I cani possono mangiare le ossa?
E’ possibile somministrare ossa ai cani in alcuni regimi alimentari, per la precisione le ossa entrano di diritto nelle diete crude come la BARF. In questo regime alimentare infatti vengono somministrate quotidianamente ossa, che devono però rispettare rigorosamente alcune caratteristiche per minimizzare i rischi.
Una delle domande che ci sentiamo rivolgere più spesso è proprio questa: i cani possono mangiare le ossa?
La risposta non è scontata. Le ossa vengono viste malissimo dalla maggior parte dei veterinari: spesso infatti capita di dover operare un cane perché ha rubato un osso dal bidone della spazzatura dopo una grigliata, riportando poi una perforazione intestinale.
Eppure, nelle diete crude come la BARF le ossa vengono inserite di diritto. Dove sta la ragione? Diciamo che la ragione, come sempre, sta nel mezzo.
I cani possono mangiare le ossa?
La risposta è sì, ma solo se si segue un regime alimentare specifico e solo specifici tipi di ossa. Di certo non in aggiunta ad una dieta commerciale e nemmeno ad una dieta casalinga che comprenda anche quote importanti di carboidrati.
Quando diamo carboidrati ai nostri cani (riso, pasta, patate…) infatti il pH all’interno dello stomaco raggiunge valori un po’ più alti rispetto ad un cane che segue una dieta senza carboidrati.
Questo è importante perché nello stomaco con un pH più basso (e quindi più acido) favoriamo una corretta liquefazione delle ossa.
Se ciò non avviene rischiamo invece una perforazione a livello intestinale.
Dobbiamo dire anche che in una dieta BARF e somministrando alcuni tipi di ossa considerate sicure, avremo diversi vantaggi: abbasseremo il costo della dieta, offriremo al nostro cane la possibilità di rilassarsi masticando un alimento che gli piace molto e lo aiuteremo a mantenere i denti ben puliti.
Quali ossa dare ai cani?
Le ossa che si utilizzano nella dieta BARF sono definite ossa crude e polpose, ossia ricoperte di carne.
Questo è fondamentale perché lo strato di carne che le ricopre limiterà il rischio di perforazioni del palato e dell’esofago. Quindi mai dare ossa “nude”.
Inoltre vanno somministrate crude perché un osso cotto si scheggia molto più facilmente in piccoli pezzetti, con maggior rischio di rovinare la mucosa.
Per evitare del tutto i rischi di perforazione, le ossa polpose possono essere somministrate anche macinate.
Le ossa macinate sono particolarmente comode per questo motivo ed è possibile acquistarle già pronte sui siti che vendono prodotti per barfisti.
E’ importante anche selezionare il tipo di ossa e l’animale da cui provengono: le ossa possono infatti essere classificate in base al grado di difficoltà.
Alcune vengono considerate ossa più facili, ed altre invece sono più difficili, in base alla specie animale ed anche alla porzione anatomica. Per esempio, parlando di un pollo, un osso portante come quello del coscio, che sostiene più peso, sarà più denso e quindi più difficile da digerire rispetto al collo.

Vediamo insieme quando e quali possiamo dare (attenzione: quello in foto è un esempio di ossa DA NON DARE in quanto “osso nudo” senza polpa attorno).
Quali ossa non dare al cane?
Come già visto mai dare ossa cotte e mai dare ossa nude.
Alcuni tipi di ossa vanno evitati, ad esempio lo stinco di bovino. In questo caso l’osso è strutturato per sostenere un peso importante, e sarà quindi un osso più denso che causerà molto più facilmente costipazione.
Anche le costine possono essere pericolose se date singolarmente, perché per la forma stretta ed allungata possono invogliare il cane ad ingerirle senza masticare affatto.
In linea generale inoltre non vanno date le ossa di tacchino, neanche con polpa attorno, in quanto possono facilmente scheggiarsi. Fa eccezione solo il collo di tacchino, che possiamo usare invece come osso polposo, ma che è abbastanza complesso da digerire e deve essere inserito solo in un secondo momento.
Come dare le ossa ai cani?
Il cane va educato gradualmente alle ossa polpose. Somministrare fin da subito ossa più difficili potrebbe essere rischioso.
Bisognerà quindi iniziare dalle ossa più semplici, come i colli di pollo, insegnando a masticarle.
Una volta appurato che è in grado sia di masticare che di digerire le ossa più facili, potremo via via provare con qualcosa di più difficile.
E’ anche importante monitorare il proprio animale mentre mangia, mantenendoci comunque ad una certa distanza per non disturbarlo.
Infatti, può capitare che nel masticare un osso la carne si sfili, lasciandone un’estremità scoperta: in questo caso potrebbe essere pericoloso e dovremo intervenire offrendogli qualcosa di goloso per far sì che ci ceda l’osso che sta masticando.
Questa manualità potrebbe risultare rischiosa con alcuni cani particolarmente “gelosi” del proprio alimento: in questo caso, meglio non somministrare affatto le ossa intere, preferendo quelle macinate.
Quante ossa dare al cane?
In una dieta cruda tipo BARF, le ossa polpose vanno a coprire circa il 30-45% della razione giornaliera. La quantità precisa va calcolata in base al singolo cane, alle sue capacità digestive, alla salute del suo tratto gastroenterico, alla razza ed all’età.
La percentuale varia anche in base al tipo di ossa, se macinate o se intere.
Quando non dare ossa al nostro cane?
Come abbiamo detto fin qui, non diamo ossa se il nostro cane assume normalmente una dieta commerciale o comunque con una importante quota di carboidrati.
Inoltre, anche nel caso di un cane che segue una dieta BARF, evitiamo di somministrare ossa se assume antibiotici che possono alterare il microbiota intestinale. O terapie con gastroprotettori che possono determinare un problema a livello di secrezione acida dello stomaco. Con difficoltà nella digestione e maggior rischio di perforazione intestinale. La stessa cosa dicasi se il cane deve assumere immunosoppressori o chemioterapici. Anche se in questo caso i problemi maggiori sono legati al crudo (e quindi ai pericoli microbiologici connessi) più che alle OP in sé.
In sintesi quindi, sì alle ossa per cani che seguono una dieta cruda, purché rientrino nelle caratteristiche che abbiamo descritto, senza rischiare inutilmente la salute del nostro amico con ossa che possono risultare rischiose.
Articolo della Dott.ssa Silvia Bernabucci, DVM
- Published in Silvia Bernabucci
Reazioni avverse al cibo, qual è la dieta da prediligere?
Piccolo excursus sulle Reazioni avverse al cibo. Quale dieta è da prediligere?
Quali test diagnostici possono essere utilizzati? Andiamo a scoprirlo!
Cercheremo di fare un po’ di chiarezza sull’importanza del ruolo del medico veterinario nutrizionista in un corretto iter diagnostico per individuare gli alimenti responsabili di reazione avverse.
Sempre più spesso sentiamo parlare di cani e gatti allergici o intolleranti al cibo. Molti alimenti vengono banditi proprio perché si suppone siano i responsabili di diversi disturbi che possono spaziare da problemi dermatologici a problemi gastrointestinali. Ma è davvero l’alimento il solo responsabile?
Allergie e intolleranze: razze e fattori di predisposizione
Negli ultimi anni Il numero degli animali allergici o intolleranti è sempre più in aumento. I primi sintomi possono comparire a qualsiasi età, anche se nei cani il 30% dei soggetti manifesta le prime reazioni allergiche durante il primo anno.
Le cause di questo aumento sono ancora da chiarire. Si sospetta, come in medicina umana che ci sia una correlazione tra l’ambiente e quello che mangiamo ogni giorno, oltre ovviamente alle predisposizioni genetiche.
Le razze maggiormente predisposte sono: Bassotti, Boxer, Dalmata, Cocker Spaniel, Sharpei, Pastore Tedesco. Ma anche Barboni, Labrador e Golden Retriver, Collie, Shnauzer nano, Lhasa apso e gatti Siamesi.
Un altro fattore è rappresentato da patologie gastroenteriche nei soggetti entro l’anno di età, che vengono colpiti da patologie virali, parassitarie o batteriche a livello gastroenterico. In questi animali si ha un’alterazione della barriera intestinale con perdita di tolleranza immunitaria. Hanno cioè l’incapacità di tollerare gli alimenti che sono stati dati nel momento in cui c’era in atto la patologia, creando così una reazione infiammatoria persistente.
Allergia e intolleranza, qual è la differenza?
Entrambe sono delle reazioni avverse al cibo le così dette RAC. Possono determinare quadri clinici diversi, dalla diarrea al prurito.
Con il termine allergia indichiamo una reazione in cui viene coinvolto il sistema immunitario. L’allergene innesca una serie di reazioni a catena che possono sfociare in un episodio di anafilassi.
Con l’intolleranza alimentare invece non c’è interessamento del sistema immunitario. Si tratta di reazioni metaboliche, come ad esempio incapacità a digerire il lattosio o l’amido. Rientrano in questa categoria anche le intossicazioni alimentari (ne parlo anche in quest’articolo).
In medicina veterinaria l’intolleranza alimentare è quella che si riscontra maggiormente. Si manifesta molto spesso con vomito e diarrea, mentre le allergie alimentari sono anche accompagnate da problemi cutanei. Come prurito, otiti, ponfi, oltre alle manifestazioni gastriche.
Reazioni avverse al cibo. Come fare diagnosi di allergia o intolleranza alimentare?
Fino ad oggi non esistono dei test ematologici affidabili, in quanto è scientificamente provato che è normale trovare nel sangue IgE e IgG nei confronti di cibi comunemente ingeriti, senza che questi abbiano necessariamente una correlazione con i sintomi di reazione avverse all’alimento.
Un altro test diffuso ma poco diagnostico, è il test di citotossicità. Purtroppo non è attendibile: se ripetuto in tempi diversi sullo stesso animale da risultati contrastanti, con un numero elevato di falsi positivi e negativi.
Come facciamo dunque ad individuare quale alimento è il colpevole? Ecco dove entrano in gioco i medici veterinari nutrizionisti.
L’ alimentazione casalinga infatti, utilizzando una così detta dieta ad eliminazione, è ad oggi l’approccio diagnostico più affidabile. Siamo sicuri che gli alimenti che scegliamo di somministrare siano privi di contaminazioni crociate o di additivi, spesso responsabili di allergia.

