Il gatto può mangiare il gelato?
In questo articolo di fine estate, chiariamo come mai il gelato non è un alimento cat friendly, dal contenuto di zuccheri al lattosio. Vediamo cosa è il mal di testa da gelato e quali sono le alternative che abbiamo a disposizione per il nostro gatto.
L’estate sta volgendo al termine, ma le temperature sono ancora piuttosto elevate e capita ancora spesso di mangiarci un gelato. Possiamo condividerlo con il nostro gatto?
Purtroppo no, non è un alimento consigliato nell’alimentazione del gatto: è ricco di zuccheri, molto spesso contiene lattosio e la sua temperatura potrebbe causare un forte dolore nevralgico, fenomeno reversibile ma assolutamente non piacevole.
Anche se a volte i gatti sembrano apprezzare qualche assaggino di gelato, non è quindi l’alimento ideale per il nostro felino. Vediamo perché, punto per punto.
Perché il gelato non è un alimento cat friendly?
Analizziamo insieme i componenti principali.
Zuccheri
Il gatto è un carnivoro stretto e l’assunzione degli zuccheri del gelato (ma non solo) può portare nel lungo periodo a fenomeni di insulino-resistenza e diabete.
Lattosio
Il gatto adulto non è in grado di digerire il lattosio contenuto nella maggior parte dei gusti di gelato.
Potrebbe causare flatulenze, feci molli o diarrea.
Ingredienti tossici
Assolutamente da evitare sono i gusti al caffè e al cioccolato, che contengono caffeina e teobromina. Ma anche quelli che contengono uva sultanina, tossica per il gatto.
Il “mal di testa da gelato” nel gatto
Un altro motivo per cui il gelato non è un alimento consigliato per il gatto è il fenomeno noto come “emicrania da gelato”, una forma di ganglioneuralgia sfeno-palatina.
Questo fenomeno è la conseguenza di un’attivazione dei recettori dolorifici in seguito all’insulto della bassa temperatura sulla volta palatina. Il segnale dolorifico si irradia poi tramite il nervo trigemino al sistema nervoso centrale dando luogo ai sintomi. Il gatto si immobilizza e può rimanere per un po’ in stato confusionale, i sintomi sono passeggeri, ma assolutamente non piacevoli.
Ricordiamo anche che il gatto non possiede recettori per il sapore dolce, per cui dare un alimento che non fa bene e di cui non sente nemmeno il sapore non è una buona idea!
Possiamo creare delle alternative gustose per il nostro gatto, come gelato a base di sola frutta.
Qualche alternativa al gelato c’è
Molto spesso quello che il gatto apprezza del gelato è la consistenza e la sensazione di fresco.
Per cui possiamo proporgli delle alternative più salutari per lui con queste caratteristiche.
Ad esempio possiamo offrire dello yogurt bianco intero senza lattosio, oppure possiamo preparare dei gelati di sola frutta senza latte e darne piccole quantità di tanto in tanto.
Come sempre è la dose che fa il veleno, gli effetti nocivi del gelato sul vostro gatto li potreste osservare nel lungo periodo somministrandolo in modo costante.
Proprio per questo non deve assolutamente diventare un’abitudine ma piuttosto una coccola sporadica da riservare ai periodi più caldi. Preferite sempre snack di carne essiccata come premietti abituali!
Articolo della dott.ssa Giulia Moglianesi, DMV
- Published in Giulia Moglianesi
Olio di cocco vergine per il cane. Cos’è, a cosa serve e come usarlo
L’olio di cocco vergine, sempre più popolare anche per il cane, è usato da molti anni in medicina umana in vari ambiti, che spaziano dalla cosmesi alla gestione di diverse patologie. In questo articolo vediamo cosa si intende per olio di cocco vergine, la tipologia d’ acquistare, come si presenta. Ma anche in che modo possiamo utilizzarlo per i nostri cani e quali sono gli effetti benefici. Infine, in quali patologie può essere utilizzato e in che quantità.
L’olio di cocco vergine è un ingrediente semplice, considerato oggi ormai un vero e proprio “super food” dai mille benefici per noi ma anche per i nostri cani. Il prezzo contenuto e i benefici che apporta ne fanno uno strumento utilissimo anche in Nutrizione Veterinaria. Lo conoscevate?
