Gatto in vacanza: meglio portarlo con sé o lasciarlo a casa?
Quando arriva il momento delle vacanze, chi vive con un gatto si trova spesso davanti a una domanda importante: è meglio portarlo con sé oppure lasciarlo a casa?
Non esiste una risposta valida per tutti. Ogni gatto ha un carattere diverso, abitudini consolidate e una diversa capacità di adattarsi ai cambiamenti. Anche il tipo di vacanza, la durata del soggiorno e le condizioni di salute del gatto possono influenzare la decisione.
Oltre agli aspetti logistici, è fondamentale organizzare correttamente anche l’alimentazione, sia che il gatto parta con noi sia che rimanga a casa. Vediamo quindi quali fattori considerare e come gestire al meglio il cibo durante il periodo delle vacanze.
Portare il gatto in vacanza: quando può essere una buona idea
Molti gatti sono fortemente legati al proprio ambiente e ai propri punti di riferimento. Per questo motivo, nella maggior parte dei casi, un cambiamento improvviso può rappresentare una fonte di stress.
Ci sono però situazioni in cui portare il gatto in vacanza può essere una scelta ragionevole. Ad esempio, quando si prevede un soggiorno piuttosto lungo, magari superiore a due settimane, e si dispone di una sistemazione sicura e adatta alla presenza di un gatto.
Anche la durata del viaggio è un elemento importante. Gli spostamenti brevi o moderati sono generalmente più gestibili rispetto a viaggi molto lunghi o particolarmente complessi.
Conta molto anche il carattere del gatto. Alcuni soggetti, soprattutto se abituati fin da giovani a spostarsi e a vivere nuove esperienze, si adattano più facilmente ai cambiamenti. Altri, invece, possono vivere ogni novità come una fonte di disagio.
Quando è preferibile lasciare il gatto a casa

In molte circostanze, lasciare il gatto nel suo ambiente abituale può essere la soluzione più serena.
Vacanze di pochi giorni, lunghi viaggi in auto, trasferimenti in aereo, età avanzata o particolari condizioni di salute sono tutti elementi che possono far propendere per questa scelta.
Per un gatto anziano o con problemi medici, il mantenimento della routine quotidiana è spesso più importante della possibilità di accompagnare la famiglia in vacanza. Restare in un ambiente conosciuto può infatti ridurre notevolmente lo stress.
Naturalmente, se il gatto rimane a casa, è indispensabile organizzare la sua gestione con attenzione e affidarlo a persone di fiducia.
Come gestire l’alimentazione durante il viaggio
Se il gatto viaggerà con noi, è importante pianificare l’alimentazione già nei giorni precedenti alla partenza.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il trasportino. Idealmente il gatto dovrebbe conoscerlo bene e associarlo a esperienze positive, non soltanto alle visite veterinarie.
Prima di partire può essere utile evitare pasti abbondanti, soprattutto nei soggetti che tendono a soffrire il movimento dell’auto. Un piccolo pasto leggero nelle ore precedenti può invece contribuire a limitare il fastidio dovuto all’acidità gastrica.
L’acqua non dovrebbe mai mancare. Durante l’estate, infatti, il rischio di disidratazione aumenta e anche i gatti che normalmente bevono poco possono avere bisogno di maggiore attenzione.
Durante il viaggio è consigliabile prevedere soste regolari per offrire acqua fresca. Se lo spostamento si prolunga per molte ore, si può valutare di proporre piccole quantità di alimento umido, che oltre a fornire energia contribuisce anche all’idratazione.
L’arrivo nella nuova destinazione
Una volta arrivati, è importante concedere al gatto il tempo necessario per ambientarsi.
La soluzione migliore è predisporre una stanza tranquilla dove sistemare inizialmente trasportino, acqua, lettiera e successivamente il cibo. Alcuni gatti esploreranno subito il nuovo ambiente, mentre altri avranno bisogno di più tempo.
Offrire il pasto dopo un breve periodo di tranquillità può aiutare il gatto a sentirsi più sicuro e favorire una transizione meno stressante.
Se il gatto resta a casa: come organizzare il cibo
Quando il gatto non parte con noi, la gestione dell’alimentazione diventa uno degli aspetti più importanti da pianificare.
Se segue una dieta commerciale a base di alimento secco e umido, un distributore automatico programmabile può rappresentare un valido aiuto per garantire più pasti durante la giornata. I gatti, infatti, sono abituati a consumare piccoli pasti distribuiti nel tempo e non dovrebbero restare molte ore senza mangiare.
L’alimento umido, invece, dovrebbe essere fornito da una persona di fiducia che possa visitare il gatto quotidianamente. La presenza umana non serve soltanto a riempire la ciotola, ma anche a monitorare il comportamento dell’animale e offrirgli interazione sociale.
Attenzione alle diete fresche e casalinghe
Chi alimenta il proprio gatto con dieta casalinga o BARF deve organizzarsi con ancora maggiore attenzione.
Questi alimenti non possono essere lasciati a temperatura ambiente per molte ore, soprattutto durante la stagione estiva. Per questo motivo è generalmente necessario che una persona possa recarsi in casa più volte al giorno oppure soggiornare direttamente nell’abitazione durante l’assenza della famiglia.
In questi casi la pianificazione anticipata diventa fondamentale per garantire sicurezza alimentare e continuità nella routine del gatto.
La vacanza migliore è quella che rispetta il gatto
Quando si decide se portare il gatto in vacanza oppure lasciarlo a casa, non bisogna pensare a ciò che sarebbe più comodo per noi, ma a ciò che permette al gatto di vivere l’esperienza nel modo più sereno possibile.
Alcuni gatti amano esplorare nuovi ambienti e affrontano bene gli spostamenti. Altri trovano tranquillità soltanto nella routine quotidiana e nel proprio territorio.
Valutare il carattere, l’età, lo stato di salute e le abitudini del singolo gatto è il modo migliore per prendere una decisione consapevole e garantire il suo benessere anche durante il periodo delle vacanze.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane e albicocche: si possono mangiare oppure no?
L’estate porta con sé tanti frutti colorati e dolci che finiscono spesso sulle nostre tavole. Tra questi ci sono anche le albicocche, amate per il loro sapore delicato e per il loro profumo. E come accade spesso, mentre mangiamo un frutto il cane potrebbe avvicinarsi e guardarci con interesse, sperando di riceverne un pezzetto. A questo punto la domanda arriva quasi automaticamente: il cane può mangiare le albicocche?
La risposta, in generale, è sì. Le albicocche non sono tossiche per il cane e possono essere offerte come piccolo snack occasionale. Tuttavia ci sono alcuni aspetti importanti da conoscere prima di condividerle, perché non tutto il frutto è sicuro e le quantità fanno davvero la differenza.
Quali benefici possono avere le albicocche?

Le albicocche appartengono ai frutti estivi più apprezzati e sono naturalmente ricche di diverse sostanze interessanti dal punto di vista nutrizionale.
Tra i componenti più noti troviamo antiossidanti come beta-carotene e licopene, sostanze coinvolte nella protezione delle cellule dai danni ossidativi. Contengono inoltre potassio, oltre a vitamina C e precursori della vitamina A.
Quando si parla di frutti dal colore arancione o giallo intenso si sente spesso dire che facciano bene alla vista. Nel caso del cane, però, è utile fare una precisazione: il beta-carotene viene convertito in vitamina A attiva in maniera meno efficiente rispetto ad altre specie. Questo non significa che le albicocche non abbiano alcun valore nutrizionale, ma semplicemente che non vanno considerate una fonte miracolosa di questo nutriente.
Il principale vantaggio del consumo occasionale di albicocche è quindi legato soprattutto alla presenza di antiossidanti e alla possibilità di offrire uno snack diverso dal solito.