Cos’ è una dieta ad eliminazione?
Consiste nel dare al nostro animale un cibo con un’unica fonte proteica e un’unica fonte di carboidrato.
Per una corretta dieta ad eliminazione si dovrebbero scegliere alimenti che l’animale non ha mai mangiato prima. Il condizionale è d’obbligo, perché in molti casi è difficile da individuare. Capita spesso infatti che le famiglie, prese dalla disperazione, provino tantissimi alimenti. In commercio se ne trovano davvero di tutti i gusti! Il lavoro del nutrizionista in questi casi è più complicato. Si darà comunque la precedenza agli alimenti che il cane o il gatto hanno mangiato più raramente nella loro vita.
Una dieta privativa dura circa dalle 8 alle 12 settimane, dipende dal caso clinico, spesso e per fortuna i miglioramenti iniziano a vedersi prima.
Durante questo periodo è importante non dare nulla di extra dal piano dieta. Qualsiasi fuori pasto potrebbe infatti vanificare tutto quello che è stato fatto fino a quel momento, dovendo così ricominciare da capo a contare i giorni per completare il percorso.
Una dieta ad eliminazione non è una dieta che può essere fatta per sempre, in quanto spesso risulta difficile poterla bilanciare in modo corretto. Proprio perché alcuni alimenti/ integratori non possono essere dati.
Quindi dopo il periodo di privazione inizierà una seconda fase, con la reintroduzione degli alimenti, uno alla volta. Per valutare se il cane o il gatto manifestano delle reazioni avverse.
Una volta stabilito a quale alimento l’animale è allergico, verrà impostata una dieta di mantenimento con le fonti sicure.
Reazioni avverse al cibo. E per quanto riguarda gli alimenti commerciali?
In commercio esistono diversi alimenti monoproteici, ma sono in genere sconsigliabili per una dieta privativa a fini diagnostici. Esiste infatti un rischio di contaminazioni crociate durante la lavorazione, oltre al fatto che l’etichetta potrebbe non essere sufficientemente chiara riguardo gli ingredienti o additivi utilizzati per quel prodotto.
Gli alimenti commerciali ad uso diagnostico che potrebbero essere utilizzati invece sono quelli che contengono proteine idrolizzate. Ovvero proteine che hanno un peso molecolare così basso da non essere percepite dal sistema immunitario del nostro animale.
Anche in questo caso però bisogna fare attenzione perché può capitare nella pratica clinica di vedere diversi soggetti allergici agli acari delle derrate alimentari. Sono cioè allergici agli acari che normalmente si trovano negli alimenti secchi industriali.
Concludendo, nel caso in cui si sospettasse una reazione avversa a qualche alimento, il consiglio è di affidarsi ad un medico veterinario che saprà consigliare il miglior Iter diagnostico da intraprendere. Assolutamente no al fai da te!
Articolo della dott.ssa Francesca Parisi, DMV
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Snack e Masticativi per cani
Basta a volte davvero poco per rendere felice il nostro cane: una coccola, una bella passeggiata oppure uno snack. Usati come “premietto” o come spuntino, snack e masticativi sono diventati un elemento fondamentale nel rapporto tra il cane e il suo proprietario.
In questa breve guida vedremo come utilizzarli, quali sono i più salutari e quelli che invece sarebbe meglio evitare.
Per snack si intende, esattamente come per noi, un “fuori pasto” che possiamo dare al nostro cane come premio o semplicemente come merenda.
Spesso è un unico boccone mentre il masticativo è un extra pensato appunto non per essere ingerito ma per essere masticato a lungo.
Vediamo dunque cosa sono Snack e Masticativi per cani.
Snack e Masticativi per cani. Ecco gli snack consigliati!
Possibilmente sarebbe meglio scegliere snack naturali, privi di aromi, conservanti e additivi come:
Essiccati di carne e pesce
Facilmente reperibili sia online che nei negozi di animali alcuni esempi di essiccati sono: pesciolini essiccati, polmone essiccato, nerbi di bue, pelle di nuca, trippa essiccata.
Se il cane sta mangiando su consiglio del vostro veterinario una dieta monoproteica prestate attenzione a scegliere un essiccato della stessa fonte proteica utilizzata.
Frutta
Mela, pera, anguria, frutti rossi, agrumi sono ottimi snack. Attenzione però a non esagerare!
Il cane è pur sempre un carnivoro e l’eccesso di fibra può essere per lui difficile da digerire soprattutto se proveniente da frutta molto zuccherina che può causare fermentazioni intestinali spiacevoli.
Da evitare invece uva e uvetta che sono tossiche per il cane.
Yogurt
Scegliete uno yogurt intero bianco, gli yogurt alla frutta sono troppo zuccherini per il cane.
Biscotti home-made
Esattamente come per noi un biscotto fatto in casa, con ingredienti scelti da noi e senza conservanti è sicuramente più salutare rispetto a un biscotto industriale.
Su diversi siti e anche sul nostro blog potete trovare molte ricette gustose.

Ecco invece gli Snack sconsigliati
Biscotti industriali e snack dentali commerciali potrebbero essere paragonati alla nostra “merendina confezionata”, non necessariamente da evitare ma da usare con molta moderazione.
Un buon compromesso potrebbe essere una volta a settimana.
Da evitare invece assolutamente ossa cotte che possono causare danni ai denti e perforazioni/ostruzioni intestinali.
E cioccolato, che è tossico per i nostri cani.
Snack e Masticativi per cani. In quali quantità?
Ora che abbiamo visto quali sono i principali snack parliamo di quantità.
Trattandosi di “fuori pasto” un loro eccesso potrebbe causare o un aumento di peso indesiderato o lo sbilanciamento della dieta del nostro cane.
Abbiamo già parlato dei rischi connessi a sovrappeso e obesità in un precedente articolo.
Lo sbilanciamento della dieta invece è dovuto a un eccesso di un determinato nutriente rispetto agli altri (ad esempio se stiamo dando molti biscotti al nostro cane la farina sbilancerà i carboidrati della dieta a sfavore di proteine e grassi).
Ovviamente questo sarà più probabile in un cane di piccola taglia la cui dieta già di per sé è composta da porzioni piccole o in un cucciolo in accrescimento, molto sensibile alla carenza o all’eccesso di alcuni nutrienti.
Per non sbagliare, fatevi sempre consigliare da vostro Medico Veterinario di fiducia.
Masticativi. Di cosa si tratta?
I masticativi sono fatti per essere masticati a lungo e se ben utilizzati possono essere un ottimo “anti-stress” per il nostro cane. La masticazione aiuta a mantenere una buona igiene orale e per alcuni cani è un ottima tecnica di rilassamento e sfogo.
I masticativi però non sono tutti uguali. Quelli che consigliamo sono i pezzi di pelle di carne o pesce, le corna di cervo o bufalo, le radici o legno di caffè.
Oppure potete scegliere di riempire il Kong con qualcosa di appetibile e salutare come lo yogurt.
Per quanto questi masticativi siano piuttosto sicuri c’è sempre un minimo rischio di soffocamento nel caso dovesse staccarsene un pezzo di dimensioni pericolose che il nostro cane potrebbe riuscire ad inghiottire.
Per questo motivo consigliamo di darli al cane solo in vostra presenza e per un periodo di tempo limitato, che potrete stabilire con il vostro veterinario a seconda dell’indole del vostro animale. Se utilizzati in maniera eccessiva, infatti, possono predisporre a infiammazione intestinale.
Veniamo ora ai masticativi da NON utilizzare.
Il ginocchio bovino è un osso molto impegnativo che può facilmente scheggiarsi o causare costipazione intestinale per cui meglio evitarlo.
Le ossa di pelle (spesso di bufalo), invece, nonostante il nome sono formate da residui di pelle bovina utilizzata per l’industria tessile. Quindi prima di finire nell’osso che daremo al nostro cane vengono sottoposti a vari trattamenti chimici, seguiti da aggiunta di coloranti e altre sostanze che gli permettono di avere la forma e il colore finale.
Si tratta quindi di un prodotto che di naturale ha ormai ben poco per cui è consigliabile scegliere tra le altre alternative elencate, sicuramente più salutari!
Articolo della dott.ssa Denise Pinotti, DMV
- Published in Denise Pinotti
Razze e nutrizione? Non sono tutte uguali!
La vicinanza con l’uomo e la domesticazione del cane ha portato modifiche alla sua capacità di nutrirsi. Infatti ha messo in atto un processo evolutivo ed è diventato uno “scavenger” (mangiatore di resti/scarti), mantenendo comunque forti caratteristiche da carnivoro.
Purtroppo sul piano alimentare non tutte le razze si sono evolute nello stesso modo e spesso non c’è stata una vera e propria evoluzione ma piuttosto una divergenza, anche all’interno della stessa razza.
Esistono numerosi studi che evidenziano la predisposizione di alcune razze allo sviluppo di patologie su base alimentare.
Qualunque soggetto, indipendentemente dalla razza o dall’età, può andare incontro a sindromi carenziali o intossicazioni se la dieta è incompleta o non equilibrata. Tuttavia, esistono alcune patologie su base alimentare per le quali esiste un evidente predisposizione di razza. In questo articolo ne tratteremo le principali.
Razze e nutrizione. Cosa dobbiamo sapere?
Esistono alcune razze in cui le problematiche di diarrea e feci malformate sono frequenti, legate ad un problema di digeribilità dell’amido. Recentemente uno studio ha dimostrato che nei Siberian Husky, negli Alaskan Malamute, negli Akita Inu, nello Shiba Inu e anche nel Barboncino (strano ma vero!), le amilasi, enzimi pancreatici preposti alla digestione dell’amido, risultino meno efficienti che in altre razze. Proprio per questo possono insorgere problemi gastroenterici quando assumono alimenti contenenti amido.
Lo stesso difetto nella digestione dell’amido sembra esistere in varie altre razze come il cane lupo cecoslovacco.
Gli Alaskan Malamute e i Siberian Husky possono presentare anche un’altra patologia, su base ereditaria, che ha la sua origine in un problema gastroenterico. Si tratta della dermopatia responsiva allo zinco, la cui patogenesi sembra essere legata ad uno scarso assorbimento dello zinco in sede intestinale.
La letteratura su questa forma di dermatite suggerisce che i segni clinici, che possono includere formazione di croste ed eritema delle aree periorbitali, possono svilupparsi a causa dell’assorbimento intestinale inadeguato dello zinco. Da questa patologia, sempre su base ereditaria, possono essere colpiti anche i Dobermann e i Bull terrier.
E il glutine?
Nel Setter irlandese è stata dimostrata la presenza di una enteropatia glutine-sensibile. Simile alla celiachia dell’uomo, causata da una reazione avversa al glutine (proteina contenuta nel frumento).
Ad oggi non è ancora stata trovata con certezza la patogenesi di questa malattia. E non è ancora chiaro se sia dovuta ad una risposta immunitaria aberrante nei confronti del glutine o ad un effetto tossico diretto del glutine stesso.
Gli animali affetti da questa patologia presentano generalmente diarrea cronica e perdita di peso dovuti a malassorbimento.
L’eliminazione del glutine dalla dieta porta alla scomparsa graduale di questi sintomi e rappresenta contemporaneamente la diagnosi e la terapia di questa patologia.
Più di recente è stato proposto un possibile ruolo del glutine nell’eziologia di altre due malattie che colpiscono altre due razze. In primo luogo, il glutine sembra svolgere un ruolo importante nella cosiddetta “Sindrome dei crampi epilettoidi” osservata nel Border Terrier. La condizione è caratterizzata da segni neurologici, con episodi di discinesia parossistica talvolta associati a disturbi gastro-intestinali.
In secondo luogo, il ruolo del glutine è stato studiato anche nell’ enteropatia proteino-disperdente e nella nefropatia proteino-disperdente dei Soft Coated Wheaten Terrier.