Cosa si intende per olio di cocco vergine?
Tutti conosciamo il cocco, che non è un frutto bensì il seme dell’albero tropicale del cocco!
È da questi semi che, una volta aperti, viene estratta la polpa interna, bianca e profumata. Dalla polpa fatta essiccare e poi pressata si ottiene l’olio di cocco.
Se il processo è eseguito nel modo più naturale possibile, senza uso di sostanze chimiche, si parla di olio pressato a freddo.
Quando poi, una volta ottenuto, non viene raffinato, decolorato o privato del suo profumo, allora possiamo definirlo olio di cocco vergine.
Quale olio di cocco è meglio acquistare?
È normale che la qualità sia strettamente collegata ai processi di lavorazione.
La dicitura pressato a freddo ci indica un prodotto estratto naturalmente, senza l’utilizzo di sostanze chimiche.
Con vergine si intende invece che stiamo acquistando un prodotto privo di ogni tipo di trattamento dopo l’estrazione.
Ovviamente dobbiamo fare attenzione all’etichetta e non acquistare un prodotto destinato alla cosmesi, ma all’alimentazione!
Per essere ancora più certi della qualità del prodotto possiamo sceglierne uno certificato come proveniente da agricoltura biologica. In questo modo riduciamo ulteriormente le possibilità che contenga contaminanti.

sia per evitare la presenza di contaminanti o altre sostanze nocive
Come si presenta l’olio di cocco?
L’olio di cocco, a dispetto del termine, si presenta in forma solida per la maggior parte dell’anno, con un punto di fusione tra i 24-26°C.
Come un panetto di burro ma al profumo di cocco!
Ma non abbiate paura di trovarlo liquido in estate, né di sottoporlo a riscaldamento per scioglierlo e poi lasciarlo solidificare di nuovo.
Si tratta infatti di un grasso molto resistente e difficilmente va incontro a deterioramento.
Come utilizzare l’olio di cocco per il cane e con quali benefici?
La particolarità dell’olio di cocco è la ricchezza di acidi grassi a media catena (in inglese Medium Chain Triglycerides, abbreviati nell’acronimo MCT).
I trigliceridi a media catena di maggiore interesse nutrizionale e medico sono rappresentati dall’acido caprinico, caprilico e caprico.
Questi acidi grassi hanno la caratteristica di essere facilmente assorbiti dall’intestino senza “affaticare” il fegato e di generare in modo rapido molta energia.
Sono un ottimo cibo da poter utilizzare in cani che fanno Agility o in altri sportivi, dove è richiesto uno sprint iniziale di durata abbastanza limitata nel tempo.
Ottime in questi casi le merende a base di olio di cocco un’ora e mezza prima di una gara, insieme a qualche cereale ed una fonte proteica.
Se poi volessimo usare l’olio di cocco per la cura del tartaro e dell’alitosi, possiamo applicarlo direttamente sui denti del cane.
Mi raccomando però, facciamolo solo se il nostro pet è attratto da quell’odore e accetta di buon grado di farsi mettere le mani in bocca. Altrimenti i benefici non giustificano lo stress inflitto!
Non dimentichiamoci del pelo. Possiamo applicare l’olio di cocco direttamente sul manto, per aiutare a ridurre rossori ed eczemi.
Anche somministrato per bocca nella dieta quotidiana può aiutare a conferire tutto l’anno un mantello lucente!
Per quali patologie può essere indicato l’olio di cocco vergine?
Con l’attenta guida di un medico veterinario esperto in nutrizione, l’olio di cocco può essere utilizzato in diverse patologie.
Come dicevamo questo tipo di olio non coinvolge il fegato nell’assorbimento, ossia non richiede la produzione di bile. Quindi sarà molto utile in tutte le patologie che coinvolgono il fegato.
Ma anche in tutte quelle situazioni d’infiammazione intestinale acute e croniche (nelle famose IBD, dove andrà a nutrire direttamente le cellule del piccolo intestino).
L’olio di cocco ricopre anche un ruolo importante anche nella gestione di patologie neurologiche come l’epilessia e disturbi comportamentali, come l’iperattività.
In entrambi i casi è sempre più evidente la connessione tra un intestino sano e/o malato ed il cervello.