Il vero rischio è il nocciolo
Se la polpa dell’albicocca può essere proposta con moderazione, il nocciolo rappresenta invece la parte che richiede maggiore attenzione.
Le albicocche appartengono alla stessa famiglia di pesche, ciliegie e prugne e condividono con questi frutti una caratteristica importante: la presenza di un nocciolo centrale.
A differenza del nocciolo delle ciliegie, quello dell’albicocca è decisamente più grande e può creare problemi seri se ingerito. Il rischio principale non riguarda tanto una tossicità diretta, quanto la possibilità che il nocciolo rimanga bloccato nello stomaco o nell’intestino.
Questo può provocare problemi digestivi, vomito persistente, infiammazione o vere e proprie ostruzioni gastrointestinali.
Per questo motivo, se un cane ingerisce accidentalmente un’albicocca intera con il nocciolo, è importante contattare il medico veterinario senza aspettare la comparsa dei sintomi.
Attenzione anche agli zuccheri
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la composizione stessa del frutto.
Le albicocche contengono una discreta quantità di zuccheri naturali e relativamente poche fibre. Se consumate in quantità elevate potrebbero favorire fermentazioni intestinali e causare alcuni disturbi digestivi.
Tra i segnali più comuni possiamo osservare:
• gonfiore addominale
• feci più morbide
• aumento dei gas intestinali
• lieve diarrea
Anche se la frutta viene spesso considerata automaticamente salutare, bisogna ricordare che il cane mantiene caratteristiche nutrizionali tipiche di un carnivoro e non dovrebbe assumere grandi quantità di alimenti zuccherini.
Come dare le albicocche al cane
Se il cane apprezza questo frutto, le albicocche possono essere offerte seguendo alcune semplici regole.
Prima di tutto devono essere sempre private del nocciolo. Non bisogna pensare che il cane sia in grado di separarlo da solo: soprattutto i soggetti più voraci potrebbero ingoiare tutto molto rapidamente.
Anche la buccia può essere lasciata, purché venga lavata accuratamente, esattamente come faremmo prima di consumare il frutto noi stessi.
La quantità deve comunque restare molto contenuta. Un cane di piccola taglia può ricevere un pezzetto molto piccolo, mentre un cane di taglia grande può mangiare una porzione leggermente più abbondante, senza esagerare.
La regola finale: sì alle albicocche, ma con moderazione
Le albicocche possono essere uno snack occasionale e piacevole per il cane, ma non devono diventare un alimento quotidiano o una parte importante della dieta.
La regola è semplice: sì alla polpa, no al nocciolo e attenzione alle quantità.
Quando si parla di alimentazione del cane, infatti, non conta soltanto capire se un alimento è consentito o meno. Conta soprattutto capire quanto offrirne e in quale contesto inserirlo, mantenendo sempre una dieta equilibrata e adatta alle esigenze del singolo cane.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto e ricostituente: quando serve davvero e cosa sapere prima di sceglierlo
Quando un gatto è debilitato, ha affrontato una malattia, un intervento chirurgico o un periodo particolarmente stressante, è normale chiedersi se abbia bisogno di un “aiuto in più” per recuperare energie. Una delle domande più frequenti che si pongono i proprietari è proprio questa: serve un ricostituente? E cosa si può dare al gatto?
La parola “ricostituente” viene spesso utilizzata in modo molto generico, ma in realtà può indicare prodotti e alimenti molto diversi tra loro. Non esiste infatti un unico ricostituente valido per tutti i gatti, e la scelta dipende sempre dalla situazione specifica.
Cos’è un ricostituente per il gatto?
Un ricostituente è un supporto nutrizionale pensato per aiutare l’organismo del gatto in momenti particolari. L’obiettivo può essere diverso a seconda dei casi: stimolare l’appetito, fornire energia, apportare vitamine e minerali oppure sostenere il recupero dopo una malattia o un periodo di debolezza.
Può risultare utile, ad esempio, quando un gatto ha mangiato poco per diversi giorni, è in convalescenza oppure sta attraversando una fase di forte stress. In alcuni casi può aiutare a sostenere il sistema immunitario e a favorire una ripresa più rapida.
C’è però un aspetto importante da ricordare: non basta cercare “il miglior ricostituente” in assoluto, perché quello che funziona per un gatto potrebbe non essere adatto a un altro.
Ogni gatto è diverso

Chi vive con un gatto lo sa bene: quando si parla di cibo, i gusti possono essere molto selettivi. Alcuni gatti accettano immediatamente un alimento nuovo, altri lo annusano con sospetto e decidono che non rientra nei loro piani.
L’appetibilità è quindi un elemento fondamentale. Un prodotto molto nutriente serve a poco se il gatto si rifiuta di mangiarlo.
Ma non conta soltanto il gusto. È importante considerare anche lo stato di salute del gatto. Alcuni prodotti formulati per fornire tante calorie e nutrienti in poco volume potrebbero non essere indicati in presenza di determinate condizioni cliniche.
Per questo motivo è sempre utile confrontarsi con il medico veterinario, soprattutto se il gatto presenta patologie o necessita di un supporto nutrizionale per un periodo prolungato.
Esistono alimenti naturali che possono aiutare?
Alcuni alimenti possono rappresentare un valido supporto in determinate situazioni. Il gatto è un carnivoro e molti dei nutrienti di cui necessita si trovano negli alimenti di origine animale.
Carne e pesce possono essere fonti importanti di proteine di alta qualità ed energia. Alcuni alimenti come fegato e cuore contengono nutrienti particolarmente interessanti, tra cui vitamine e sostanze essenziali come la taurina.
Bisogna però fare attenzione a un errore comune: pensare che “naturale” significhi automaticamente “senza rischi”. Alcuni alimenti molto ricchi di vitamine e nutrienti, se proposti in quantità eccessive o troppo frequentemente, possono diventare squilibrati.
Anche ingredienti utilizzati per aumentare l’appetibilità, come una piccola spolverata di parmigiano su alcuni alimenti, possono talvolta aiutare il gatto a mangiare con maggiore interesse.
I ricostituenti industriali: cosa sono?
In commercio esistono numerosi prodotti formulati specificamente per il recupero nutrizionale del gatto. Possono essere disponibili sotto forma di paté altamente energetici, compresse, capsule, paste appetibili o integratori liquidi.
Questi prodotti sono generalmente studiati per fornire nutrienti essenziali come vitamine, minerali e altre sostanze di supporto, con l’obiettivo di aiutare il gatto a mantenere un adeguato apporto nutrizionale anche quando mangia poco.
È importante leggere sempre l’etichetta. Una dicitura particolarmente utile è la distinzione tra “alimento completo” e “alimento complementare”.
Un alimento completo può coprire da solo i fabbisogni nutrizionali del gatto. Un alimento complementare, invece, rappresenta soltanto un’integrazione e deve essere associato ad altri alimenti per garantire una dieta equilibrata.
Attenzione alle soluzioni improvvisate
Quando un gatto mangia poco o appare debilitato è comprensibile cercare consigli online. Tuttavia, sul web si trovano spesso suggerimenti molto fantasiosi e non sempre appropriati.
Un gatto che smette di mangiare non dovrebbe mai essere sottovalutato. Il digiuno prolungato nel gatto può avere conseguenze importanti, quindi la priorità non è scegliere velocemente un ricostituente qualsiasi, ma capire la causa del problema.
Il ricostituente può rappresentare un supporto utile, ma non sostituisce una valutazione veterinaria. La scelta migliore resta sempre quella di individuare il motivo della debolezza o della perdita di appetito e costruire un percorso nutrizionale adatto alle esigenze del singolo gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I cani in estate mangiano meno?
Con l’arrivo del caldo, molte famiglie si trovano davanti alla stessa situazione: il cane che fino a pochi giorni prima mangiava con entusiasmo, improvvisamente riduce l’appetito o rifiuta il cibo. È un comportamento piuttosto comune, ma non sempre va interpretato nello stesso modo. Capire cosa c’è dietro è fondamentale per gestirlo correttamente.