Ancora su razze e nutrizione
Anche lo Schnauzer nano presenta una predisposizione familiare per lo sviluppo di una patologia su base alimentare a cui possono conseguire dolori addominali e convulsioni e che può, in alcuni casi, predisporre allo sviluppo di una pancreatite, crisi epilettiche o entrambe le cose. Questa patologia sii chiama iperlipidemia idiopatica primaria. È dovuta ad un’alterazione nel metabolismo dei lipidi.
In alcune razze tra cui Pastore Australiano, Schnauzer gigante, Border collie e Beagle, è stato osservato un difetto nell’assorbimento intestinale della vitamina B12 (cianocobalamina) conosciuta come sindrome di Imerslund-Grasbeck. Nei cani colpiti può causare perdita di appetito, scarso accrescimento, letargia e malessere che si intensifica dopo il pasto.
Predisposizione ai calcoli e accumulo di rame
Il Dalmata, come è noto, ha una predisposizione genetica a formare calcoli da urati di ammonio.
Studi hanno evidenziato come in alcuni cani di questa razza, la trasformazione dell’acido urico (derivante dal catabolismo delle purine) in allantoina non avvenga in maniera adeguata a causa di un difetto autosomico recessivo. L’eccessivo accumulo di acido urico si riflette in un’eccessiva eliminazione di questa molecola con le urine e, di conseguenza, con un’aumentata probabilità di sviluppare calcoli da urati.
Oltre al Dalmata, ci sono altre razze come lo Yorkshire terrier, il Bulldog francese o lo Schnauzer nano che sembrano essere predisposte allo sviluppo di questa patologia.
Tra le altre urolitiasi anche in quelle causate dalla cistina sembra esserci una predisposizione di razza. In particolar modo nel Basset Hound, nel Bulldog inglese, nel Bassotto e nell’Irish terrier. Alcune forme di cistinuria ereditaria con un’elevata concentrazione di cistina nelle urine non sono infrequenti in queste razze.
Infine, ricordiamo l’epatopatia ereditaria da accumulo di rame del Bedlington Terrier, trasmessa da un carattere autosomico recessivo, in cui il rame si accumula nel fegato a causa di un difetto metabolico della sua escrezione biliare. Oltre a questa razza sembrano essercene altre predisposte a epatopatie con accumulo di rame, sempre per cause ereditarie, come il West Highland white terrier, lo Skye Terrier, il Dobermann, il Dalmata e il Labrador retriever.
Per concludere
In conclusione come abbiamo visto, molte malattie associate ad una predisposizione di razza sono correlate all’alimentazione e la loro gestione ottimale richiede un’attenta valutazione da parte del medico veterinario esperto in nutrizione che apporterà quando necessario delle modifiche alla dieta dei nostri amici a quattro zampe.
Articolo della dott.ssa Laura Mancinelli, DMV
- Published in Laura Mancinelli
Cani e gatti possono mangiare i legumi?
I legumi non sono certamente fra gli alimenti che più facilmente ci viene in mente di dare al nostro cane o al nostro gatto, ma se volessimo.. si potrebbe?
Ne parliamo in questo articolo dove approfondiamo cosa sono i legumi e quali possiamo trovare in commercio, quali sono i possibili effetti sull’apparato gastroenterico e come vanno cucinati per cani e gatti.
Che cosa sono i legumi
I legumi sono i semi contenuti all’interno dei baccelli (dei frutti) delle piante leguminose.
Sebbene contengano anche carboidrati vengono considerati un’importante fonte di proteine vegetali.
Sono ricchi anche di fibre, vitamine e sali minerali.
Quali sono?
- Ceci
- Fagioli
- Lenticchie
- Fave
- Edamame
- Piselli
- Soia
- Cicerchie
- Lupini
I legumi come prebiotici
I legumi vengono considerati degli ottimi prebiotici, perché contengono un’elevata percentuale di fibra sia solubile che insolubile. La fibra nutre i batteri buoni dell’intestino, un’enorme popolazione che vive nell’apparato digerente del cane e del gatto.
La fibra agisce anche regolarizzando la motilità intestinale e la digestione.
Il problema del valore biologico delle proteine
Il valore biologico è una valutazione delle proteine che vengono assunte dall’organismo tramite l’alimentazione.
Un alimento è detto ad elevato valore biologico se contiene tutti gli amminoacidi essenziali e nelle giuste quantità (come le proteine di origine animale), mentre un basso valore biologico indica un alimento che non contiene gli amminoacidi essenziali o non li contiene nelle giuste quantità (come le proteine di origine vegetale).
Questo significa che le proteine dei legumi non contengono nelle giuste quantità gli amminoacidi essenziali ovvero gli amminoacidi che il corpo animale non riesce a sintetizzare, ma che deve per forza assumere con la dieta.
Gli amminoacidi essenziali sono fondamentali perché la carenza anche di uno solo può mettere in crisi il delicato equilibrio di sintesi proteica di tutto il corpo. E di conseguenza il ripristino e il mantenimento del tono e della massa muscolare, le funzioni cognitive dell’animale, le difese immunitarie e tantissimi altri processi che avvengono nel corpo grazie alle proteine.

Quindi possiamo dare sì o no i legumi a cani e gatti?
Sì, possiamo dare i legumi ai nostri amici a quattro zampe, ma solo sotto controllo medico.
Per quanto detto prima risulta chiaro che possiamo solo se questi rientrano all’interno di un’alimentazione bilanciata e varia, composta principalmente da proteine di origine animale (carne e pesce).
Come vanno cucinati i legumi?
I legumi freschi
I legumi freschi vanno sempre messi in ammollo per il tempo indicato sulla confezione. Successivamente vanno sciacquati e poi cotti in abbondante acqua bollente. Si può aggiungere nell’acqua di cottura un pezzo di alga kombu che aiuterà a renderli più digeribili.
I legumi in scatola
Sono già pronti all’uso ma mi raccomando, sciacquateli bene prima di somministrarli al vostro pet per eliminare il sale e altre sostanze di conservazione.
Come vanno somministrati?
Iniziamo a somministrare i legumi in piccole quantità e iniziamo da quelli decorticati (suggerisco di iniziare da lenticchie e piselli) per poi passare agli altri.
Il consiglio è di schiacciarli e frullarli una volta cotti.
Possiamo usarli come snack, merende o come aggiunta alla loro pappa!
Articolo della dott.ssa Alice Chierichetti, DMV
- Published in Alice Chierichetti
Boswellia serrata nelle enteropatie del cane
Che pianta meravigliosa la Boswellia, anche per il cane, quando ha l’intestino infiammato ed una enteropatia cronica.
Quali sono i principi attivi? Come funzionano? Che prodotti possiamo usare e come possiamo associarla all’alimentazione per le enteropatie croniche del cane?
Vediamolo insieme!
Boswellia serrata nelle enteropatie croniche idiopatiche del cane
Nella vita quotidiana i disturbi gastroenterici rappresentano una delle problematiche più comuni con le quali i nostri amici a quattro zampe ed i loro proprietari si ritrovano a dover convivere.
Con il termine enteropatie croniche idiopatiche si intende un ampio gruppo di condizioni infiammatorie, a carattere cronico, che interessano tutti i distretti dell’apparato gastroenterico e caratterizzate dalla presenza di infiltrati infiammatori a livello della mucosa.
Da un punto di vista patogenetico le enteropatie croniche (CE) prevedono un’eziologia multifattoriale. Si manifestano quindi in soggetti geneticamente predisposti, interagendo con componenti dietetiche, fattori ambientali, alterazioni del microbiota intestinale e con il sistema immunitario associato all’apparato gastroenterico.
Tuttavia, nonostante i numerosi studi a riguardo, in molti casi l’eziopatogenesi della patologia rimane ancora poco definita.
In medicina umana questo gruppo di patologie infiammatorie ad andamento cronico comprende principalmente due malattie: il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Sono malattie classicamente curate con importanti farmaci immunosoppressori.
In questo articolo parleremo dell’utilizzo della Boswellia serrata come rimedio fitoterapico nella gestione delle enteropatie croniche idiopatiche del cane.

