specifica.

Anche le emozioni influenzano il rapporto con il cibo

Sebbene si parli più spesso di perdita dell’appetito, anche l’eccesso di fame può avere una componente comportamentale o emotiva.

Cambiamenti nella routine, stress, noia, riduzione degli stimoli ambientali o particolari eventi della vita possono modificare il rapporto del gatto con il cibo. Alcuni soggetti tendono infatti a utilizzare l’alimentazione come forma di compensazione o come attività sostitutiva quando mancano altre occasioni di appagamento.

Per questo motivo è importante offrire un ambiente ricco di stimoli, con occasioni di gioco, esplorazione e interazione quotidiana.

L’alimentazione può fare la differenza

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la composizione della dieta.

Il gatto è un carnivoro stretto e ha esigenze nutrizionali molto specifiche. In particolare necessita di un adeguato apporto proteico per mantenere correttamente le proprie funzioni fisiologiche.

Quando la dieta non soddisfa completamente questi fabbisogni, il gatto può continuare a cercare cibo nel tentativo di assumere i nutrienti di cui necessita. In altre parole, non sempre la fame dipende dalla quantità di alimento ingerita: a volte conta soprattutto la qualità nutrizionale di ciò che viene offerto.

Per questo motivo, se il gatto sembra costantemente affamato nonostante riceva porzioni adeguate, può essere utile valutare insieme a un medico veterinario esperto in nutrizione l’idoneità della dieta seguita.

Cosa fare se il gatto sembra avere sempre fame?

La prima cosa da fare è osservare attentamente il gatto e monitorarne il peso nel tempo. Un controllo periodico può fornire informazioni molto utili per capire se la situazione è stabile oppure se sta avvenendo un cambiamento significativo.

Successivamente è importante valutare eventuali modifiche del comportamento, della quantità di cibo richiesta o delle condizioni fisiche generali.

Se l’aumento dell’appetito persiste, compare improvvisamente o è accompagnato da perdita di peso, è sempre consigliabile rivolgersi al medico veterinario.

Conclusioni

Un gatto che sembra avere sempre fame non è necessariamente malato, ma nemmeno un comportamento da ignorare. Talvolta la causa è semplicemente la ricerca di attenzioni o una condizione di noia; in altri casi possono entrare in gioco problemi sanitari, parassiti intestinali, aspetti emotivi o una dieta non perfettamente bilanciata.

Osservare il comportamento del gatto, monitorarne il peso e confrontarsi con il medico veterinario quando qualcosa cambia rappresentano i passi più importanti per capire cosa si nasconde dietro quella continua richiesta di cibo e garantire il suo benessere nel lungo periodo.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Gatto schizzinoso, perché?

giovedì, 18 Giugno 2026 by Gruppo Nutravet
Gatto schizzinoso

Chi vive con un gatto lo sa bene: trovare un alimento che piaccia davvero può trasformarsi in una vera sfida. Magari dopo settimane di tentativi troviamo finalmente il cibo perfetto, ne acquistiamo una scorta abbondante e, improvvisamente, il gatto decide di non volerlo più. Una situazione tanto comune da essere diventata quasi un luogo comune tra i proprietari.

Ma il gatto è davvero schizzinoso per capriccio? In realtà, dietro questo comportamento si nascondono motivazioni molto più profonde e interessanti, legate alla sua evoluzione, alla sua biologia e persino al suo stato di salute.

La natura del gatto lo rende diffidente verso le novità

Per comprendere il comportamento alimentare del gatto bisogna partire dalla sua storia evolutiva. A differenza del cane, il gatto si è evoluto come cacciatore solitario. Per migliaia di anni ha dovuto contare esclusivamente sulle proprie capacità per distinguere ciò che era sicuro da ciò che poteva rappresentare un pericolo.

Questa caratteristica ha favorito lo sviluppo di una naturale diffidenza nei confronti degli alimenti sconosciuti. In termini scientifici si parla di neofobia alimentare, ovvero la tendenza a essere prudenti verso ciò che è nuovo.

Ecco perché molti gatti faticano ad accettare un nuovo alimento, anche quando si tratta di un prodotto di ottima qualità. Per loro, un cambiamento improvviso nella ciotola può essere percepito come qualcosa di potenzialmente rischioso.