Caldo e appetito: cosa succede davvero
Prima di tutto è importante chiarire una cosa: non tutti i cani mangiano meno in estate. Alcuni continuano ad alimentarsi normalmente, mentre altri risentono molto delle alte temperature.
Tra i soggetti più sensibili ci sono i cani abituati a climi freddi, alcune razze primitive e i cani con caratteristiche fisiche che rendono più difficile gestire il caldo. In generale, però, ogni cane è diverso e può reagire in modo personale.
Quando le temperature salgono, il corpo del cane deve adattarsi. Il caldo può causare stanchezza, minor attività e una generale riduzione dell’interesse verso il cibo. In molti casi si tratta di una risposta fisiologica e temporanea.
Quando preoccuparsi davvero
Un cane sano può mangiare un po’ meno per alcuni giorni senza che questo rappresenti un problema. È normale osservare una riduzione anche significativa della razione, purché il cane continui comunque ad alimentarsi.
Diverso è il caso in cui il cane smette completamente di mangiare per più di 24 ore o mostra altri segnali come abbattimento, nausea o perdita di peso. In queste situazioni è importante non aspettare e rivolgersi al medico veterinario, perché l’inappetenza potrebbe essere il primo segnale di una patologia.
A volte, infatti, il caldo non è la causa ma solo un fattore che accentua un problema già presente, come disturbi gastrointestinali o altre condizioni croniche.
Cosa fare se il cane mangia meno d’estate

Quando la riduzione dell’appetito è lieve, si possono adottare alcuni accorgimenti semplici ma efficaci.
Uno dei più importanti è scegliere gli orari giusti. Offrire il cibo nelle ore più fresche della giornata, come la mattina presto o la sera, aumenta le probabilità che il cane mangi.
Anche l’idratazione è fondamentale. Il cane deve avere sempre a disposizione acqua fresca e pulita, cambiata più volte al giorno. Bere a sufficienza aiuta l’organismo a gestire meglio il caldo e supporta tutte le funzioni vitali.
Un altro aspetto spesso sottovalutato è il movimento. Anche se viene spontaneo ridurre l’attività, brevi passeggiate nelle ore fresche possono aiutare a stimolare l’appetito. L’inattività, al contrario, tende a ridurlo ulteriormente.
Attenzione alla gestione del cibo
Durante l’estate è importante prestare attenzione anche a come viene gestito il cibo. Lasciare la ciotola piena per ore, soprattutto con il caldo, non è una buona idea.
Le alte temperature possono favorire l’ossidazione dei grassi negli alimenti, rendendoli meno appetibili e potenzialmente dannosi. Se il cane non mangia, è meglio rimuovere il cibo e riproporlo più tardi, evitando di lasciarlo esposto.
Cosa dare da mangiare al cane quando fa caldo
Se il cane fatica a mangiare, può essere utile scegliere un alimento più appetibile. In estate, infatti, il cane potrebbe avere bisogno di cibi più graditi e facili da assumere.
Gli alimenti umidi, ad esempio, sono spesso meglio accettati rispetto a quelli secchi e hanno anche il vantaggio di apportare più acqua. In alternativa, una dieta fresca o casalinga, formulata correttamente, può essere una soluzione valida.
È importante ricordare che, nonostante il caldo, il cane ha comunque bisogno di energia. Anzi, il suo organismo lavora attivamente per disperdere il calore, e questo comporta un consumo energetico che non va sottovalutato.
Come stimolare l’appetito
Per aiutare il cane a ritrovare interesse verso il cibo, si possono usare piccoli accorgimenti pratici.
Ad esempio, rendere il momento del pasto più stimolante, trasformandolo in un’attività di gioco o ricerca, può fare la differenza. Anche variare leggermente la proposta alimentare, rispettando sempre l’equilibrio nutrizionale, può aiutare.
In alcuni casi, inserire piccoli alimenti graditi e ben tollerati può aumentare l’appetibilità del pasto e facilitare la ripresa dell’alimentazione.
Conclusione
Se il cane mangia meno in estate, nella maggior parte dei casi si tratta di una risposta normale al caldo. Tuttavia, è importante osservare il comportamento nel suo insieme, senza sottovalutare eventuali segnali anomali.
Capire se si tratta di un adattamento temporaneo o di un problema più profondo è il primo passo per intervenire nel modo corretto e garantire al cane benessere anche durante i mesi più caldi.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane e i disturbi comportamentali e alimentari
Il comportamento alimentare del cane non riguarda solo “quanto mangia”, ma è spesso uno specchio del suo stato di salute fisico ed emotivo. Proprio come succede nelle persone, anche nel cane possono comparire alterazioni che vanno dalla perdita di appetito fino a comportamenti più complessi e difficili da gestire. La differenza è che il cane non può spiegare cosa prova: sta a noi osservare i segnali e interpretarli nel modo corretto.
Le cause possono essere molteplici: fattori genetici, esperienze di vita, relazione con il proprietario, stato di salute e condizioni del microbiota intestinale. Tutti questi elementi si intrecciano in quello che viene definito asse intestino-cervello, un collegamento diretto tra intestino e sistema nervoso che influenza sia il comportamento sia la digestione.
Vediamo quindi i disturbi più comuni e cosa possono significare.
Anoressia e disoressia: quando il cane mangia meno o smette di mangiare

Quando il cane rifiuta completamente il cibo si parla di anoressia, mentre con disoressia si indica una riduzione o alterazione dell’appetito.
Se il problema compare all’improvviso, può essere legato a febbre, dolore, infezioni o stress acuto. In questi casi è importante agire rapidamente: non è normale che un cane salti più di uno o due pasti consecutivi.
Se invece il comportamento è persistente nel tempo, è più probabile che ci sia una causa cronica, come patologie intestinali o problemi renali. Anche situazioni ormonali o fisiologiche possono influire: ad esempio, alcuni cani maschi mangiano meno in presenza di femmine in calore.
Attenzione anche alla gestione quotidiana: troppi snack o extra durante la giornata possono portare a una falsa perdita di appetito.
Polifagia: quando il cane ha sempre fame
Un aumento eccessivo dell’appetito viene definito polifagia. Non si tratta del normale entusiasmo del cane verso il cibo, ma di una vera e propria ricerca ossessiva, a volte con comportamenti estremi.
Le cause possono essere organiche, come:
- problemi tiroidei
- diabete
- insufficienza pancreatica
- malassorbimento intestinale
In altri casi, il cane mangia tanto ma non assimila correttamente, e quindi perde peso nonostante l’appetito aumentato.
Non bisogna però sottovalutare l’aspetto emotivo: ansia e stress possono portare il cane a usare il cibo come compensazione. In questi casi, soluzioni “meccaniche” come ciotole particolari o ostacoli nel cibo non risolvono il problema, perché non intervengono sulla causa reale.
Pica: ingerire ciò che non è cibo
La pica è l’ingestione di materiali non alimentari, come plastica, carta o tessuti.
Nel cucciolo può essere un comportamento normale legato all’esplorazione. Nell’adulto, invece, è spesso un segnale da non ignorare. Può indicare:
- problemi intestinali cronici
- carenze o malassorbimento
- stati ansiosi o stress prolungato
Anche comportamenti come leccare in modo ossessivo superfici o oggetti possono rientrare in questo quadro e sono spesso associati a disturbi gastrointestinali, come gastrite o reflusso.
Coprofagia: quando il cane mangia feci
La coprofagia è un comportamento molto comune e spesso frainteso. Non sempre è segno di malattia.
Mangiare feci di altri animali, come quelle di gatto o di erbivori, può avere una base istintiva e nutrizionale. Diverso è il caso in cui il cane ingerisce le proprie feci o quelle di altri cani: qui è più probabile che ci sia una componente comportamentale o emotiva.