Che cosa sono le enteropatie infiammatorie croniche ?
Il termine enteropatia cronica idiopatica viene utilizzato per descrivere un ampio gruppo di condizioni infiammatorie caratterizzate da persistenti o ricorrenti segni gastrointestinali cronici. Ovvero di durata superiore o uguale alle tre settimane ed evidenze istologiche di infiammazione in animali in cui non sono state rinvenute cause primarie sottostanti.
Da circa un decennio le CE vengono classificate, in base alla risposta clinica ai diversi trattamenti impostati, in FRE (Food Responsive Enteropathy o enteropatia che risponde alla dieta), in ARE (Antibiotic Responsive Enteropathy o enteropatia che risponde agli antibiotici) e in IBD o IRE (Immunosuppressant Renponsive Enteropathy o Malattia Infiammatoria Intestinale Idiopatica).
Come si curano le enteropatie croniche nel cane
Nel corso degli anni la terapia delle enteropatie croniche del cane ha subito sostanziali cambiamenti. Infatti la somministrazione di corticosteroidi a fini terapeutici è stata notevolmente ridimensionata rispetto al passato.
Principi attivi e benefici della Boswellia serrata nelle enteropatie del cane
La Boswellia serrata è una pianta appartenente alla famiglia delle Burseraceae che cresce nelle regioni tropicali del Sud-Est asiatico, dell’India e nella fascia costiera del Magreb. E’ una pianta che viene utilizzata nella medicina tradizionale Ayurvedica per le sue proprietà antisettiche ed espettoranti ma anche antinfiammatorie ed antiartritiche.
La droga di questa pianta è costituita dalla resina che fuoriesce per incisione della corteccia la quale è molto ricca di oleoresine. Le oleoresine sono delle miscele costituite da resine miste ad oli essenziali che rendono le piante che le contengono molto aromatiche. Queste oleoresine prendono il nome di incenso e sono impiegate da millenni sia per le funzioni rituali sia per scopi medici.
Da un punto di vista chimico, la sua frazione resinosa è composta principalmente da triterpeni, gomme e gommoresine.
La gommoresina rappresenta la parte medicinale della pianta, essa contiene un olio essenziale e la resina propriamente detta i cui componenti principali sono gli acidi boswellici, che sono considerati i principi attivi della Boswellia.
Sono stati identificati più di 12 diversi acidi boswellici ma solo l’acido 11-cheto-beta-boswellico (KBA) e l’acido 3-O-acetil-11-cheto-beta-boswellico (AKBA) hanno ricevuto un interesse di tipo farmacologico.
Mccanismi d’azione della Boswellia
Le azioni antinfiammatorie degli acidi boswellici sono dovute a diversi meccanismi di azione. Inibiscono:
– l’attività della 5-lipossigenasi (5-LO) e riducono la sintesi dei leucotrieni
– l’elastasi leucocitaria (HLE)
– la catepsina G (CatG), proteasi degenerativa dei tessuti tipica dei fenomeni infiammatori che accompagnano l’invecchiamento
– la sintesi microsomiale della prostaglandina E (mPGES)
– riduzione della produzione di citochine proinfiammatorie tra cui IL-1, IL-2, IL-6, IFN-y e TNF-alfa che sono dirette a distruggere tessuti come cartilagine, cellule produttrici di insulina, tessuti bronchiali e intestinali.
Gli acidi bowellici possono interagire con FANS e cortisonici, si tratta in realtà di interazioni positive, cioè di potenziamento sinergico dell’effetto antinfiammatorio dei farmaci, peraltro senza gastrolesività.
Con questo meccanismo la Boswellia consente di ridurre la somministrazione dei farmaci antinfiammatori.
Quali prodotti a base di Boswellia si possono utilizzare nel cane?
Bisogna prestare molta attenzione alla composizione dei vari estratti commerciali poichè il contenuto di AKBA varia da prodotto a prodotto. Il più alto potere antiossidante e il contenuto fenolico sono strettamente correlati ad una più alta concentrazione di AKBA.
Cosa dicono gli studi ? Fino a poco tempo fa la gestione terapeutica delle malattie infiammatorie intestinali (IBD) si è basata sull’utilizzo di immunosoppressori di vario genere, tuttavia, con remissione limitata e spesso gravi effetti collaterali.
In medicina veterinaria sono ancora pochi gli studi sull’utilizzo della Boswellia serrata, tuttavia secondo i più recenti, risulta essere un rimedio fitoterapico efficace nella gestione delle enteropatie infiammatorie idiopatiche di entità lieve/moderata. Nelle forme più ingravescenti, invece, dove si rende necessario l’ausilio di farmaci immunosoppressori, potrebbe contribuire a diminuirne il dosaggio e/o la frequenza di somministrazione e contribuisca alla prevenzione delle recidive.
Nella gestione delle enteropatie croniche resta comunque imprescindibile il controllo della dieta perché può contribuire al miglioramento clinico del paziente e la preservazione del microbiota intestinale quale regolatore del metabolismo, del funzionamento del sistema immunitario e del mantenimento dell’omeostasi intestinale.
Articolo della Dott.ssa Laura Mancinelli, DVM
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Latte artificiale per cuccioli e gattini, ricette casalinghe!
Può succedere che serva latte artificiale per cuccioli e non si riesca a trovare quello confezionato, nessuna paura!
Ecco qualche ricetta con ingredienti che tutti possiamo avere in casa.
Alcuni accorgimenti: gli ingredienti devono essere accuratamente emulsionati e somministrati al cucciolo ad una temperatura di 39°-40°, usare sempre acqua di bottiglia sterile e adottare accurate norme igieniche!

Ricordiamoci però che si tratta di ricette d’emergenza che possono sostituire solo per brevi periodi quello in polvere formulato per cani e gatti!
E se ti interessa approfondire la cura dei cuccioli neonati leggi anche questo articolo.

Contributo a cura della dott.ssa Monica Serenari, DMV
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Crocchette grain free per il cane: è una moda?
Un alimento commerciale grain free è davvero la scelta migliore per i nostri amici?
Circa 15 anni fa questi alimenti hanno iniziato a prendere piede con grande successo, proprio perché ai proprietari più attenti piaceva l’idea di dare un cibo che assomigliasse il più possibile alla dieta di un carnivoro selvatico. Senza carboidrati quindi che apportassero amido.
I mangimi grain free, però, non ne sono privi in realtà!
Anzi, per ottenere l’estrusione, il processo tecnologico che porta ad ottenere i croccantini, serve proprio una quota di amido. Senza il quale l’estrusione non può avvenire.
Nei mangimi grain free l’amido viene apportato dalle patate e spesso anche da quote importanti di legumi. Ma l’utilizzo di ceci, lenticchie e piselli in quantità elevate può condurre a diverse problematiche di tipo gastroenterico. Per la loro scarsa digeribilità e la presenza di fattori antinutrizionali.
Non bisogna nemmeno sottovalutare il fatto che i legumi contribuiscono ad innalzare il contenuto proteico di questi mangimi. Seppur con proteine di minor valore biologico rispetto a quelle animali, che sono poco utilizzabili dai nostri amici.
Storia del grain free
Questa tipologia di alimento per i nostri amici nasce in Canada e Nord America circa 15 anni fa.
In zone in cui il clima può essere particolarmente rigido. In origine, i grain free avevano una loro motivazione ben precisa, ossia quella di avvicinare questi mangimi alle condizioni di alimentazione naturale dei carnivori.
All’epoca, quando questi alimenti sono usciti per la prima volta sul mercato, i mangimi per cani presentavano sì una quota di carne. Ma erano composti soprattutto da cereali. Questo anche perché i primi estrusori non permettevano di arrivare a quote ridotte di amidi, come invece può accadere con macchinari più moderni.
La motivazione dietro questi nuovi prodotti era quindi quella di farli assomigliare il più possibile a ciò che un carnivoro mangia in natura. Ossia ad una preda. E in natura viene mangiato tutto della preda!
Quindi il muscolo, il grasso, ma anche il contenuto intestinale. Nello stomaco e nell’intestino di una preda, è possibile trovare infatti erba, frutta, ed anche qualche tubero. Ma di cereali, intesi come cariosside (seme) delle graminacee gli animali selvatici non ne mangiano poi così tanti, ed ecco perché in questi cibi non erano presenti cereali.
Questi ragionamenti, però, nei paesi di origine dei grain free avevano una loro logica. Soprattutto per categorie di animali con altissimi fabbisogni energetici, in un clima particolarmente rigido (pensiamo ai cuccioli in accrescimento, alle mamme in lattazione, ma soprattutto ai cani che dovevano lavorare sulla neve, come i cani da slitta). Per soddisfare i quali sarebbero serviti così tanti amidi da dare problemi di digeribilità.
Dunque i grain free sono nati per ottenere comunque un estruso ma con una elevata quota di proteine, tanti grassi (per sopperire agli elevati fabbisogni energetici) e tanta fibra (perché nel contenuto del tratto gastroenterico delle prede, i carnivori selvatici ne trovano comunque una discreta quantità).
I primi grain free in Italia
I primi mangimi grain free importati in Italia presentavano un elenco di ingredienti notevole (con almeno 4-5 fonti di proteine animali diverse). Una lunga lista di frutta, erbe fresche ed essiccate per un effetto prebiotico (erba medica, mela, ribes…).
Avevano quindi un elevato tenore proteico (arrivavano ad un 40-45% di proteine!) tanti grassi (30-35%) ma anche tante fibre (fino a 6-7 punti di fibra!). E questo affascinò subito i proprietari più attenti, desiderosi di fornire al proprio beniamino il cibo migliore possibile.
Il grandissimo successo dei grain free è da attribuire proprio all’impressione di alimentare il proprio animale con qualcosa di più “naturale” e più vicino alla sua fisiologia.
Ecco che tante aziende, in seguita a questo successo, iniziarono a produrre grain free.
Purtroppo, però, la carne è un ingrediente abbastanza costoso, e per diminuire i costi di produzione mantenendo alto il quantitativo proteico, alcune aziende ricorsero ai legumi: fonte sufficientemente economica sia di amidi, che di proteine.
Le etichette si allungarono ulteriormente con ceci, lenticchie rosse e verdi, piselli, ecc.
Questo espediente ha permesso di ridurre il quantitativo di carne utilizzata, mantenendo quindi i ricavi accettabili per una azienda. Ma le proteine dei legumi, oltre ad avere un basso valore biologico, non sono così semplici da utilizzare per un cane come quelle provenienti da fonti animali!
Fonti di amidi nelle crocchette grain free
Dobbiamo fare anche una considerazione sugli amidi apportati dai legumi. Si tratta prevalentemente di amilosio, che risulta meno digeribile rispetto all’amilopectina presente invece nei cereali.
Ecco che dunque, tra un mangime con tanti legumi ed uno con tanti cereali (per quanto anche questo non sia il massimo per i nostri carnivori domestici) sarà da preferire il secondo!
Dobbiamo anche ricordare che i legumi contengono elevate quantità di fattori antinutrizionali, che impediscono quindi il corretto assorbimento degli altri nutrienti presenti nella dieta.