Infatti andando ad apportare dei benefici intestinali magari anche grazie all’utilizzo dell’olio di cocco, si può agire di conseguenza sulla psiche e su una parte di patologie che coinvolgono il sistema nervoso centrale.
Quanto olio di cocco vergine possiamo somministrare al cane?
Se partiamo da una noce di burro di cocco, anche tutti i giorni, non possiamo che apportare vantaggi.
È ovvio che prima di tutto dobbiamo assicurarci che l’odore e il sapore siano graditi!
La taglia del cane può fare la differenza e sicuramente nei soggetti di più grande mole le quantità possono essere aumentate.
Facciamo però attenzione a non esagerare, perché rischiamo di far aumentare esageratamente il peso del cane, favorendo obesità ed infiammazione.
E per il gatto? Ne abbiamo parlato in questo articolo.
In conclusione quindi l’olio di cocco è un ottimo alimento naturale dalle mille proprietà ma occhio a non esagerare, perché come per tutti gli alimenti non superare le giuste quantità è importante!
Articolo del Dott. Camine Salese, DMV
- Published in Carmine Salese
Alimentazione del cane sportivo. Cosa dobbiamo sapere?
Provvedere ad una corretta alimentazione di un cane sportivo può essere una sfida. In questo articolo approfondiamo i nutrienti principali da considerare (fra cui l’acqua!), le integrazioni funzionali più utili e gli aspetti di controllo del peso.
Nutrire un campione non è uno scherzo!
L’alimentazione del cane sportivo non si limita ad offrire i nutrienti necessari per quell’animale, ma vuole migliorare le sue performance. E anche “l’agilista” della domenica può trarre benefici da una corretta dieta.
Alimentazione del cane sportivo. Iniziamo con l’acqua!
I cani sportivi hanno dei fabbisogni nutrizionali superiori, prima tra tutti quello di acqua.
Non solo per le attività più lunghe: anche 15 minuti di gioco di recupero della palla possono portare a perdita di liquidi e una disidratazione rilevabile.
In più i cani atleti sono selezionati per la loro alta motivazione e la capacità di impegnarsi, che li porta a ignorare i segnali fisiologici che guidano la sete.
Anche una disidratazione da lieve a moderata compromette la cognizione, diminuisce la vigilanza e aumenta l’affaticamento. Insomma: bere è fondamentale sempre, ma per lo sportivo ancora di più!
I cani non sudano
Forse non tutti sanno che i cani non sudano, purtroppo per loro. L’unico modo per diminuire la temperatura corporea è quello di affidarsi alla respirazione, ansimando.
Questo meccanismo, in caso di sforzi significativi o temperature elevate, aumenta però il rischio di disidratazione e colpo di calore. Deve essere quindi il partner umano a mettere in atto tutte le strategie possibili per migliorare l’idratazione (ad esempio facendo delle pause per bere).
Il cibo
L’alimentazione del cane sportivo va ben oltre il puro calcolo del fabbisogno calorico.
In base all’attività dell’animale infatti la dieta avrà una percentuale diversa di proteine, grassi e carboidrati per sostenere l’atleta e migliorarne le prestazioni.
Per i cani che fanno attività di resistenza, ad esempio, è richiesto un maggiore contenuto di grassi nella dieta.
Gli atleti che fanno invece attività brevissime e intense una quota di carboidrati è sempre bene inserirla.
Alimentazione del cane sportivo. Le integrazioni funzionali
Oltre ai nutrienti di base, gli alimenti funzionali (quelli che forniscono benefici oltre il valore nutritivo) e gli integratori alimentari possono avere un ruolo nel sostenere la salute e il benessere del cane sportivo.
Gli integratori alimentari rappresentano un settore in rapida crescita e argomento di grande interesse, con limitati studi clinici. La maggior parte degli integratori sono progettati per ridurre l’infiammazione e migliorare la salute delle articolazioni, problema principe dei cani sportivi.
Attualmente, gli integratori con la maggiore evidenza scientifica di efficacia sono gli acidi grassi omega-3 che hanno azione antinfiammatoria (per saperne di più puoi leggere qui).

Il controllo del peso
L’obesità è un problema frequente nei cani da compagnia ed è sorprendentemente comune nei cani da lavoro.