È importante non punire il cane, perché questo può aumentare stress e peggiorare il comportamento. Serve invece capire il motivo alla base e intervenire in modo mirato.
Polidipsia: quando il cane beve troppo
Bere acqua è fondamentale, ma un aumento eccessivo può essere un segnale importante. La polidipsia può essere legata a diverse patologie, tra cui:
- problemi renali
- malattie endocrine
- diabete
- disturbi intestinali cronici
Un parametro utile è la quantità di acqua assunta:
- oltre 100 ml/kg al giorno con alimentazione secca
- oltre 50-60 ml/kg al giorno con alimentazione umida o fresca
Se questi valori vengono superati, è necessario approfondire con il medico veterinario. Quando non si trovano cause organiche, si può parlare di polidipsia psicogena, spesso associata a stati di ansia.
Perché è importante non sottovalutare questi segnali
I disturbi alimentari nel cane non sono mai “solo capricci”. Dietro a questi comportamenti possono esserci problemi medici, disagi emotivi o una combinazione di entrambi.
Per questo motivo, il percorso migliore è spesso multidisciplinare: coinvolgere medico veterinario, esperto in comportamento e nutrizione permette di affrontare il problema in modo completo.
Osservare il cane ogni giorno, conoscere le sue abitudini e cogliere anche i cambiamenti più piccoli è il primo passo per intervenire in tempo e migliorare davvero il suo benessere.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Snack per i denti del gatto: funzionano davvero?
Quando si parla di salute del gatto, spesso ci si concentra su alimentazione e controlli veterinari, ma si tende a trascurare un aspetto fondamentale: l’igiene dentale. Eppure, denti e gengive in salute non servono solo a evitare l’alito cattivo, ma sono strettamente collegati al benessere generale del gatto.
Molti proprietari si chiedono: gli snack per i denti del gatto possono davvero aiutare? La risposta è sì, ma con alcune precisazioni importanti.
Perché è così importante la salute dentale nel gatto

La bocca del gatto è un ambiente in cui si forma facilmente placca batterica. Con il tempo, se non rimossa, questa placca si indurisce e diventa tartaro, molto più difficile da eliminare.
Questo processo può portare a:
- gengiviti
- infezioni
- dolore durante la masticazione
Ma non solo. Diversi studi hanno evidenziato come problemi dentali cronici possano essere associati anche a patologie più serie, come disturbi cardiaci e renali.
Per questo motivo, mantenere puliti i denti del gatto è tutt’altro che un dettaglio.
Spazzolare i denti del gatto: utile ma non sempre semplice
La soluzione più efficace per prevenire la formazione del tartaro è intervenire sulla placca, prima che si indurisca. In teoria, lo strumento migliore è lo spazzolino.
Nella pratica, però, spazzolare i denti del gatto non è sempre facile. Richiede abitudine, pazienza e collaborazione, e non tutti i gatti lo accettano.
Inoltre, quando il tartaro è già presente, lo spazzolino non è più sufficiente: in questi casi è necessario l’intervento del medico veterinario con una detartrasi.
Snack dentali per il gatto: come funzionano
Ed è qui che entrano in gioco gli snack dentali. Si tratta di prodotti pensati per offrire un effetto meccanico di pulizia, grazie alla loro consistenza.
Durante la masticazione, infatti, questi snack aiutano a:
- ridurre la placca
- stimolare gengive e denti
- migliorare l’igiene orale in modo semplice
Alcuni snack contengono anche ingredienti con proprietà antinfiammatorie o antisettiche, utili per supportare la salute delle gengive.
Attenzione: non sono una soluzione completa
Gli snack per i denti del gatto possono essere un valido aiuto, ma è importante non considerarli una soluzione definitiva.
Ci sono alcuni aspetti da tenere a mente:
- Non sostituiscono la pulizia meccanica, quando possibile
- Non sono efficaci sul tartaro già formato
- Possono essere calorici, quindi vanno usati con moderazione
In altre parole, sono un supporto, non una cura.
Altre strategie utili per i denti del gatto
Oltre agli snack, esistono altri strumenti che possono aiutare a mantenere puliti i denti del gatto.
Ad esempio, alcuni giochi in gomma dura sono progettati per favorire la pulizia durante la masticazione, trasformando l’igiene orale in un’attività più naturale.
Anche alcune crocchette sono studiate con una consistenza tale da esercitare un’azione abrasiva sulla placca. In questi casi, è importante non aggiungere snack extra, per evitare eccessi calorici.
Un’altra possibilità, meno comune ma interessante, è la dieta cruda con ossa. La masticazione può contribuire alla pulizia dei denti, ma si tratta di una scelta che deve essere valutata con attenzione e con il supporto di un medico veterinario esperto.
In sintesi
Gli snack per i denti del gatto possono essere utili, ma solo se inseriti in un contesto più ampio.
👉 aiutano a ridurre la placca
👉 sono facili da usare
👉 piacciono al gatto
Ma:
👉 non sostituiscono le cure dentali
👉 non eliminano il tartaro
👉 vanno dosati con attenzione
La vera differenza, come sempre, la fa l’approccio generale: prevenzione, costanza e una strategia adatta al singolo gatto.
Prendersi cura dei denti del gatto significa prendersi cura della sua salute nel tempo, anche quando non sembra necessario.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto e fragole: può mangiarle davvero?
Le fragole sono tra i frutti più amati, soprattutto con l’arrivo della bella stagione. È quindi normale chiedersi: il gatto può mangiare le fragole? La risposta, come spesso accade in nutrizione, è “dipende”.
Partiamo da una buona notizia: le fragole non sono tossiche per il gatto. Questo significa che, in linea generale, possono essere offerte senza rischi immediati, a meno di casi particolari come allergie individuali. Tuttavia, questo non vuol dire che siano un alimento adatto o da inserire abitualmente nella dieta.
Il gatto è un carnivoro: perché è importante ricordarlo
Prima di parlare di benefici e quantità, è fondamentale tenere a mente una cosa: il gatto è un carnivoro stretto. Questo significa che il suo organismo è progettato per ricavare energia e nutrienti principalmente da alimenti di origine animale.
Per questo motivo, anche se alcuni gatti possono essere curiosi verso la frutta (fragole comprese), non è un cibo di cui hanno realmente bisogno. Anzi, spesso il gatto non mostra interesse proprio perché non percepisce il gusto dolce.
Fragole e gatto: ci sono benefici?

Le fragole contengono diversi micronutrienti interessanti anche dal punto di vista umano. Tra questi troviamo:
- Vitamina C, con azione antiossidante
- Acido folico (vitamina B9)
- Composti come flavonoidi e antocianine, associati a effetti protettivi sull’organismo
Queste sostanze contribuiscono a contrastare lo stress ossidativo e sono spesso collegate a benefici su sistema cardiovascolare e neurologico.
Detto questo, bisogna essere chiari: nel gatto questi benefici sono marginali. Le quantità che può assumere sono talmente ridotte da non avere un reale impatto sulla sua salute.
Attenzione agli zuccheri: il vero limite delle fragole
Il principale problema delle fragole nella dieta del gatto è rappresentato dagli zuccheri. Anche se non sembrano particolarmente dolci, contengono comunque una quota significativa di zuccheri semplici.
Per il gatto, che non è adattato a gestire grandi quantità di carboidrati, questo può diventare un problema. Un consumo eccessivo o frequente può contribuire a:
- aumento di peso
- alterazioni metaboliche
- maggiore rischio di sviluppare diabete
Per questo motivo, le fragole devono essere considerate uno sfizio occasionale e non uno snack abituale.
Possibili controindicazioni
Oltre agli zuccheri, ci sono altri aspetti da considerare.