Perché un gatto smette di mangiare un cibo che amava?

Gatto schizzinoso

Una delle situazioni più frustranti per chi convive con un gatto è vedere rifiutato un alimento che fino al giorno prima veniva mangiato con entusiasmo.

Questo comportamento può avere diverse spiegazioni.

Una delle più frequenti è la cosiddetta avversione gustativa appresa. Si tratta di un meccanismo di difesa molto efficace presente in numerose specie animali. Se il gatto prova nausea o malessere poco dopo aver mangiato un determinato alimento, potrebbe associare quella sensazione negativa proprio a quel cibo.

La cosa interessante è che il cibo non deve necessariamente essere la causa del malessere. Ad esempio, un viaggio in auto, una visita veterinaria, una situazione stressante o un episodio di nausea legato ad altre cause possono essere sufficienti a creare questa associazione.

Da quel momento il gatto potrebbe rifiutare categoricamente quell’alimento, anche se in passato lo gradiva molto.

Stress e malattie possono influenzare l’appetito

Quando un gatto cambia improvvisamente abitudini alimentari, è importante considerare anche possibili problemi di salute.

Patologie che provocano dolore, nausea o malessere generale possono modificare profondamente il rapporto con il cibo. Tra le condizioni più comuni troviamo problemi dentali, disturbi gastrointestinali e malattie croniche come l’insufficienza renale.

Anche alcuni farmaci possono influenzare l’appetito o generare sensazioni spiacevoli che il gatto finisce per associare all’alimento consumato in quel momento.

Per questo motivo, un cambiamento improvviso e persistente nelle preferenze alimentari non dovrebbe mai essere sottovalutato.

Il gatto si annoia davvero del cibo?

Può sembrare sorprendente, ma la risposta è sì.

Alcuni studi sul comportamento del gatto hanno osservato che i gatti che vivono in condizioni naturali tendono a selezionare prede differenti in base alle proprie necessità nutrizionali. Questo suggerisce l’esistenza di sofisticati meccanismi biologici che guidano la ricerca di determinati nutrienti.

Di conseguenza, un gatto che mangia sempre lo stesso alimento potrebbe, a un certo punto, mostrare interesse verso sapori e consistenze diverse.

Non si tratta necessariamente di un capriccio. Potrebbe essere una strategia naturale che lo porta a ricercare una maggiore varietà alimentare.

Come evitare che il gatto diventi troppo selettivo?

La prevenzione inizia molto presto, già durante i primi mesi di vita.

I gattini sono generalmente più aperti alle novità rispetto agli adulti e rappresentano il momento ideale per proporre una dieta varia. Alternare diverse fonti proteiche, consistenze, gusti e marche può aiutare a costruire una maggiore flessibilità alimentare.

Con il passare del tempo questa apertura tende a diminuire, rendendo più difficile introdurre nuovi alimenti.

Anche nei gatti adulti è comunque possibile ampliare gradualmente le preferenze alimentari, purché il cambiamento venga gestito con pazienza e senza forzature.

Una dieta varia non è utile soltanto per evitare comportamenti eccessivamente selettivi, ma rappresenta anche uno strumento importante per favorire un’alimentazione più equilibrata nel lungo periodo.

Quando bisogna preoccuparsi?

Esiste una regola fondamentale che ogni proprietario dovrebbe conoscere: un gatto non dovrebbe mai rimanere a digiuno per troppo tempo.

A differenza di altre specie, il gatto può andare incontro a conseguenze metaboliche anche gravi dopo periodi relativamente brevi senza alimentarsi.

Se il gatto smette di mangiare perché sono stati proposti troppi cambiamenti alimentari, può essere utile tornare temporaneamente a un alimento sicuro e conosciuto, evitando ulteriori modifiche per qualche giorno.

Se invece rifiuta improvvisamente anche i cibi che ha sempre mangiato con piacere, è importante contattare il medico veterinario senza aspettare troppo. In caso di digiuno completo è consigliabile richiedere una valutazione già dopo 24 ore, mentre se il gatto mangia solo piccole quantità non si dovrebbe superare il limite delle 48 ore.

Schizzinoso o semplicemente gatto?

Definire un gatto “schizzinoso” è spesso una semplificazione. Dietro questo comportamento si nascondono infatti caratteristiche evolutive, meccanismi di difesa, esigenze nutrizionali e, talvolta, problemi di salute.