Il problema del trasporto di peso in eccesso è multiplo: per prima cosa la massa aggiunta aumenta lo sforzo e l’energia necessaria per l’attività; secondo il grasso è un isolante che può ridurre la perdita di calore superficiale e aumentare il rischio di colpi di calore. Terzo, il tessuto adiposo è metabolicamente attivo ed è responsabile del rilascio di citochine che contribuiscono alla progressione dell’artrosi e di altre condizioni infiammatorie.
Quindi, occhio alla bilancia e soprattutto.. divertitevi quando fate sport insieme al vostro cane!
Articolo della dott.ssa Chiara Dissegna, DMV
- Published in Chiara Dissegna
I cani possono mangiare l’avocado?
Vista la crescente avocado-mania, molti si chiedono se i cani possono mangiare questo frutto. In questo articolo approfondiamo la questione della tossicità dell’avocado nel cane, quali sintomi dobbiamo aspettarci in caso di ingestione e soprattutto cosa fare in caso di intossicazione.
Sappiamo tutti che l’avocado è un frutto tropicale, ma ormai è molto diffuso anche in Italia. Per questo spesso ci si chiede se i cani possono mangiarlo oppure se rischiano intossicazioni. Su questo argomento in effetti c’è un po’ di confusione: la tossicità di questo frutto è riportata un po’ ovunque, ma è davvero così temibile? Ci sono parti che il nostro cane può mangiare? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza con questo articolo.
Avocado: frutto tossico per il cane?
L’avocado che troviamo comunemente nei nostri negozi un po’ tutto l’anno è il frutto di una pianta centroamericana (Persea americana). Pur trattandosi di un frutto, ha una composizione molto diversa dagli altri frutti che conosciamo. L’avocado è composto infatti di poca acqua (almeno un 15% meno di una mela per esempio), è povero di zuccheri, mentre è estremamente ricco di grassi. L’avocado contiene così tanti grassi che è presente in commercio anche l’olio di questo frutto, particolarmente ricco di vitamina E, antiossidanti e grassi polinsaturi.
Sì, mi direte, ma il cane può godere di tutti questi effetti benefici oppure no?
In effetti comunemente l’avocado è elencato fra gli alimenti tossici per cani. La pianta infatti, per difendersi dai parassiti, produce una tossina chiamata persina. La persina si trova in particolare nelle foglie, nella corteccia e nella buccia. Anche se in misura minore, la persina si trova anche nella polpa del frutto e per questo l’avocado viene solitamente considerato un frutto tossico per cani.

Cosa succede se il cane mangia avocado
Non sono molti i report a livello mondiale di tossicità da avocado per il cane. Al momento una review scientifica del 2020 ha identificato solamente due segnalazioni datate 1994. La tossicità da avocado è invece molto più comune in altre specie animali erbivore, dato che è più probabile che consumino le parti più tossiche della pianta.
Nei due casi riportati, i cani che erano stati intossicati dall’avocado presentavano sintomi clinici come vomito, diarrea dovuta ad irritazione del tratto gastroenterico, distensione dell’addome, intolleranza all’esercizio e affanno respiratorio.
A degli esami più approfonditi questi cani avevano in effetti sviluppato un’insufficienza cardiaca e purtroppo non sono riusciti a sopravvivere.
Cosa fare in caso di intossicazione
Dato che i report di tossicità nel cane sono davvero pochi (immaginate: due in tutto il mondo negli ultimi 30 anni!) è difficile dire quale sia effettivamente la dose letale per un cane. Sicuramente, come abbiamo detto, ci dobbiamo preoccupare specialmente se il nostro cane ha mangiato la buccia, le foglie o il seme dell’avocado. La polpa, dato il suo basso contenuto di persina, non dovrebbe portare ad un’intossicazione acuta.
Se il nostro cane ha mangiato avocado comunque è buona norma recarci immediatamente dal veterinario di fiducia, che valuterà cosa fare in base alla sintomatologia. Fondamentale sarà poter riferire al nostro veterinario cosa ha effettivamente mangiato, se ad esempio ha mangiato il frutto intero con tutta la buccia e il seme oppure solamente la polpa interna.