Le fragole possono avere un potenziale allergizzante. In alcuni gatti possono comparire reazioni come:
- prurito o problemi cutanei
- irritazioni a livello orale
- disturbi gastrointestinali
Inoltre, è importante evitare completamente le fragole in alcuni casi specifici:
- gatto sovrappeso
- gatto con diabete
- gatto con sospetta o nota sensibilità allergica
In queste situazioni, anche piccole quantità possono essere controproducenti.
Quante fragole può mangiare il gatto?
Se il gatto mostra interesse e non presenta controindicazioni, la quantità deve essere davvero minima.
Parliamo di un pezzettino molto piccolo, grande più o meno come un’unghia, da offrire solo occasionalmente. Non tutti i giorni, e nemmeno tutte le settimane.
È importante sottolineare che, a queste dosi, non ci sono benefici nutrizionali reali. Si tratta più che altro di una piccola concessione, se il gatto gradisce.
Conclusione
Quindi, il gatto può mangiare le fragole?
👉 Sì, ma con molte limitazioni
Non sono tossiche, ma non sono nemmeno un alimento utile nella sua dieta. Il loro contenuto di zuccheri e il rischio di reazioni avverse rendono necessario un approccio molto prudente.
Se vuoi offrire qualcosa di extra al tuo gatto, il consiglio è sempre lo stesso: meglio scegliere alimenti più adatti alla sua natura di carnivoro.
Condividere il cibo è un gesto naturale, ma quando si parla di gatto, la priorità deve restare sempre la sua salute.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Fibre al cane: come introdurle (e perché possono fare la differenza)
Quando si parla di alimentazione del cane, spesso si pensa subito a proteine, grassi e carboidrati. Le fibre invece vengono considerate meno importanti… ma in realtà hanno un ruolo fondamentale per la salute intestinale.
Le fibre, infatti, sono componenti per lo più di origine vegetale che il cane non è in grado di digerire direttamente. Questo però non significa che siano inutili, anzi: vengono utilizzate dal microbiota intestinale, cioè quell’insieme di batteri “buoni” che vivono nell’intestino e che influenzano digestione, immunità e benessere generale.
A cosa servono davvero le fibre
Le fibre non nutrono direttamente il cane, ma lavorano “indirettamente” regolando l’attività intestinale. In pratica, influenzano i processi fermentativi e l’equilibrio del microbiota.
In base alle loro caratteristiche, si dividono principalmente in due categorie:
Fibre solubili
Le fibre solubili hanno la capacità di trattenere acqua. Questo significa che aiutano a rendere le feci più morbide e facili da espellere, risultando utili nei casi di stipsi o feci troppo dure.
Inoltre:
- contribuiscono a modulare la glicemia
- aumentano il senso di sazietà
- possono essere utili nei cani in sovrappeso
Di contro, tendono a rallentare il transito intestinale e, se non ben gestite, possono favorire fermentazioni eccessive.
Fibre insolubili
Le fibre insolubili hanno un effetto opposto: accelerano il transito intestinale e aumentano il volume delle feci.
Sono particolarmente utili quando:
- serve stimolare l’intestino
- si vuole aumentare il senso di sazietà “meccanico”
Fermentano poco, quindi sono spesso meglio tollerate nei cani con gonfiore o gas intestinale. Tuttavia, un eccesso può interferire con l’assorbimento dei nutrienti, comportandosi come fattore anti-nutrizionale.
Quando ha senso aggiungere fibre alla dieta del cane
Non sempre è necessario aggiungere fibre: tutto dipende dal singolo caso. Ci sono però alcune situazioni in cui possono essere particolarmente utili:
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Stipsi o evacuazioni poco frequenti
Se il cane evacua raramente o con difficoltà, le fibre possono aiutare a regolarizzare. -
Feci molto dure
Feci secche e a palline non sono normali e possono causare fastidio o infiammazione. -
Presenza di muco nelle feci
Può indicare una colite: in questi casi è importante modulare il tipo di fibra, non solo la quantità. -
Patologie intestinali croniche
In molti cani con infiammazione intestinale, un corretto apporto di fibre migliora la sintomatologia. -
Diarrea
Sì, anche nella diarrea le fibre possono essere utili, ma vanno scelte e dosate con attenzione.
In ogni caso, è sempre consigliato confrontarsi con un Medico Veterinario esperto in nutrizione prima di modificare la dieta.
Come introdurre le fibre in modo pratico
Arriviamo alla parte più concreta: cosa aggiungere nella ciotola?
Fonti di fibre solubili
- mele (attenzione agli zuccheri)
- carote cotte
- patate
- piselli e legumi
- alcuni cereali come l’orzo
Una delle fonti più utilizzate in ambito clinico è lo psillio, molto efficace anche in piccole quantità e generalmente ben tollerato.

Fonti di fibre insolubili
- verdure crude e fibrose (finocchio, sedano, cicoria)
- carote crude
- cereali integrali
- crusca (da usare con cautela)
La crusca è spesso utilizzata, ma può ridurre l’assorbimento di altri nutrienti: meglio non abusarne.
Fibre di origine animale
Meno conosciute, ma interessanti in alcuni contesti, soprattutto nelle diete crude.
Si trovano in:
- peli
- piume
- tessuti indigeribili
- esoscheletro degli insetti (ricco di chitina)
Sono componenti più “naturali” per un carnivoro, ma vanno inserite con criterio.
La regola più importante: gradualità
Qualunque sia la fonte scelta, le fibre vanno sempre introdotte gradualmente. Un inserimento troppo rapido può causare l’effetto opposto: gonfiore, diarrea o peggioramento dei sintomi.
Osservare il cane è fondamentale:
- consistenza delle feci
- frequenza di evacuazione
- eventuali segni di disagio
In conclusione
Le fibre sono uno strumento molto utile nella gestione dell’alimentazione del cane, ma non vanno aggiunte “a caso”. Il loro effetto dipende da tipo, quantità e contesto clinico.
Usate nel modo corretto, possono migliorare la salute intestinale, supportare il microbiota e contribuire al benessere generale. Ma la parola chiave resta sempre una: personalizzazione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane mangia e non ingrassa: quando preoccuparsi davvero?
Se il tuo cane mangia con appetito ma non ingrassa, è normale farsi qualche domanda. In molti casi non è un segnale da ignorare: può essere semplicemente una questione di alimentazione, ma a volte può nascondere qualcosa di più complesso.
La prima cosa da capire è perché il cane non prende peso. Le possibilità principali sono due: da un lato potrebbe avere un metabolismo molto attivo e quindi consumare più energia di quella che introduce; dall’altro potrebbe esserci un problema di digestione o assorbimento dei nutrienti. Nel primo caso spesso basta aumentare la quantità di cibo, nel secondo invece è necessario approfondire.
Attenzione soprattutto se, oltre a non ingrassare, il cane perde peso o massa muscolare: in quel caso è importante intervenire rapidamente.
Quando è normale che il cane non ingrassi?
Non sempre il mancato aumento di peso è un problema. Se il cane è in peso forma, attivo e in salute, potrebbe semplicemente essere una sua caratteristica.
Un esempio tipico è quello dei cani molto sportivi: anche mangiando tanto, restano asciutti. È una situazione simile a quella di una persona molto allenata. Inoltre, un cane con più massa muscolare consuma più energia rispetto a uno con più grasso, anche a parità di peso.
Ci sono anche razze naturalmente più “magre”, con un metabolismo più elevato. In questi casi può essere utile fornire una quantità leggermente superiore di alimento rispetto alle indicazioni standard.
Cane che mangia ma dimagrisce: le possibili cause

Quando il cane dovrebbe ingrassare ma non ci riesce, oppure dimagrisce nonostante mangi, è importante considerare alcune cause mediche.
1. Metabolismo elevato
Alcuni cani consumano più energia del normale, anche senza fare attività intensa. Questo può dipendere da genetica o struttura corporea.