Comprendere queste dinamiche aiuta a interpretare meglio i suoi comportamenti e a gestire l’alimentazione in modo più sereno. Perché, nella maggior parte dei casi, il gatto non sta facendo i capricci: sta semplicemente seguendo regole che la sua natura gli ha insegnato da migliaia di anni.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Gatto e pesce, una passione vera?

giovedì, 11 Giugno 2026 by Gruppo Nutravet
Gatto e pesce

Quando si pensa all’alimentazione del gatto, una delle prime immagini che viene in mente è quella di un gatto intento a mangiare un bel pezzo di pesce. Cartoni animati, pubblicità e luoghi comuni hanno contribuito a rafforzare questa associazione, ma c’è un fondo di verità? I gatti amano davvero il pesce? E soprattutto, il pesce è sempre una scelta salutare?

La risposta, come spesso accade quando si parla di nutrizione, è più complessa di quanto sembri.

Perché molti gatti adorano il pesce?

Non tutti i gatti hanno gli stessi gusti, ma è indubbio che molti mostrino una forte preferenza per il pesce. Alcuni arrivano addirittura a rifiutare altre fonti proteiche, accettando di buon grado solo alimenti a base di pesce e, talvolta, alcune carni bianche.

Questa preferenza può avere diverse spiegazioni. Innanzitutto il gatto è un carnivoro stretto, quindi è naturalmente attratto dagli alimenti ricchi di proteine di elevata qualità biologica. Il pesce possiede proprio queste caratteristiche ed è inoltre particolarmente ricco di aromi e sostanze che ne aumentano l’appetibilità.

Anche le esperienze precoci possono influenzare le preferenze alimentari. I gusti che il gatto sviluppa durante lo svezzamento, e in parte già durante la gestazione e l’allattamento, possono contribuire a determinare le sue scelte future. Per questo motivo alcuni gatti mostrano una vera e propria passione per il pesce fin da piccoli.

I benefici del pesce nella dieta del gatto

Gatto e pesce

Il pesce può rappresentare un alimento molto interessante dal punto di vista nutrizionale. La sua caratteristica principale è l’elevato contenuto di proteine ad alto valore biologico, che forniscono al gatto gli aminoacidi essenziali necessari per il mantenimento dei tessuti e delle normali funzioni metaboliche.

Ma il vero punto di forza del pesce è spesso rappresentato dai grassi.

Molte specie marine sono infatti ricche di acidi grassi omega-3, in particolare EPA e DHA, nutrienti che svolgono importanti funzioni nell’organismo. Questi grassi partecipano alla regolazione dei processi infiammatori e contribuiscono al mantenimento della salute generale.

Il pesce può inoltre apportare quantità interessanti di vitamina D, una vitamina coinvolta non solo nel metabolismo del calcio, ma anche nella modulazione del sistema immunitario.

Un ulteriore vantaggio è rappresentato dal selenio, un oligoelemento con attività antiossidante particolarmente presente nei pesci di origine marina.

Quando il pesce diventa un problema

Se il pesce offre numerosi vantaggi, è altrettanto vero che i problemi possono comparire quando diventa l’unica o la principale fonte alimentare del gatto.

Uno degli aspetti più importanti riguarda l’accumulo di contaminanti ambientali. Molte sostanze tossiche tendono infatti a concentrarsi nei tessuti adiposi dei pesci. Tra queste troviamo metalli pesanti come mercurio, arsenico e piombo, ma anche composti meno conosciuti come diossine e PCB, sostanze persistenti nell’ambiente che possono interferire con diversi processi biologici.

Questi contaminanti tendono ad accumularsi lungo la catena alimentare. In pratica, più un pesce è grande e più si trova in alto nella catena alimentare, maggiore può essere la concentrazione di sostanze indesiderate nei suoi tessuti.

Anche il contenuto di grasso gioca un ruolo importante. I pesci più grassi tendono infatti ad accumulare una quantità maggiore di sostanze lipofile rispetto ai pesci più magri.

Attenzione alle diete troppo monotone

Un altro rischio riguarda le diete basate quasi esclusivamente sul pesce fresco, soprattutto quando non sono formulate da un professionista.