Bisogna essere tempestivi: se avete dubbi, non attendete che il vostro cane presenti sintomi respiratori o intestinali. Recatevi immediatamente dal vostro medico veterinario per avere le migliori possibilità di riuscita.
Una riflessione personale
Voglio chiudere questo articolo con un pensiero un po’ personale. Come tutte le leggende metropolitane, per molto tempo è stato detto semplicemente “l’avocado è tossico per il cane”. Approfondendo, come abbiamo fatto noi con questo articolo, molte persone hanno scoperto che la polpa di questo frutto può essere data al cane senza eccessivi rischi.
Ecco, personalmente non mi pare però una buona idea. Prima di tutto perché seppur minimo il rischio di tossicità esiste. Non possiamo mai sapere prima la sensibilità del nostro cane ad una tossina e sinceramente mi sembra un po’ come “giocare col fuoco”.
Secondo poi la domanda è perché dovremo dare questo frutto, che proviene da così lontano? È vero, ha delle interessanti proprietà nutrizionali, ma abbiamo tanta altra frutta locale che possiamo dare al nostro cane, senza nessun pericolo. L’enorme consumo di avocado nei paesi industrializzati nasconde delle ombre da non trascurare. L’impatto ambientale della coltivazione di questo frutto nei paesi del Centro America è notevole. Intere foreste sono state convertite a monoculture di avocado. Oltre alla deforestazione, l’enorme quantità di acqua che si richiede per produrre questo frutto (più di 240 litri per ottenere solamente 2 o 3 avocado), porta ad ingiustizie sociali. L’acqua viene infatti tolta alle persone delle zone rurali dove questa pianta viene coltivata, per essere dirottata nelle piantagioni.
Insomma personalmente non credo che per fare contento il nostro cane sia necessario tutto questo. Oltretutto con il rischio di intossicarlo! Tifo molto di più per frutta locale, coltivata nel nostro Paese e senza rischio alcune. A voi la scelta, ovviamente!
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DMV, PhD per Kodami
- Published in Maria Mayer
Olio di cocco vergine per il gatto
In passato demonizzato per il suo contenuto in acidi grassi saturi, l’olio di cocco è stato ad oggi riabilitato e per le sue particolari proprietà è spesso utilizzato dai medici veterinari nutrizionisti nell’alimentazione del gatto.
Vediamone nel dettaglio caratteristiche, benefici e come utilizzarlo.
Di cosa si tratta?
L’olio di cocco si ricava dai frutti della pianta del cocco (Cocus nucifera).
Da sempre fa parte della tradizione culinaria di alcuni paesi come l’India o il Brasile e più di recente è diventato facile trovarlo anche nei nostri supermercati. Spesso utilizzato in preparazioni etniche o dolci conferisce al cibo il tipico aroma di cocco.
Si presenta solido se la temperatura è inferiore ai 24°C mentre nella stagione più calda assume una consistenza oleosa.

I benefici dell’olio di cocco nel gatto
Per quali motivi utilizzare l’olio di cocco nella dieta del gatto? L’olio di cocco è ricco di acidi grassi saturi a media catena o MCT (Medium Chain Triglycerides), in particolare acido laurico, caprico e caprilico.
Questa categoria di grassi ha la caratteristica di essere “pronta all’uso” in quanto non necessita degli acidi biliari per essere digerita. Per questo motivo è un’ottima scelta in tutti quei gatti con problematiche digestive o epatiche.
È stata inoltre dimostrata l’attività trofica di questi acidi grassi verso le cellule della mucosa intestinale. Rappresentano cioè un nutrimento immediato per le cellule dell’intestino del gatto.
Questo rende l’olio di cocco particolarmente adatto in corso di patologie infiammatorie intestinali, purtroppo sempre più diagnosticate nel gatto.
Non solo: un intestino in equilibrio, non infiammato, avrà effetti benefici sull’intero organismo del gatto e in particolare sul sistema nervoso. Grazie all’esistenza di quello che viene chiamato asse intestino-cervello.
Se somministrato per periodi di almeno 4 settimane noteremo anche un miglioramento del pelo dell’animale, che apparirà più lucido e morbido. Sostiene inoltre il sistema immunitario.
Se applicato con costanza direttamente sui denti ritarda la formazione del tartaro, anche se non tutti i gatti potrebbero gradire quest’operazione (in questo caso meglio evitare di stressarlo quotidianamente).