2. Diabete mellito
Una condizione meno frequente ma insidiosa. Il cane mangia, ma non riesce a utilizzare correttamente gli zuccheri e li elimina con le urine. Spesso si nota anche che beve e urina di più.
3. Parassiti intestinali
Le infestazioni più gravi possono sottrarre nutrienti importanti, impedendo al cane di prendere peso.
4. Insufficienza pancreatica esocrina
In questo caso il problema è la digestione: il pancreas non produce abbastanza enzimi e il cibo non viene assimilato. Aumentare le quantità non serve, perché il cane non riesce a utilizzarlo.
5. Enteropatie croniche (IBD)
Le infiammazioni intestinali croniche compromettono l’assorbimento dei nutrienti. Spesso sono presenti anche feci molli o diarrea.
6. Linfoma intestinale
Una patologia più seria che può causare dimagrimento per malassorbimento.
7. Neoplasie
Alcuni tumori alterano il metabolismo e “consumano” le risorse del cane, portando a una condizione chiamata cachessia.
8. Insufficienza epatica o cardiaca
Nelle forme più avanzate, queste condizioni possono aumentare il dispendio energetico, facendo dimagrire il cane anche se mangia normalmente.
Cosa fare se il cane non ingrassa?
Davanti a un cane che mangia ma non ingrassa, la cosa più importante è osservare bene i segnali. Alcune domande utili:
- Beve più del solito?
- Ha vomito o diarrea?
- Le feci sono normali?
- Il pelo è lucido o spento?
- È attivo come sempre?
Queste informazioni sono fondamentali per il medico veterinario.
Se il cane non ha altri sintomi, il primo passo può essere verificare che la quantità di cibo sia adeguata e, eventualmente, aumentarla leggermente.
Se invece sono presenti altri segnali, è meglio non improvvisare: aumentare il cibo senza una diagnosi potrebbe non servire, o addirittura peggiorare la situazione. In questi casi è consigliato fare gli accertamenti necessari per capire la causa.
In sintesi
Un cane che mangia e non ingrassa non va ignorato. A volte è solo una questione di fabbisogno energetico, ma altre volte può essere il segnale di un problema più serio.
La regola è semplice:
👉 se è in forma e sta bene, probabilmente è normale
👉 se perde peso o ha altri sintomi, serve un controllo
Osservazione e tempestività fanno davvero la differenza per la salute del cane.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane e carote: si può fare?
La risposta breve è sì: il cane può mangiare le carote e, anzi, in molti casi possono essere un’aggiunta interessante alla dieta. Però, come spesso accade quando si parla di alimentazione, è importante capire quando, come e in che quantità proporle, per evitare errori e sfruttarne davvero i benefici.
Perché le carote fanno bene al cane
Le carote sono una radice ricca di nutrienti utili anche per il cane. Contengono minerali come ferro, calcio, magnesio e zinco, che contribuiscono al buon funzionamento dell’organismo, in particolare del sistema immunitario.
Uno degli elementi più interessanti è il beta-carotene, responsabile del colore arancione. Si tratta di una pro-vitamina A, cioè una sostanza che il cane è in grado di trasformare in vitamina A attiva. Questo processo, a differenza di quanto accade nel gatto, è possibile, anche se può variare da individuo a individuo.
In più, le carote apportano fibre utili per l’intestino: aiutano a nutrire il microbiota e possono contribuire a regolarizzare il transito intestinale. Non è un caso che vengano spesso utilizzate anche in ambito nutrizionale per supportare cani con intestino sensibile.
Infine, contengono antiossidanti come i flavonoidi, che supportano il sistema immunitario e sono stati studiati anche per il loro ruolo nella prevenzione di alcune patologie.
Carote e intestino: un aiuto concreto

Uno degli utilizzi più interessanti delle carote riguarda il supporto in caso di disturbi intestinali. Se preparate nel modo corretto, possono avere un effetto lenitivo e regolatore sull’intestino, risultando utili in caso di diarrea occasionale.
Questo avviene grazie alla combinazione di fibre e alla loro particolare lavorazione, che le rende più facilmente utilizzabili dal microbiota intestinale. Non sostituiscono una terapia, ma possono essere un valido supporto in situazioni lievi.
Ci sono rischi nel dare le carote al cane?
In generale, le carote sono sicure per il cane, ma questo non significa che si possano dare senza criterio.
Il primo punto è la quantità: il cane resta un animale con una dieta a prevalenza animale, quindi le carote devono rappresentare una piccola parte della razione. Dosi eccessive possono creare squilibri o problemi intestinali.
Un altro aspetto riguarda la forma in cui vengono date. Le carote crude, soprattutto intere, possono risultare difficili da digerire completamente. In alcuni casi possono irritare l’intestino, soprattutto se il cane tende a ingerire pezzi grandi senza masticare bene.
Un falso mito da sfatare: le carote non sono vietate nei cani con diabete. Nonostante nell’uomo abbiano un certo indice glicemico, nel cane non ci sono evidenze che creino problemi se inserite correttamente nella dieta.
Come dare le carote al cane nel modo giusto
Il modo migliore per proporre le carote è cuocerle e frullarle. Questa preparazione permette di:
- rendere i nutrienti più disponibili
- migliorare la digeribilità
- favorire l’utilizzo delle fibre da parte del microbiota
Puoi cuocerle in poca acqua, con coperchio, fino a renderle morbide, e poi frullarle fino a ottenere una consistenza simile a una vellutata. Questo passaggio è fondamentale: schiacciarle semplicemente con la forchetta non ha lo stesso effetto.
La crema di carote può essere somministrata subito oppure conservata. È particolarmente utile anche nei periodi in cui il cane ha un intestino più sensibile.
Le carote crude possono comunque essere date, ma meglio grattugiate o frullate, così da ridurre il rischio di irritazione intestinale.
Conclusione
Le carote possono essere un’ottima aggiunta alla dieta del cane: nutrienti, digeribili e versatili. La chiave, come sempre, è usarle con buon senso: nelle giuste quantità e soprattutto preparate nel modo corretto.
Se vuoi inserirle in modo stabile nella dieta, soprattutto in caso di patologie o esigenze particolari, è sempre consigliabile confrontarsi con un veterinario esperto in nutrizione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto e olio di fegato di merluzzo: sì o no?
L’olio di fegato di merluzzo è uno di quegli integratori che molti conoscono, spesso associato a benefici “generici” come pelo lucido o sistema immunitario più forte. Ma quando si parla di gatto, la domanda è sempre la stessa: ha davvero senso usarlo?
La risposta non è così semplice come un sì o un no. Dipende da quando, come e soprattutto perché viene utilizzato.
Cos’è davvero l’olio di fegato di merluzzo
Come suggerisce il nome, si tratta di un olio estratto dal fegato di pesci del genere Gadus. È un prodotto ricco di nutrienti, in particolare:
- Acidi grassi Omega-3
- Vitamine liposolubili (A, D ed E)
- Alcuni microelementi, come lo iodio
In passato era molto utilizzato, soprattutto per prevenire problemi legati alla carenza di vitamina D. Oggi è tornato di moda anche nell’alimentazione del gatto, ma questo non significa automaticamente che sia sempre utile.
Quando potrebbe avere senso usarlo

L’olio di fegato di merluzzo può avere un ruolo solo in situazioni specifiche. Ad esempio, in caso di carenze nutrizionali, soprattutto di vitamina A o vitamina D.
Questo può succedere quando:
- Il gatto segue una dieta casalinga non bilanciata
- Vengono proposte diete troppo restrittive o sbilanciate
In questi casi, l’integrazione può essere presa in considerazione. Ma attenzione: non è mai una scelta da fare in autonomia.
I benefici sono davvero così evidenti?
Spesso si legge che questo olio migliora il pelo, la vista o il sistema immunitario. In parte è vero, perché contiene nutrienti utili.