In queste situazioni possono verificarsi squilibri nutrizionali, tra cui carenze di nutrienti fondamentali come la taurina o l’acido arachidonico, particolarmente importanti per il metabolismo del gatto.

Anche l’eccesso di vitamina D può diventare un problema, soprattutto se il consumo di pesci grassi è molto frequente e non viene inserito all’interno di una dieta correttamente bilanciata.

Questo non significa che il pesce debba essere eliminato dall’alimentazione del gatto. Al contrario, può essere un alimento prezioso, purché inserito in un contesto nutrizionale equilibrato.

La regola più importante: variare

Quando si parla di nutrizione, la parola chiave è sempre la stessa: varietà.

Nessun alimento è perfetto e nessun alimento dovrebbe rappresentare l’unica componente della dieta. Alternare diverse fonti proteiche permette di ridurre il rischio di accumulare contaminanti specifici e di garantire un apporto più completo di nutrienti.

Se il gatto mostra una forte preferenza per il pesce, può essere utile proporre gradualmente anche altre fonti proteiche, in particolare carni bianche come pollo, tacchino o coniglio. In questo modo si evita che la dieta diventi troppo monotona e si favorisce un’alimentazione più equilibrata nel lungo periodo.

Quindi il gatto può mangiare il pesce?

Assolutamente sì. Il pesce può essere un alimento di grande valore nutrizionale e molti gatti lo apprezzano particolarmente.

Tuttavia, il fatto che piaccia molto non significa che debba essere presente in ogni pasto. Come per qualsiasi altro alimento, è l’equilibrio complessivo della dieta a fare la differenza.

Un gatto che mangia pesce all’interno di un’alimentazione varia e ben formulata può beneficiare delle sue qualità nutrizionali senza esporsi ai rischi legati agli eccessi. In fondo, più che chiedersi se il gatto ami il pesce, la domanda corretta è un’altra: il pesce è inserito nel modo giusto nella sua dieta?

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Gatto in vacanza: meglio portarlo con sé o lasciarlo a casa?

giovedì, 04 Giugno 2026 by Gruppo Nutravet
Gatto in vacanza

Quando arriva il momento delle vacanze, chi vive con un gatto si trova spesso davanti a una domanda importante: è meglio portarlo con sé oppure lasciarlo a casa?

Non esiste una risposta valida per tutti. Ogni gatto ha un carattere diverso, abitudini consolidate e una diversa capacità di adattarsi ai cambiamenti. Anche il tipo di vacanza, la durata del soggiorno e le condizioni di salute del gatto possono influenzare la decisione.

Oltre agli aspetti logistici, è fondamentale organizzare correttamente anche l’alimentazione, sia che il gatto parta con noi sia che rimanga a casa. Vediamo quindi quali fattori considerare e come gestire al meglio il cibo durante il periodo delle vacanze.

Portare il gatto in vacanza: quando può essere una buona idea

Molti gatti sono fortemente legati al proprio ambiente e ai propri punti di riferimento. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, un cambiamento improvviso può rappresentare una fonte di stress.

Ci sono però situazioni in cui portare il gatto in vacanza può essere una scelta ragionevole. Ad esempio, quando si prevede un soggiorno piuttosto lungo, magari superiore a due settimane, e si dispone di una sistemazione sicura e adatta alla presenza di un gatto.

Anche la durata del viaggio è un elemento importante. Gli spostamenti brevi o moderati sono generalmente più gestibili rispetto a viaggi molto lunghi o particolarmente complessi.

Conta molto anche il carattere del gatto. Alcuni soggetti, soprattutto se abituati fin da giovani a spostarsi e a vivere nuove esperienze, si adattano più facilmente ai cambiamenti. Altri, invece, possono vivere ogni novità come una fonte di disagio.

Quando è preferibile lasciare il gatto a casa

Gatto in vacanza

In molte circostanze, lasciare il gatto nel suo ambiente abituale può essere la soluzione più serena.

Vacanze di pochi giorni, lunghi viaggi in auto, trasferimenti in aereo, età avanzata o particolari condizioni di salute sono tutti elementi che possono far propendere per questa scelta.

Per un gatto anziano o con problemi medici, il mantenimento della routine quotidiana è spesso più importante della possibilità di accompagnare la famiglia in vacanza. Restare in un ambiente conosciuto può infatti ridurre notevolmente lo stress.