Rischi degli alimenti grain free
Cani alimentati con questi mangimi hanno ben presto presentato alcuni problemi. Spesso producono un elevato quantitativo di feci, per la tanta fibra presente, ma possono manifestare anche vomito, feci poco formate, diarrea e meteorismo. Proprio perché la quota elevata di legumi li rende difficilmente digeribili per i nostri amici.
Alla lunga, l’utilizzo di questi cibi può portare quindi all’insorgenza di disbiosi.
Ma non solo: si è sospettato che i grain free con tanti legumi, abbiano causato in numerosi animali una forma di miocardiopatia dilatativa. Proprio dovuta all’azione antinutrizionale di questi ingredienti, ed alle fibre che forniscono (Nel 2018, la FDA – Food and Drug Administration- ha aperto una inchiesta al riguardo, proprio a seguito di numerosissime segnalazioni di miocardiopatia dilatativa di probabile origine alimentare, in seguito all’assunzione di grain free).
Più recentemente, alla luce di quanto detto sopra, le aziende hanno iniziato a produrre grain free con meno legumi, utilizzando come fonti di amidi le patate o la tapioca. Questi mangimi, per quanto non presentino particolari vantaggi rispetto ad un cibo contenente cereali, riducono comunque le problematiche dovute all’eccesso di legumi.
A chi dare un cibo grain free?
Bisogna contestualizzare dunque questa tipologia di alimenti. Un grain free di buona qualità, rispetto ad un altro cibo commerciale con meno proteine e meno grassi, può essere una buona soluzione per animali con problemi di ingestione e/o con fabbisogni energetici elevati.
In cui potremo coprire il fabbisogno energetico aumentato con un volume inferiore di alimento.
I cibi grain free che presentato una elevata quantità di proteine animali sono inoltre più appetibili rispetto ad un mangime che presenta più materie prime vegetali.
Ricordiamo ad ogni modo che grain free non significa, necessariamente, tante proteine: bisogna sempre leggere bene le etichette per valutare la qualità del prodotto.
In ogni caso, il mio consiglio è di evitare le etichette che presentano una lunga lista di legumi. Sia per non far incorrere i nostri amici in problematiche digestive, sia perché le proteine migliori per loro restano quelle di origine animale. Non ha inoltre senso, dal mio punto di vista, eliminare i cereali, che tutto sommato forniscono carboidrati che la maggior parte dei nostri cani sa ormai digerire discretamente, per dargliene altri scarsamente digeribili.
Articolo della Dott.ssa Silvia Bernabucci, DVM
- Published in Silvia Bernabucci
I sensi del gatto
Il gatto ed il gusto: selezionatore sopraffine
In questo articolo affrontiamo il tema dei sensi del gatto, in particolare di quelli che vengono sfruttati dal nostro amico durante l’assunzione del cibo, e come cercare di cambiare la sua alimentazione.
Il rapporto del gatto con il cibo, oltre ad essere fortemente correlato alla sua specie ed al suo comportamento in natura, risulta essere strettamente associato anche alla sua anatomia. Se vuoi saperne di più leggi anche qui.
Non parliamo solo della sua dentizione e della sua masticazione, ma anche degli organi di senso.
Quali sono i gusti del gatto?
Per quanto riguarda i gusti del gatto, a livello anatomico possiede un numero di papille gustative di gran lunga inferiore a noi esseri umani ed al suo nemico/amico cane.
Infatti i nostri felini non sono dei grandi “degustatori” di pappa.
Ci sono sapori che non riescono proprio a percepire come il dolce (anche se molti di noi sarebbero pronti a scommettere il contrario); sapori salati che a stento avvertono; altri che distinguono molto bene, come il sapore acido (sfruttato anche in molti mangimi per esaltare il sapore) oppure l’odiato sapore amaro che può essere contenuto anche in molte verdure cotte.
Il sapore più amato dal gatto è quello dell’UMAMI, che può essere stimolato benissimo da sostanze presenti nella carne fresca.
Quali sensi del gatto vengono sfruttati durante l’assunzione del cibo?
I sensi che vengono sfruttati durante l’assunzione del cibo sono molteplici.
Abbiamo capito che la capacità del gatto di percepire il gusto in realtà è ben più bassa rispetto alla nostra.
Il suo olfatto non è quello di un cane, è sicuramente molto più spiccato del nostro. Ma non è il senso che ne fa da padrone.
La capacità del gatto di osservare la forma, il colore e soprattutto la consistenza e la temperatura del cibo è davvero impressionante. Infatti nel gatto è il caso di dire che il tatto rappresenti per lui un SESTO SENSO.
Quindi capiterà che quel cibo fresco dato frullato, possa riscuotere meno successo dello stesso cibo a pezzi o direttamente tutto intero. Magari da strappare ed ingoiare dopo una rapida masticazione.
Come un predatore, il gatto seleziona il cibo annusandolo, poi lo afferra tra la bocca per sentire di che pasta è fatto l’alimento ed infine lo mastica grossolanamente per gustarne il sapore. Adesso è spiegata la mania del gatto di mettere la zampa nella ciotola toccando tutto il cibo!

Come cambiare la sua alimentazione?
Il rapporto del gatto con il cibo non è del tutto scontato e cambiare la sua alimentazione non è poi così facile.
La prima regola è NON FORZARE MAI O INGANNARE un gatto!
Possiamo solo cercare di sfruttare quello che abbiamo detto. Scaldando il nuovo alimento per aumentare il suo profumo, provare diversi formati di cibi umidi (patè, straccetti, bocconcini ecc). Oppure diversi modi per offrire la novità fresca (frullata, scottata, macinata, ecc).
Possiamo provare a preparare un buon brodo di carne e mescolarlo nel cibo per invogliare il gatto ad assumerlo. Insomma, un vero gioco da Masterchef
Quindi, il gatto rimarrà sempre un selezionatore sopraffine. Con le sue caratteristiche fisiche e comportamentali, riuscirà a far scegliere a noi cosa veramente è gradito a lui!
Articolo del Dott Carmine Salese, DMV
- Published in Carmine Salese
Cani e verdure. Quali possono mangiare?
Cani e verdure. Quante volte i proprietari di cani si sono chiesti quali possono mangiare?
Siamo abituati a considerare le verdure molto importanti nella nostra alimentazione, ma quali sono quelle che possono mangiare i cani?
Ne parliamo in questo articolo, approfondendo da quali verdure possiamo iniziare, come sceglierle e prepararle e a quali fare attenzione.
Cani e verdure
Le verdure sono ricche di molecole importanti per la salute e possono essere date anche ai cani.
A patto che vengano preparate nel modo giusto, in modo tale da renderle utilizzabili dal cane e dalla suo microbiota intestinale.
Il cane infatti è un carnivoro, solo parzialmente adattato alla digestione di vegetali.
A parte alcune verdure “vietate” come aglio e cipolla (e affini) si può variare e alternare diverse verdure, preferendo sempre quelle di stagione.
Non rappresenta quindi un problema il fatto di cambiare, l’importante è sapere quali sono gli ortaggi che vanno assolutamente evitati e fare delle prove, iniziando sempre da piccole dosi per poi aumentare gradualmente.
Vediamo insieme quali sono le verdure che si possono somministrare, quali sono le loro proprietà nutrizionali, come è preferibile cucinarle e a quali dobbiamo invece fare attenzione.