Il problema è che, nella maggior parte dei casi, un gatto che segue già una dieta completa non ha bisogno di integrazioni. E aggiungere qualcosa “in più” non significa automaticamente fare meglio.
I rischi da non sottovalutare
Qui arriva il punto più importante. L’olio di fegato di merluzzo è molto ricco di vitamine A e D. Questo significa che è facile eccedere.
👉 Il rischio principale è l’ipervitaminosi, cioè un eccesso di vitamine che può avere effetti negativi anche importanti sulla salute del gatto.
Inoltre:
- Le quantità di vitamine possono variare molto da prodotto a prodotto
- È difficile dosarlo correttamente
- Può contenere contaminanti come metalli pesanti, soprattutto se non è altamente purificato
Rispetto ad altri integratori, è quindi meno “controllabile”.
Possibili effetti collaterali
Se somministrato in eccesso o per periodi prolungati, l’olio di fegato di merluzzo può causare diversi disturbi:
- Problemi digestivi (reflusso, eruttazioni, alito cattivo)
- Feci molli
- Difficoltà digestive in generale
Questi effetti sono abbastanza comuni, soprattutto quando il prodotto non è ben conservato o tende a irrancidire.
Quando è meglio evitarlo
Ci sono situazioni in cui è meglio non utilizzarlo:
- Se il gatto segue già una dieta bilanciata e completa
- In presenza di problemi di coagulazione
- Se il gatto assume farmaci specifici
In questi casi, il rischio di creare squilibri è più alto dei possibili benefici.
Esistono alternative migliori?
Se l’obiettivo è integrare gli Omega-3, esistono soluzioni più sicure e controllabili, come gli oli di pesce purificati.
Questi prodotti contengono principalmente acidi grassi Omega-3, senza l’eccesso di vitamine liposolubili tipico dell’olio di fegato di merluzzo. Questo li rende più gestibili e, nella maggior parte dei casi, più adatti.
In conclusione
L’olio di fegato di merluzzo non è un integratore da usare “a cuor leggero” nel gatto. Può avere un senso in situazioni specifiche, ma non è indicato per un uso quotidiano o generalizzato.
Se il gatto segue già un’alimentazione completa, aggiungerlo può fare più danni che benefici.
Come sempre, il punto chiave è uno:
👉 non integrare a caso, ma valutare ogni scelta insieme al medico veterinario.
Perché anche quando si parla di integratori, l’equilibrio fa davvero la differenza.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il gatto rovescia i croccantini: da cosa dipende?
Se vivi con un gatto, è molto probabile che ti sia già capitato: metti i croccantini nella ciotola e poco dopo li trovi sparsi sul pavimento. E magari il gatto, dopo averli buttati fuori, li mangia tranquillamente da terra. Un comportamento curioso, a volte frustrante, ma che in realtà ha sempre un motivo.
Capire perché il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola è importante, perché spesso non si tratta di un semplice “capriccio”, ma di un segnale da non ignorare.
Gioco, noia e comportamento predatorio
Il gatto è un predatore. Anche quando vive in casa, mantiene un forte istinto di caccia. I croccantini, piccoli e leggeri, possono facilmente trasformarsi in “prede” da inseguire.
In molti casi, quindi, buttare il cibo fuori dalla ciotola è semplicemente un modo per attivare un comportamento di gioco e predazione. Questo succede soprattutto quando il gatto si annoia o ha poche occasioni di stimolo durante la giornata.
La noia, però, non va sottovalutata. Se si protrae nel tempo, può trasformarsi in una forma di disagio più profondo, portando il gatto a sviluppare comportamenti ripetitivi o poco funzionali.
Ansia e cambiamenti nell’ambiente

Un altro motivo possibile è l’ansia. Il gatto è molto sensibile ai cambiamenti: un trasloco, una nuova persona in casa o anche modifiche nella routine quotidiana possono influenzare il suo comportamento.
In questi casi, buttare il cibo fuori dalla ciotola può diventare un modo per scaricare tensione o gestire uno stato emotivo alterato. Spesso questo comportamento nasce come gioco, ma con il tempo può essere associato a uno stato di agitazione.
Nausea o problemi medici
Non bisogna escludere una causa fisica. Se il gatto associa un alimento a una sensazione di malessere, può cercare di allontanarlo. Questo può tradursi proprio nel gesto di buttare i croccantini fuori dalla ciotola.
Quando dietro c’è nausea o un problema medico, possono comparire anche altri segnali come vomito, diarrea, stipsi o cambiamenti nell’appetito. Tuttavia, non sempre questi sintomi sono evidenti.
Per questo motivo, se il comportamento è frequente o improvviso, è importante confrontarsi con il medico veterinario per escludere eventuali problemi di salute.
Fatica delle vibrisse: un dettaglio spesso sottovalutato
Le vibrisse del gatto sono estremamente sensibili. Quando il gatto mangia da una ciotola troppo stretta o profonda, le vibrisse toccano continuamente i bordi, creando una sensazione fastidiosa.
Questa condizione, chiamata stress delle vibrisse, può spingere il gatto a tirare fuori il cibo per mangiarlo in una posizione più confortevole. Se il gatto butta i croccantini a terra e poi li mangia senza problemi, questa è una delle prime cause da considerare.
Semplicemente non gli piace quel cibo
I gatti possono essere molto selettivi. A volte il problema è più semplice del previsto: il gatto non gradisce quel determinato alimento.
In questo caso, buttare il cibo fuori dalla ciotola può essere un modo per rifiutarlo. Non c’è necessariamente nausea o malessere, ma solo una preferenza alimentare ben precisa.
Cosa fare se il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola
La prima cosa da fare è osservare il contesto. Questo comportamento è sporadico o frequente? Ci sono altri segnali associati?
Alcuni accorgimenti utili possono essere:
- Cambiare la ciotola, scegliendone una più larga e bassa
- Aumentare gli stimoli ambientali, con giochi e attività
- Valutare la qualità e l’appetibilità del cibo
Se però il comportamento persiste, è importante non fermarsi ai tentativi “fai da te”. Le cause possono essere diverse e non sempre facili da distinguere.
Il supporto di un medico veterinario, meglio se esperto in comportamento, è fondamentale per capire se si tratta di un problema emotivo, medico o nutrizionale e intervenire nel modo corretto.
In conclusione
Quando il gatto butta i croccantini fuori dalla ciotola, sta comunicando qualcosa. Può essere noia, stress, fastidio fisico o semplicemente una preferenza alimentare.
Osservare, fare piccoli cambiamenti e, se necessario, chiedere aiuto sono i passi giusti per comprendere davvero questo comportamento e migliorare il benessere del gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane mangia aglio: cosa succede davvero?
L’aglio è un ingrediente molto presente nella cucina umana e spesso viene citato anche nei rimedi tradizionali per la salute. Non è raro, infatti, sentire dire che potrebbe essere utile contro i parassiti intestinali. Quando però si parla di alimentazione del cane, la situazione cambia. Se il cane mangia aglio, in alte dosi, è importante sapere che possono esserci rischi reali per la sua salute.
Aglio e famiglia delle Allium
L’aglio appartiene al genere Allium, lo stesso gruppo botanico di cipolla, scalogno e altri bulbi noti per la loro tossicità nei confronti di cane e gatto. Nell’alimentazione umana l’aglio viene utilizzato da secoli sia come alimento sia come rimedio naturale grazie alla presenza di numerosi composti bioattivi. Alcune ricerche hanno dimostrato che queste sostanze possiedono attività antibatteriche e altre proprietà interessanti, osservate soprattutto in laboratorio.
Tuttavia, ciò che può avere effetti positivi in vitro non è necessariamente sicuro per il cane o per il gatto. L’organismo di questi animali, infatti, gestisce in modo diverso alcune sostanze presenti nell’aglio, che possono risultare difficili da neutralizzare.