Naturalmente, se il gatto rimane a casa, è indispensabile organizzare la sua gestione con attenzione e affidarlo a persone di fiducia.

Come gestire l’alimentazione durante il viaggio

Se il gatto viaggerà con noi, è importante pianificare l’alimentazione già nei giorni precedenti alla partenza.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il trasportino. Idealmente il gatto dovrebbe conoscerlo bene e associarlo a esperienze positive, non soltanto alle visite veterinarie.

Prima di partire può essere utile evitare pasti abbondanti, soprattutto nei soggetti che tendono a soffrire il movimento dell’auto. Un piccolo pasto leggero nelle ore precedenti può invece contribuire a limitare il fastidio dovuto all’acidità gastrica.

L’acqua non dovrebbe mai mancare. Durante l’estate, infatti, il rischio di disidratazione aumenta e anche i gatti che normalmente bevono poco possono avere bisogno di maggiore attenzione.

Durante il viaggio è consigliabile prevedere soste regolari per offrire acqua fresca. Se lo spostamento si prolunga per molte ore, si può valutare di proporre piccole quantità di alimento umido, che oltre a fornire energia contribuisce anche all’idratazione.

L’arrivo nella nuova destinazione

Una volta arrivati, è importante concedere al gatto il tempo necessario per ambientarsi.

La soluzione migliore è predisporre una stanza tranquilla dove sistemare inizialmente trasportino, acqua, lettiera e successivamente il cibo. Alcuni gatti esploreranno subito il nuovo ambiente, mentre altri avranno bisogno di più tempo.

Offrire il pasto dopo un breve periodo di tranquillità può aiutare il gatto a sentirsi più sicuro e favorire una transizione meno stressante.

Se il gatto resta a casa: come organizzare il cibo

Quando il gatto non parte con noi, la gestione dell’alimentazione diventa uno degli aspetti più importanti da pianificare.

Se segue una dieta commerciale a base di alimento secco e umido, un distributore automatico programmabile può rappresentare un valido aiuto per garantire più pasti durante la giornata. I gatti, infatti, sono abituati a consumare piccoli pasti distribuiti nel tempo e non dovrebbero restare molte ore senza mangiare.

L’alimento umido, invece, dovrebbe essere fornito da una persona di fiducia che possa visitare il gatto quotidianamente. La presenza umana non serve soltanto a riempire la ciotola, ma anche a monitorare il comportamento dell’animale e offrirgli interazione sociale.

Attenzione alle diete fresche e casalinghe

Chi alimenta il proprio gatto con dieta casalinga o BARF deve organizzarsi con ancora maggiore attenzione.

Questi alimenti non possono essere lasciati a temperatura ambiente per molte ore, soprattutto durante la stagione estiva. Per questo motivo è generalmente necessario che una persona possa recarsi in casa più volte al giorno oppure soggiornare direttamente nell’abitazione durante l’assenza della famiglia.

In questi casi la pianificazione anticipata diventa fondamentale per garantire sicurezza alimentare e continuità nella routine del gatto.

La vacanza migliore è quella che rispetta il gatto

Quando si decide se portare il gatto in vacanza oppure lasciarlo a casa, non bisogna pensare a ciò che sarebbe più comodo per noi, ma a ciò che permette al gatto di vivere l’esperienza nel modo più sereno possibile.

Alcuni gatti amano esplorare nuovi ambienti e affrontano bene gli spostamenti. Altri trovano tranquillità soltanto nella routine quotidiana e nel proprio territorio.

Valutare il carattere, l’età, lo stato di salute e le abitudini del singolo gatto è il modo migliore per prendere una decisione consapevole e garantire il suo benessere anche durante il periodo delle vacanze.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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Cane e albicocche: si possono mangiare oppure no?

giovedì, 28 Maggio 2026 by Gruppo Nutravet
Cane e albicocche

L’estate porta con sé tanti frutti colorati e dolci che finiscono spesso sulle nostre tavole. Tra questi ci sono anche le albicocche, amate per il loro sapore delicato e per il loro profumo. E come accade spesso, mentre mangiamo un frutto il cane potrebbe avvicinarsi e guardarci con interesse, sperando di riceverne un pezzetto. A questo punto la domanda arriva quasi automaticamente: il cane può mangiare le albicocche?