Vediamo quali verdure possono mangiare e quali no.
Con quali verdure possiamo iniziare ?
I “grandi classici” sono carote e dalle zucchine ma non dobbiamo fermarci qui. Abbiamo molte possibilità tra cui spaziare!
Tra le verdure più comuni possiamo includere anche sedano, finocchio, cetrioli, cardi e carciofi.
Iniziamo introducendo una nuova verdura alla volta partendo da piccole quantità. Magari inserendola insieme a quelle che il cane è già abituato.
Le differenze nel tipo e quantità di fibra potranno dare diversi effetti sulla consistenza delle feci (più o meno morbide, più o meno dure).
Le patate, pur facendo parte degli ortaggi, vanno considerate a parte perché sono dei tuberi particolarmente ricchi di amido.
Rappresentano per il cane sia una fonte di fibra, ottima per l’intestino, sia una fonte di glucosio come pasta e riso.
In più le patate contengono solanina, un alcaloide tossico, che viene inattivato dalla cottura.
A differenza di altre verdure quindi le patate vanno date solo cotte!
Cani e verdure. Come possiamo sceglierle?
Le verdure hanno delle proprietà nutrizionali differenti e in assenza di particolari problemi di salute è consigliabile seguire le stagioni per sfruttarne a pieno la composizione naturale.
Quelle non di stagione vengono quasi sempre coltivate in ambienti artificiali (luce, temperatura, umidità) e fatte maturare in celle frigorifere. Questo non permette lo spontaneo arricchimento di minerali e vitamine che si verifica in condizioni naturali.
Comprare ad esempio zucchine fuori stagione (in inverno), non è salutare per il cane come per noi. Il loro contenuto di fibre è assai scarso e nel lungo periodo potrebbe mettere a dura prova la microflora del cane. Cerchiamo di utilizzarle quindi solo in estate e sempre alternate con altre verdure.
Quando la verdura viene importata non dobbiamo dimenticare che il trasporto non solo ha un costo ma anche una durata. Oltre ad essere più cara è anche raccolta acerba.
La cosa più interessante rimane il fatto che i nutrienti dei quali sono ricche le verdure di stagione sono esattamente quelle di cui il nostro organismo ha bisogno in quel determinato periodo dell’anno.
Quindi, in autunno dovremmo preferire tutte le verdure che apportano vitamine, soprattutto la vitamina A e la vitamina C, antiossidanti e altre molecole immunostimolanti o di minerali. Come ad esempio il potassio ed il magnesio, che contrastano l’affaticamento tipico di questo periodo.
Per esempio, le verdure giallo-arancio (carota e zucca) contengono alte concentrazioni di carotenoidi e flavonoidi, sostanze antiossidanti importanti per contrastare l’invecchiamento e sostenere il sistema immunitario.
Ottime anche da un punto di vista di fibra, difficilmente creano problemi intestinali, anzi nella maggior parte dei casi possono risultare utili in corso di diarrea.
Le verdure a foglia verde invece sono ricche di luteina, una molecola importante per proteggere la vista.
Come vanno somministrate le verdure?
Il consiglio è lavarle e pulirle bene, quindi cuocerle per permettere una migliore e più semplice digestione.
Possono essere bollite in acqua o cotte al vapore. Se vogliamo accorciare i tempi possiamo utilizzare la pentola a pressione o il microonde.
Una volta cotte, è necessario frullarle con poca acqua, con un minipimer o un mixer, per farle diventare una purea, affinché l’intestino del cane sia maggiormente in grado di utilizzarle.
E per i soggetti “difficili”, ossia quelli che non ne vogliono proprio sapere di mangiare le verdure?
In questi casi possiamo utilizzare un trucchetto, che consiste nel cuocere le verdure insieme alla carne. Così facendo prenderanno il sapore della carne e saranno più apprezzate.
Le verdure possono essere date anche crude ben lavate e frullate con un omogeneizzatore per bambini con poca acqua.
Frullare in acqua è fondamentale soprattutto per le verdure crude, in quanto aiuta a rompere i legami e solubilizzare i nutrienti.
Le verdure crude non dovrebbero mai essere conservate già mescolate ad alimenti cotti, per evitare vomito o diarrea anche gravi.
A quali verdure dobbiamo fare attenzione ?
In autunno ritroviamo le verdure a foglia verde, come le bietole e gli spinaci. Hanno sicuramente degli effetti positivi ma devono essere evitati in presenza di urolitiasi (calcoli) da ossalato di calcio perché contengono un’elevata quantità di ossalati.
Altre verdure a cui prestare particolare attenzione sono le crucifere (cavoli, cavolfiori, cavolini di Bruxelles, verze, broccoli). Oltre ad essere un’ottima fonte di minerali e vitamine, sono ricchi di indoli e di composti contenenti zolfo indicati nella prevenzione di tumori.
Attenzione però perché causano fermentazione intestinale.
Le solanacee (peperoni, pomodori e melanzane) contengono solanine, alcaloide con effetti eccitanti per il sistema nervoso. A molti cani e gatti dà vomito dopo l’ingestione, soprattutto se crude.
Infine, come già detto, non vanno somministrati aglio, cipolla, porro e scalogno perché possono causare gravi stati di anemia. Attenzione anche ai minestroni già pronti che possono contenere cipolla, o alla carne cotta con questi vegetali.
Per approfondire leggi anche questo articolo dedicato all’argomento.
Cerchiamo quindi di far mangiare verdura fresca tutti i giorni ai nostri amici, preferendo prodotti di stagione (ancor meglio se locali). I benefici sono di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi integratore!
Articolo della dott.ssa Laura Mancinelli, DMV
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Curcuma: la spezia amica dei nostri animali
Che spezia fantastica la curcuma, anche in medicina veterinaria!
In questo articolo parliamo di proprietà e utilizzi della curcuma per gli animali, in particolare per aiutare fegato, intestino, reni e combattere i tumori.
Vediamo inoltre come inserirla nell’alimentazione dei nostri cani e gatti e quando ne è sconsigliato l’utilizzo.
La curcuma
La Curcuma longa è una pianta appartenente alla famiglia delle Zingiberacee, originaria dell’Asia.
Utilizzata come spezia per aromatizzare e colorare i piatti della cucina asiatica, si è ormai ampiamente diffusa nelle cucine tutto il mondo. Non solo per il sapore che dona alle pietanze, ma anche per le sue proprietà “curative”, note sin dall’antichità.
Il nome “Curcuma” deriva dal sanscrito “Kunkuma”. Termine utilizzato per indicare il rituale indiano con cui viene segnato il sesto chakra (noto anche come “terzo occhio”) utilizzando polvere di curcuma trattata con calce, per ottenere un colore rosso intenso.
Detta anche “Turmera” o “Zafferano delle Indie”, la Curcuma è infatti da sempre stata utilizzata per le sue proprietà antisettiche, antinfiammatorie, antiallergiche e antitumorali.
Negli ultimi anni gli studi su questa spezia si sono moltiplicati, confermando quello che la medicina ayurvedica ha sempre sostenuto.
Proprietà e utilizzi della pianta di Curcuma
La pianta di Curcuma è utilizzata anche come pianta ornamentale, per i suoi fiori di color giallo-arancio, molto scenografici.
Ma in campo alimentare e fitoterapico non si utilizzano le parti aeree della pianta, bensì la radice (o rizoma) che possiede il caratteristico color giallo carico e il tipico aroma che ben conosciamo.
La radice di Curcuma contiene molti amidi, sali minerali, proteine e vitamina C. Oltre ad un olio essenziale utilizzato in Aromaterapia per le sue proprietà antisettiche e antimicotiche.
Ma le sostanze più interessanti dal punto di vista fitoterapico, contenute nel rizoma, sono i curcuminoidi, tra cui il più importante è la Curcumina. I curcuminoidi hanno spiccate proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Queste sostanze sembrano infatti capaci non solo di neutralizzare i radicali liberi già prodotti dall’organismo, ma anche di prevenirne l’ulteriore formazione.
Grazie a queste sue proprietà, la Curcuma viene ritenuta utile come coadiuvante in tutta una serie di patologie. Tutte hanno alla base infiammazione e stress ossidativo (artriti, allergie, aterosclerosi, patologie neoplastiche e neurodegenerative, patologie a base autoimmune, diabete, obesità, patologie infiammatorie intestinali, patologie epatiche) la maggior parte delle quali può colpire anche i nostri animali.
Non solo per l’uomo dunque, ma anche per cani e gatti, la Curcuma può essere un ausilio importante. Che può fare la differenza nel trattamento e nella prevenzione di patologie croniche a base infiammatoria.
Vediamo nel dettaglio quali sono queste patologie e come possiamo inserirla nella alimentazione dei nostri animali.