Perché l’aglio è pericoloso per il cane

Il problema principale dell’aglio è la presenza di composti solforati con forte attività ossidante. Tra questi, uno dei più rilevanti è il N-propyl-disulfide. Queste molecole possono danneggiare i globuli rossi del cane, provocando la loro distruzione, un processo chiamato emolisi.
I globuli rossi del cane sono più sensibili allo stress ossidativo rispetto a quelli umani. Questo significa che il cane è meno efficace nel proteggere queste cellule dai danni provocati da determinate sostanze chimiche. Quando l’emolisi diventa importante, può comparire un’anemia anche grave.
I sintomi non arrivano subito
Uno degli aspetti più insidiosi dell’intossicazione da aglio è che i sintomi non compaiono immediatamente. Nella maggior parte dei casi iniziano 3–4 giorni dopo l’ingestione, ma talvolta possono manifestarsi anche una settimana o più tardi.
Quando i segni clinici diventano visibili, il danno ai globuli rossi è spesso già in corso. Tra i sintomi più comuni si possono osservare:
- apatia e abbattimento
- perdita di appetito
- debolezza
- respiro accelerato
- vomito o diarrea
In alcuni casi possono comparire segnali più evidenti come ingiallimento della sclera (la parte bianca dell’occhio) oppure urine molto scure, simili al colore della cola.
Qual è la quantità tossica?
Stabilire una dose precisa non è semplice. Le informazioni disponibili suggeriscono che quantità superiori a 5 grammi di aglio per kg di peso corporeo possano rappresentare un rischio significativo, ma la sensibilità può variare da cane a cane.
Alcune razze, come Akita e Shiba Inu, sembrano essere più sensibili a questo tipo di tossicità. Anche i cani anziani possono reagire in modo più marcato rispetto ai soggetti giovani.
Cosa fare se il cane ha mangiato aglio
Se vi accorgete che il cane ha ingerito aglio, la cosa più importante è contattare subito il medico veterinario e fornire tutte le informazioni utili per valutare il rischio. In particolare:
- quando è stato ingerito l’aglio
- se era crudo o cotto (crudo è generalmente più tossico)
- la quantità approssimativa ingerita
- peso, età e razza del cane
Se l’ingestione è recente, il veterinario potrebbe decidere di indurre il vomito o eseguire una lavanda gastrica per ridurre l’assorbimento delle sostanze tossiche. Quando invece i sintomi sono già presenti, non esiste un antidoto specifico e può essere necessario un trattamento intensivo di supporto.
Meglio prevenire
L’idea di utilizzare l’aglio come rimedio naturale per il cane deriva da tradizioni molto diffuse, ma oggi sappiamo che i rischi possono superare i possibili benefici.
In caso di dubbio, la regola è semplice: se il cane mangia aglio ad alte dosi rispetto alla taglia, non aspettare la comparsa dei sintomi. Contattare il veterinario il prima possibile può fare una grande differenza nella gestione della situazione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane ha sempre fame: perché succede?
Quante volte ti è capitato di incrociare lo sguardo del tuo cane mentre mangi e avere la sensazione che non sia mai sazio? Oppure di vederlo finire la sua razione in pochi secondi e cercarne subito ancora? La domanda è più che legittima: perché il cane sembra avere sempre fame?
La risposta non è unica. Il senso di sazietà nel cane dipende da diversi fattori, sia fisici che metabolici, e in alcuni casi anche genetici o patologici. Capire cosa c’è dietro questo comportamento è fondamentale per evitare errori che, nel tempo, possono compromettere la salute del cane.
Come funziona il senso di sazietà nel cane

Il senso di sazietà nasce da un insieme di segnali. Da una parte c’è la distensione dello stomaco, quindi un meccanismo “meccanico”: quando lo stomaco si riempie, invia segnali al cervello. Dall’altra entrano in gioco stimoli “chimici”, legati alla composizione del pasto.
In particolare, proteine di origine animale e grassi contribuiscono in modo significativo alla sensazione di pienezza. Non tutti i pasti, quindi, hanno lo stesso potere saziante. Un alimento poco bilanciato o povero di nutrienti chiave può lasciare il cane con una fame persistente anche dopo aver mangiato.
Genetica e predisposizione: alcuni cani hanno più fame di altri
Non tutti i cani hanno lo stesso rapporto con il cibo. Alcune razze mostrano una predisposizione genetica a una maggiore motivazione alimentare. È il caso del Labrador Retriever, in cui è stata identificata una mutazione (POMC) associata a una ridotta percezione della sazietà e a una maggiore tendenza all’aumento di peso.
Questo significa che in alcuni soggetti la fame non è solo “ingordigia”, ma una reale difficoltà nel percepire quando è il momento di smettere di mangiare.
Sterilizzazione, metabolismo e aumento dell’appetito
Un altro fattore molto importante è la sterilizzazione. Dopo la sterilizzazione o la castrazione, il metabolismo del cane tende a rallentare a causa della diminuzione degli ormoni sessuali. Questo comporta un minor dispendio energetico.
Il risultato? Il cane può avere più fame pur avendo bisogno di meno calorie. È una combinazione che, se non gestita correttamente, porta facilmente all’aumento di peso. Nelle femmine il calo metabolico è spesso ancora più evidente.
Quando la fame è un segnale di una patologia
In alcuni casi la fame eccessiva può essere il campanello d’allarme di un problema medico. Tra le condizioni più comuni troviamo:
- Ipotiroidismo
- Sindrome di Cushing
- Diabete mellito
Queste patologie possono determinare un aumento dell’appetito, talvolta senza sintomi eclatanti nelle fasi iniziali. Se il cane mangia molto ma perde peso, oppure mostra altri cambiamenti (più sete, più urina, apatia), è fondamentale rivolgersi al medico veterinario.
Cosa succede se il cane mangia troppo
Un eccesso occasionale può causare disturbi digestivi, dolore addominale o eccessiva dilatazione gastrica. Ma il vero problema è l’eccesso cronico.
Se il cane assume più calorie di quelle che consuma, ingrassa. E l’obesità nel cane non è un dettaglio estetico: è una malattia a tutti gli effetti. Un cane obeso ha un rischio maggiore di sviluppare patologie articolari, metaboliche e cardiovascolari e, secondo diversi studi, vive meno rispetto a un cane normopeso.
Cosa fare se il cane ha sempre fame
Prima di tutto, serve un dato oggettivo: il peso.
Pesa il cane al mattino, a digiuno, prima della passeggiata, usando sempre la stessa bilancia. Ripeti la pesata dopo 15 giorni nelle stesse condizioni.
- Se il cane perde peso, la fame potrebbe essere giustificata e va approfondita con il veterinario.
- Se mantiene o aumenta il peso, è necessario intervenire prima che il problema diventi più complesso.
Una volta escluse cause patologiche, occorre valutare:
- La qualità e composizione del pasto
- L’apporto di proteine di origine animale
- L’equilibrio calorico complessivo
- Il livello di attività fisica
Aumentare semplicemente le verdure per “riempire” lo stomaco raramente è una soluzione efficace. Il cane non si lascia facilmente ingannare dal solo volume del pasto.
Infine, non dimenticare l’aspetto comportamentale. In alcuni casi, la richiesta continua di cibo può essere legata a noia o scarsa stimolazione mentale. Lavorare con un educatore può aiutare a canalizzare l’interesse del cane verso attività alternative.
In conclusione
Se il cane ha sempre fame, non è solo una questione di golosità. Può dipendere da genetica, metabolismo, composizione della dieta, sterilizzazione o, in alcuni casi, da una patologia.
La cosa più importante è non ignorare il segnale. Monitorare il peso, valutare l’alimentazione e chiedere consiglio al veterinario sono i primi passi per garantire al cane una vita lunga e in salute.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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