La risposta, in generale, è sì. Le albicocche non sono tossiche per il cane e possono essere offerte come piccolo snack occasionale. Tuttavia ci sono alcuni aspetti importanti da conoscere prima di condividerle, perché non tutto il frutto è sicuro e le quantità fanno davvero la differenza.

Quali benefici possono avere le albicocche?

Cane e albicocche

Le albicocche appartengono ai frutti estivi più apprezzati e sono naturalmente ricche di diverse sostanze interessanti dal punto di vista nutrizionale.

Tra i componenti più noti troviamo antiossidanti come beta-carotene e licopene, sostanze coinvolte nella protezione delle cellule dai danni ossidativi. Contengono inoltre potassio, oltre a vitamina C e precursori della vitamina A.

Quando si parla di frutti dal colore arancione o giallo intenso si sente spesso dire che facciano bene alla vista. Nel caso del cane, però, è utile fare una precisazione: il beta-carotene viene convertito in vitamina A attiva in maniera meno efficiente rispetto ad altre specie. Questo non significa che le albicocche non abbiano alcun valore nutrizionale, ma semplicemente che non vanno considerate una fonte miracolosa di questo nutriente.

Il principale vantaggio del consumo occasionale di albicocche è quindi legato soprattutto alla presenza di antiossidanti e alla possibilità di offrire uno snack diverso dal solito.

Il vero rischio è il nocciolo

Se la polpa dell’albicocca può essere proposta con moderazione, il nocciolo rappresenta invece la parte che richiede maggiore attenzione.

Le albicocche appartengono alla stessa famiglia di pesche, ciliegie e prugne e condividono con questi frutti una caratteristica importante: la presenza di un nocciolo centrale.

A differenza del nocciolo delle ciliegie, quello dell’albicocca è decisamente più grande e può creare problemi seri se ingerito. Il rischio principale non riguarda tanto una tossicità diretta, quanto la possibilità che il nocciolo rimanga bloccato nello stomaco o nell’intestino.

Questo può provocare problemi digestivi, vomito persistente, infiammazione o vere e proprie ostruzioni gastrointestinali.

Per questo motivo, se un cane ingerisce accidentalmente un’albicocca intera con il nocciolo, è importante contattare il medico veterinario senza aspettare la comparsa dei sintomi.

Attenzione anche agli zuccheri

Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la composizione stessa del frutto.

Le albicocche contengono una discreta quantità di zuccheri naturali e relativamente poche fibre. Se consumate in quantità elevate potrebbero favorire fermentazioni intestinali e causare alcuni disturbi digestivi.

Tra i segnali più comuni possiamo osservare:

• gonfiore addominale
• feci più morbide
• aumento dei gas intestinali
• lieve diarrea

Anche se la frutta viene spesso considerata automaticamente salutare, bisogna ricordare che il cane mantiene caratteristiche nutrizionali tipiche di un carnivoro e non dovrebbe assumere grandi quantità di alimenti zuccherini.

Come dare le albicocche al cane

Se il cane apprezza questo frutto, le albicocche possono essere offerte seguendo alcune semplici regole.

Prima di tutto devono essere sempre private del nocciolo. Non bisogna pensare che il cane sia in grado di separarlo da solo: soprattutto i soggetti più voraci potrebbero ingoiare tutto molto rapidamente.

Anche la buccia può essere lasciata, purché venga lavata accuratamente, esattamente come faremmo prima di consumare il frutto noi stessi.

La quantità deve comunque restare molto contenuta. Un cane di piccola taglia può ricevere un pezzetto molto piccolo, mentre un cane di taglia grande può mangiare una porzione leggermente più abbondante, senza esagerare.

La regola finale: sì alle albicocche, ma con moderazione

Le albicocche possono essere uno snack occasionale e piacevole per il cane, ma non devono diventare un alimento quotidiano o una parte importante della dieta.

La regola è semplice: sì alla polpa, no al nocciolo e attenzione alle quantità.

Quando si parla di alimentazione del cane, infatti, non conta soltanto capire se un alimento è consentito o meno. Conta soprattutto capire quanto offrirne e in quale contesto inserirlo, mantenendo sempre una dieta equilibrata e adatta alle esigenze del singolo cane.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM

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