Curcuma e fegato
Numerosi studi hanno evidenziato come la Curcuma abbia un’azione epatoprotettrice e antifibrotica. Prevenendo il danno alle cellule del fegato attraverso i già citati meccanismi antinfiammatori e antiossidanti svolti in particolare dalla Curcumina. Per questo motivo la Curcuma è consigliata come coadiuvante nella prevenzione e nel trattamento di patologie quali la fibrosi, la steatosi epatica e l’epatocarcinoma.
Ha inoltre azione coleretica e colagoga, ovvero stimola la secrezione e il flusso di bile verso l’intestino. Pertanto il suo utilizzo non è consigliato in caso di calcoli biliari, in quanto potrebbe favorire l’incanalamento di uno di questi nel dotto biliare, provocandone ostruzione.
Curcuma e intestino
A livello intestinale, la Curcuma svolge un duplice effetto. Antinfiammatorio, basato sui meccanismi già descritti e antispasmodico, ovvero rilassante nei confronti della muscolatura liscia delle pareti intestinali. E’ quindi indicata come coadiuvante nel trattamento della Malattia infiammatoria cronica intestinale (più nota come “IBD” negli animali) e nella Sindrome del Colon irritabile dell’uomo.
Nelle patologie croniche intestinali a base infiammatoria, in particolare, si verifica un aumento della permeabilità della parete intestinale. Con una serie di conseguenze negative per l’organismo, quali la sensibilizzazione a nutrienti introdotti con la dieta, in particolar modo proteine, e il passaggio in circolo di molecole proinfiammatorie che perpetuano e alimentano lo stato infiammatorio generale, creando un circolo vizioso difficile da contrastare. Alcuni studi evidenziano come la Curcumina abbia la capacità di “correggere” questa permeabilità intestinale, riducendo lo stato infiammatorio generale.
Curcuma e rene
Molto spesso, CKD (malattia renale cronica) e malattia cronica intestinale sono strettamente connesse. I fattori che le legano sono sempre l’infiammazione e lo stress ossidativo.
Anche in corso di CKD la Curcuma, grazie ai suoi effetti antinfiammatori, può essere utilizzata come coadiuvante terapeutico per ridurre lo stato infiammatorio associato e, di conseguenza, la progressione del danno renale.
Curcuma e tumori
La Curcuma è utilizzata da secoli per le sue proprietà antitumorali.
Può essere sicuramente utilizzata sia in prevenzione per alcuni tipi di tumori, come ad es. quello della prostata e della mammella, sia come coadiuvante, in associazione ad altre terapie oncologiche.
Alcuni studi hanno infatti evidenziato come la curcuma sia in grado di potenziare l’azione dei chemioterapici. Inibendo il fenomeno di chemioresistenza, che può essere un ostacolo alla azione di questi farmaci.
Come possiamo inserire la curcuma nell’alimentazione quotidiana degli animali?
La Curcuma può essere inserita quotidianamente nella alimentazione dei nostri animali in due modi: come spezia o come nutraceutico.
Come spezia può essere aggiunta fresca (radice grattugiata) o in polvere, direttamente alla pappa. Le dosi variano in relazione a specie, taglia e patologia, per cui sempre meglio chiedere al proprio veterinario nutrizionista e/o esperto in fitoterapia.
Con la spezia fresca si otterrà prevalentemente l’effetto antiossidante. La curcumina infatti sotto questa forma, difficilmente riuscirà a superare la membrana cellulare e ad entrare all’interno della cellula. Per cui il suo effetto si esplicherà esclusivamente a livello di membrana stessa. Sotto questa forma, otterremo principalmente un’azione di tipo preventivo.
Curcuma e animali. Il ruolo della nutraceutica.
Se invece vogliamo ottenere un effetto più “profondo”, di tipo antinfiammatorio, occorre far penetrare il principio attivo all’interno della cellula. Quindi la Curcuma va somministrata preferibilmente come nutraceutico. A questo scopo esistono vari prodotti commerciali, di solito in compresse o capsule, che si possono aggiungere alla pappa giornaliera di cani e gatti. Non tutti questi prodotti però si equivalgono. Per questo, soprattutto se la Curcuma viene prescritta come nutraceutico nell’ambito di un piano nutrizionale elaborato per un animale con patologie, è bene che il Medico Veterinario prescrittore abbia esperienza in fitoterapia. In modo da poter indicare al proprietario un prodotto titolato e il giusto dosaggio per quel singolo soggetto.
Per aumentare l’assorbimento della Curcumina esistono degli escamotage. Tra cui quello di somministrare la Curcuma assieme ad una sostanza grassa (olio di cocco, burro, yogurt, formaggio) che funge da “veicolo” per la Curcumina. Aumentandone così assorbimento e biodisponibilità. Un altro metodo utilizzato in umana, ma che sconsiglio di ricalcare nei nostri animali (soprattutto se soffrono di patologie infiammatorie intestinali) è quello di unire alla curcuma del pepe nero in polvere. Il pepe, avendo un’azione irritante, aumenta il flusso di sangue locale e quindi l’assorbimento del principio attivo.
Esistono infine dei nutraceutici di ultima generazione. In cui la curcumina è incapsulata in piccole vescicole lipidiche (dette liposomi) che le permettono di penetrare meglio attraverso le membrane cellulari, arrivando all’interno della cellula. Questo tipo di formulazione permette di esaltare l’effetto antinfiammatorio della Curcuma e può essere associata ai protocolli terapeutici di numerose patologie croniche degli animali.
Quando è sconsigliato l’utilizzo della curcuma per gli animali?
È importante ricordare sempre che i fitoterapici sono sostanze farmacologicamente attive e come tali, seppur naturali, potrebbero avere effetti indesiderati. Pertanto, sebbene la maggior parte di questi siano disponibili come prodotti da banco, per i quali non è richiesta ricetta medica, sarebbe sempre opportuno che fossero prescritti da un medico veterinario esperto in fitoterapia.
Per quanto riguarda la Curcuma, in particolare, abbiamo già detto che il suo utilizzo è sconsigliato in caso di calcoli biliari, a causa della sua azione colagoga e coleretica.
La Curcuma potrebbe inoltre interferire con il metabolismo di alcuni farmaci, potenziandone o inibendone l’effetto. Pertanto, se il cane o il gatto sta assumendo dei farmaci, evitatene l’utilizzo senza prescrizione medica.
Infine è sconsigliato il suo utilizzo in gravidanza, non tanto perché siano stati evidenziati effetti collaterali sulle gestanti o sui feti, ma per carenza di studi a questo riguardo.
Articolo della dott.ssa Marta Batti, DMV
- Published in Marta Batti
Il cane può mangiare cereali?
In questo articolo parleremo del rapporto dei cani con i cereali, di razze poco predisposte a mangiarli, di quali cereali possono essere dati ai nostri amici ed infine di come possono essere cucinati, sfatando miti e leggende.
Molte volte ci troviamo a domandare se il cane può mangiare cereali, se possano far parte della loro dieta.
Ci sono diverse opinioni su questa tematica e in questo articolo proveremo a fare un po ‘di chiarezza.
Il rapporto dei cani con i cereali
Che l’antenato del cane sia il Lupo (C. Lupus) non ci sono dubbi . Ciò fa intendere come il cereale non sia in prima battuta un alimento fondamentale per il nostro amico. Ma il nostro cane, sottospecie del lupo, ha avuto 33mila anni di convivenza con noi uomini, cambiando abitudini, modi di vivere e di mangiare.
Tutto questo lo ha portato a distaccarsi da quello che era un lupo, sia esteticamente (fenotipo) che geneticamente (genotipo). Rendendolo un carnivoro opportunista.
Una grande differenza sta proprio nella capacità di digerire l’amido.
Infatti possiede geni in grado di codificare l’enzima deputato alla sua digestione, chiamato amilasi. Questo enzima permette di scindere la molecola di amido e farla digerire a livello intestinale.
Sicuramente una dieta povera/priva di cereali potrebbe determinare un stato di salute migliore per il cane, anche se non presenta difficoltà nella loro digestione. Questo perché molti cereali utilizzati per il cane contengono glutine. Una proteina pro infiammatoria che se somministrata per lunghi periodi senza variabilità può favorire anche in soggetti sani stati di malessere.
È Importante ribadire che è falso definire il cane come impossibilitato a mangiare cereali, ma è più veritiero affermare che la loro assunzione vada regolata e se necessario, limitata.
Il cane può mangiare cereali? Razze poco predisposte alla digestione degli amidi
Tra le razze poco predisposte alla digestione degli amidi, troviamo in genere tutte quelle che potremmo definire più “ancestrali” delle altre, come Akita, Shiba, Cane Lupo Cecoslovacco, Samoiedo. Ma anche cani che all’apparenza non avremmo mai preso in considerazione, come il Barboncino.
Tutte queste razze risultano avere una scarsa produzione di amilasi, come il loro antenato. Da non dimenticare anche forme di celiachia nel cane, accertate nelle razze Border Terrier e Setter Irlandese.

Quali cereali possono essere dati al cane?
Possono essere molteplici come la pasta di vari cereali, il riso (meglio ancora se basmati in quanto più digeribile), il miglio, il cous cous, farine di mais, ma anche le patate.
Queste ultime si tende a considerarle tra i cereali in quanto fonte di amido e con una densità energetica piuttosto alta rispetto ad una qualsiasi verdura (nonostante sia importante prendere in considerazione la quota di fibre che esse apportano).
Attenzione nell’utilizzo di tutti quei cereali a chicco come farro, orzo ecc, ed anche a tutte le forme di cereali integrali: in questi casi la digeribilità potrebbe essere compromessa.
Come possono essere cucinati i cereali?
Proviamo a sfatare il mito secondo cui cereali come riso e pasta debbano essere scotti.
L’eccessiva esposizione a fonti di calore rende invece l’amido indigeribile, come se fosse crudo.
La complessa molecola dell’amido man mano che viene sottoposta a calore si “apre” per essere attaccata dall’enzima amilasi. Ma questa apertura si arresta se l’esposizione alla fiamma perdura, andando a richiudersi su se stessa e diventando di nuovo indigeribile.
Quindi la pasta andrebbe cotta “il tempo indicato in etichetta più qualche minuto”.
Il riso, insieme al miglio ed il cous cous, andrebbero cotti invece con il “metodo giapponese”. Si utilizzano parti d’acqua uguali, doppie o triple in base alla quantità di cereale utilizzato, ed un tempo di cottura variabile.
In ogni caso, non bisogna sciacquare questi cereali dopo cottura, perché oltre ad essere inutile (la maggior parte dell’amido si trova all’interno del cereale cotto), può renderli ancora meno digeribili.
Vanno quindi lasciati raffreddare naturalmente.
Infine le patate, a differenza dei cereali, andrebbero sbucciate, bollite per lungo tempo e ridotte in purea.
In alcuni casi la buccia durante la cottura può essere lasciata per garantire la conservazione di tutti i principi nutritivi. Stessa lunga cottura per quanto riguarda i cereali a chicco.
Possiamo quindi affermare che il cane, con limiti di razza, può assumere nella propria dieta una determinata quantità di cereali e che questi vadano anche saputi scegliere e cucinati, al fine di rendere la digestione del nostro amico più ottimale possibile.
Articolo del Dott Carmine Salese, DMV
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Vitamina B12 nel Pastore Australiano
La vitamina B12 nel cane (ma anche nell’uomo) è un importante cofattore di diversi enzimi.
L’organismo la utilizza per un corretto accrescimento, per la produzione di tutte le cellule, per le difese immunitarie, per la corretta eliminazione delle scorie azotate.
In più regola il metabolismo degli zuccheri e dei grassi.
La troviamo in tantissimi alimenti di origine animale: nel fegato, nelle uova, nel rene, nella carne, nei latticini e nel pesce.
Viene integrata in tutti gli alimenti industriali compresi quelli vegan, mentre i vegetali ne sono privi.
Cosa intendiamo per “malassorbimento selettivo” della vitamina B12 nel cane Pastore Australiano?
Il Pastore Australiano è una razza di cane che può essere affetta (assieme ad altre) dal malassorbimento selettivo di questa vitamina. Significa che, pur essendoci B12 adeguata negli alimenti, questa non viene assorbita dall’intestino.
Si tratta di una malattia genetica autosomica recessiva. Cioè di una malattia in cui ci sono portatori sani che possono riprodurre cuccioli affetti. Per questo per gli allevatori è molto pericolosa.
Quando si manifesta la patologia?
I cuccioli nascono sani, con un peso normale e senza carenze perché sono nutriti in utero dalla mamma e successivamente, con il latte materno, assumono tutti i nutrienti necessari.
A partire dallo svezzamento, se affetti da questa malattia genetica, non riescono più ad assimilare la vitamina B12 e dopo aver utilizzato tutte le loro scorte iniziano ad avere sintomi, intorno alle 8-12 settimane di vita.

Come si presenta la carenza di B12 nel cane?
Compaiono dimagrimento, abbattimento, debolezza, facili infezioni, diarrea, vomito, difficoltà di deglutizione, anemia, diminuzione dei globuli bianchi, aumento dell’azotemia, ipoglicemia, acidosi metabolica e crisi convulsive che non rispondono alle terapie convenzionali.
I sintomi neurologici e le crisi convulsive possono portare a morte l’animale
Il malassorbimento di Vitamina B12 del cane è una malattia curabile?
Si è facilmente curabile se diagnosticata in tempo con delle semplici iniezioni sottocutanee settimanali di vitamina B12.
È una malattia prevenibile?
Si, oggi è disponibile il test genetico che ci fa individuare i portatori sani o i cani affetti con un semplice tampone salivare o prelievo di sangue.
Articolo della dott.ssa Monica Serenari
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Cibi vietati per cane e gatto. Quali sono?
Quali sono i cibi vietati per cane e gatto?
Aglio e cipolla, avocado e altri alimenti sono vietati a cani e gatti. In questo articolo parliamo della tossicità di alcuni cibi e di cosa fare in caso di ingestione.
Nella quotidianità del mio lavoro mi capita spesso di dover dire ed elencare ai proprietari di pet quali cibi sono vietati. Esistono degli alimenti infatti che per loro sono tossici e come tali possono avere delle gravi ripercussioni sulla salute.
Ecco l’elenco dei cibi vietati e dei danni, a volte irreversibili, che possono causare questi alimenti in caso di ingestione. Iniziamo in ordine alfabetico.
Aglio e Cipolla, due cibi vietati per cane e gatto
Cipolle, aglio, porro e erba cipollina sono tutte piante che appartengono allo stesso genere. Sono infatti piante bulbose molto aromatiche e tanto utilizzate sulle nostre tavole.
In seguito al taglio o alla masticazione si creano dei composti solforati responsabili di emolisi, ovvero la distruzione i globuli rossi, provocando così un’anemia emolitica.
E’ sufficiente un’ingestione di circa 15-30 grammi/kg di peso corporeo per provocare la distruzione di queste fondamentali cellule del sangue.
Inoltre esistono delle razze che sono più sensibili a questi alimenti quindi raggiungono la tossicità con dosi minori, come lo Shiba Inu e l’Akita Inu.
I sintomi più frequenti sono abbattimento, debolezza, dolore addominale e vomito, se non trattati in tempo i possono peggiorare provocando pallore delle mucose o colorazione giallastra per via dell’ittero.
Per chi volesse approfondire, rimandiamo a questo articolo della collega Chiara Dissegna che ne parla in particolare.
Avocado, un frutto tossico per cane e gatto
Le diverse parti di questo frutto possono avere una tossicità diversa, perché la persina, che è la sostanza responsabile di questa tossicità, si trova in concentrazioni diverse nel frutto.
La persina ha un’azione fungicida, innocua per l’uomo ma molto pericolosa per gli animali, sia gatti che cani. L’intossicazione provoca vomito, diarrea, difficoltà respiratorie e problemi cardiaci.
Può portare a morte l’animale in 12-24 ore.
Cioccolato, Caffè e tè: gli eccitanti da non dare a cane e gatto
Tutti e tre questi alimenti hanno in comune una sostanza tossica per i nostri animali, conosciuta con il nome di Metilxantine. È responsabile dell’azione eccitante sul sistema nervoso (che ci fa “svegliare”).
In particolare nel cioccolato è presente la teobromina, in concentrazione maggiore nel cioccolato fondente.
Nel caffè troviamo invece la caffeina e nel tè la teofillina.
La sintomatologia compare in seguito all’ingestione di 20mg/kg di peso corporeo.
I sintomi principali sono neurologici come iperattività, aritmie, vomito e incontinenza.
Etanolo, no alle merendine a cane e gatto
Questa sostanza oltre a trovarsi nelle bevande alcoliche può essere presente in diversi alimenti industriali, perché utilizzata come conservante. Per fare qualche esempio, la possiamo trovare nei panini al latte, nel pandoro o nelle merendine.
L’intossicazione da etanolo può avvenire anche in seguito all’ingestione di impasto di pane o pizza crudi. Oppure di frutta troppo matura. In questo caso l’etanolo si produce in seguito alla fermentazione a livello intestinale.
La sintomatologia si ha dopo circa un’ora dall’ingestione ed è principalmente neurologica. Con atassia, tremori, incoordinazione, vomito, disidratazione ed ipotermia.

Mi raccomando, fate sempre attenzione a ciò che date al vostro amico a quattro zampe!
Luppolo, attenzione soprattutto per alcune razze di cani
Nelle famiglie è sempre più frequente l’usanza di produrre la birra in casa. Per farla si utilizzano le infiorescenze delle piante Humulus lupulus. I composti presenti nel luppolo che danno tossicità ai cani sono diversi tra cui resine, idrocarburi, tannini e composti azotati.
L’ingestione del luppolo è stata associata allo sviluppo di ipertermia maligna ovvero uno stato febbrile molto grave. Oltre a questo importante stato febbrile l’animale può presentare vomito, ansimare e produrre urine marroni.
Esistono delle razze che sono maggiormente predisposte all’ipertermia maligna, come il Dobermann, il Border Collie, il Greyhound, i Retriver e razze nordiche.
Noci di Macadamia: frutti secchi tossici per cane e gatto
Le noci di macadamia, pur avendo una provenienza tropicale, sono uno snack sempre più frequente sulle nostre tavole. All’interno del seme contengono glicosidi cianogenetici.
Il meccanismo di tossicità è ancora sconosciuto e la dose tossica è molto variabile. Potrebbero bastare già delle piccole quantità come 0,7g/kg di peso per dare una sintomatologia, solitamente dopo 12 ore dall’ingestione.
I sintomi più comuni sono debolezza, vomito, pallore delle mucose, sintomatologia neurologica.
Uva e Uvetta, entrambe molto comuni e tossiche per cane e gatto
Tra i cibi tossici rientrano anche uva e uvetta sia fresca che disidratata.
Il meccanismo d’azione come per le noci di macadamia rimane ancora sconosciuto anche perché sono stati riportati casi di cani che dopo l’ingestione di 1 kg di uva passa non hanno avuto sintomi ed altri casi in cui anche solo con l’assunzione di 3 grammi per ogni kg di peso corporeo, quindi un piccolissimo assaggio, hanno avuto intossicazione.
I sintomi oltre a quelli generici di vomito, diarrea e abbattimento evolvono rapidamente provocando un danno renale più o meno grave, a volte irreversibile. In questo caso i sintomi sono aumento della sete e maggiore produzione di urina oppure assenza totale di urina.
Xilitolo, no a dolcificanti per cane e gatto
Lo xilitolo è un dolcificante che viene utilizzato spesso in prodotti ad uso umano “senza zucchero”, come diversi prodotti da forno, ma anche caramelle o chewing-gum.
Nel cane l’ingestione di questo dolcificante provoca rilascio di insulina causando delle crisi ipoglicemiche. I primi sintomi sono letargia e vomito, a seguire possono manifestarsi sintomi neurologici. Il cane potrebbe iniziare a camminare in modo scoordinato (atassia), fino a crisi convulsive e coma.
Inoltre l’ingestione dello xilitolo è stato associato anche a danno epatico.
Cosa fare se il il cane o il gatto hanno ingerito uno di questi alimenti vietati?
Solitamente si consiglia di far vomitare l’animale il più tempestivamente possibile dopo l’ingestione, in modo tale da espellere le tossine e cercare così di limitarne l’assorbimento.
In generale comunque è sempre necessario che l’animale venga monitorato nei giorni successivi quindi a volte è essenziale ricoverarlo per disintossicarlo e valutare successivamente se si sono verificati dei danni agli organi.
Quindi il mio consiglio è: se avete il sospetto che sia stata ingerita una delle sostanze tossiche elencate, chiamate il vostro medico veterinario di fiducia che vi dirà come agire nel modo più corretto.
Articolo della dott.ssa Francesca Parisi, DMV
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Il gatto anziano: come affrontare al meglio il passare degli anni
Anche i gatti purtroppo invecchiano e con l’avanzare dell’età le loro necessità possono cambiare.
In questo articolo vedremo cosa succede quando un gatto diventa anziano e come possiamo aiutarlo ad affrontare al meglio questa fase della vita.
Soprattutto dal punto di vista nutrizionale.
Quando un gatto si considera anziano?
Le linee guida definiscono un gatto anziano dai 10 anni ma, proprio come per noi, non tutti dimostrano effettivamente l’età che hanno.
Un gatto di 15 anni sano e con un buon peso forma, ad esempio, può apparire più in salute di un altro gatto. Magari più giovane di qualche anno ma già affetto da una patologia tra quelle che vedremo in seguito.
Quali sono i segni dell’età che avanza?
Vediamo i principali:
- Rallentamento del metabolismo con conseguente sovrappeso o obesità
- Perdita di energia, meno voglia di muoversi, saltare o giocare
- Disfunzioni cognitive
- Patologie tipiche dell’età (come diabete, ipertiroidismo, insufficienza renale, patologie articolari)
Come possiamo concretamente aiutare un gatto anziano?
Innanzitutto con degli esami di screening, per monitorare l’insorgere o l’evoluzione delle patologie sopra citate.
È importante rivolgersi al proprio veterinario di fiducia, che consiglierà come programmare esami del sangue e delle urine e ogni quanto sarà indicato ripeterli nel caso del vostro gatto. Perché ogni paziente è unico.
Dal punto di vista nutrizionale il primo obiettivo è quello di mantenere il peso forma: un gatto sovrappeso avrà ancora meno voglia di muoversi, sovraccaricherà le articolazioni e avrà un rischio maggiore di diabete.
Al contrario un gatto troppo magro potrebbe non avere energie sufficienti per affrontare eventuali malattie che possano colpirlo in questa fase della sua vita.
Il medico veterinario valuterà quindi quale sia il peso forma del vostro gatto e quante calorie deve mangiare per mantenerlo.

Proteine e grassi: fanno male al gatto anziano?
Le proteine sono fondamentali: il gatto è definito un carnivoro stretto, a maggior ragione con l’aumentare dell’età. Quando l’organismo comincia ad invecchiare necessita quindi ancora di più di proteine ad alto valore biologico per mantenersi al meglio.
E i grassi? Un gatto anziano potrebbe avere capacità di digestione ridotte rispetto a un giovane, andranno quindi privilegiati grassi “leggeri”, facili per lui da digerire.
In quanto “super carnivoro” il gatto non necessita invece di carboidrati, tranne nel caso di patologie specifiche in cui dovrete essere assistiti dal vostro veterinario.
Alimenti senior per gatti anziani
In commercio esistono alimenti con la dicitura “ageing” o “senior” che possono soddisfare questi requisiti.
Se il vostro gatto lo mangia sarebbe sempre meglio offrirgli anche del cibo umido e non solo le crocchette così da aumentare l’idratazione.
Se invece il gatto segue un’alimentazione casalinga andranno privilegiate proteine da fonte animale quindi prevalentemente carne e pesce. Con grassi digeribili come olio di cocco, burro o ghee e con una quota di fibra data da verdure o da cuticole di semi di psillio (non tutti i gatti vi faranno l’onore di mangiare le verdure che gli proporrete!).
Se indicati, il vostro veterinario vi proporrà anche degli integratori come ad esempio Omega-3 e antiossidanti (vitamine C e vitamina E).
E se il gatto fatica a masticare? Purtroppo con l’età può succedere che il gatto non abbia più tutti i denti.
Nella maggior parte dei casi se la cavano comunque egregiamente anche con cibo solido ma se doveste notare delle difficoltà di masticazione potete decidere di frullare il pasto fino a creare una perfetta mousse.
Tutte queste accortezze possono aiutarci a migliorare la qualità e l’aspettativa di vita del gatto anziano senza dimenticare però che il gatto è un “critico culinario” molto più severo del cane, dovrete quindi trovare un compromesso anche con i suoi gusti!
Articolo della dr.ssa Denise Pinotti, DVM
- Published in Denise Pinotti