Cosa controllare sull’etichetta quando si acquista
Ora che ne abbiamo scoperto i benefici vediamo come scegliere il migliore per il nostro gatto.
In commercio si possono trovare ormai svariati tipi di olio di cocco, ma è importante scegliere olio di cocco ad uso alimentare (attenzione perché esiste anche quello ad uso cosmetico, ottimo per i nostri capelli, meno per i nostri gatti!). Meglio che sia vergine, spremuto a freddo e possibilmente biologico.
Perché questi termini sono importanti?
Per produrre l’olio di cocco la noce di cocco viene aperta, pulita e la polpa viene separata dall’involucro esterno fibroso. La polpa viene quindi fatta essiccare e tramite un espulsore o pressa a basse temperature viene estratto meccanicamente l’olio.
Da questo procedimento deriva la denominazione di pressato a freddo che si differenzia da altre tecniche che sfruttando fonti di calore per l’estrazione non permettono di ottenere un prodotto di pari qualità.
L’olio ottenuto dalla pressatura a freddo si definisce vergine se non viene sottoposto ad altri processi chimici di raffinatura, sbiancatura o deodorizzazione.
Evitate quindi quando scegliete l’olio di cocco per il vostro gatto quelli che in etichetta presentano le diciture deodorato, raffinato o sbiancato.
L’olio di cocco deidrogenato invece è processato in modo da renderlo solido fino a temperature di 36-40°C ma con questo processo alcuni acidi grassi vengono trasformati in acidi grassi trans, negativi per l’organismo dell’uomo e anche del gatto.
Anche l’olio di cocco deidrogenato è quindi da evitare.
Come darlo al gatto
Ogni gatto ha i suoi gusti! Alcuni amano l’olio di cocco per cui potrete darglielo anche da solo mentre per altri sarà necessario mescolarlo con il cibo.
Per i palati più difficili in farmacia o online è possibile trovare anche l’MCT oil, un olio di cocco “purificato” e quindi un vero e proprio concentrato di acidi grassi a media catena.
Quando NON utilizzarlo
Non ci sono particolari controindicazioni sull’utilizzo dell’olio di cocco nelle dosi prescritte se non dal punto di vista calorico.
Non dimentichiamoci che l’olio di cocco è pur sempre una fonte di grassi e al pari degli altri olii vegetali contiene circa 800 kcal in 100 gr.
È importante non eccedere: per un gatto sano mezzo cucchiaino al giorno (circa 2 gr) è sufficiente.
In caso di gatti in sovrappeso invece la somministrazione di una fonte extra di grassi potrebbe compromettere il ritorno al peso forma, fondamentale per mantenere il nostro gatto in salute il più a lungo possibile.
Attenzione anche nei gatti molto sedentari, passare dal normopeso al sovrappeso soprattutto nei gatti indoor è veramente facile mentre il processo inverso spesso non lo è.
Se aveste dubbi su quale sia il peso ideale del vostro gatto chiedete sempre un parere al vostro medico veterinario.
Articolo della dott.ssa Denise Pinotti, DMV
- Published in Denise Pinotti
Nutraceutica in oncologia veterinaria
Il termine nutraceutica è stato coniato nel 1989. Un neologismo ottenuto fondendo tra loro Nutrizione e Farmaceutica.
I nutraceutici sono composti chimici bioattivi, ottenuti da fonti naturali, con interessanti attività farmacologiche.
Raramente si trovano negli alimenti in quantità sufficienti a raggiungere dosaggi terapeutici, per questo ci vengono in aiuto moderne tecnologie in grado di concentrarli e renderli maggiormente biodisponibili.
Anche la nutraceutica in veterinaria sta riscuotendo grande interesse e sta rivelando grandi potenzialità in molti ambiti, in particolare in oncologia.
Nutraceutica in veterinaria
Le sostanze nutraceutiche più comunemente sono derivate da piante, alimenti e fonti microbiche.
Il loro impiego in medicina umana si perde lontano nel tempo: tradizioni di cura come l’Ayurveda e la Medicina Tradizionale Cinese utilizzavano il potere curativo degli alimenti già cinquemila anni fa.
Nel tempo molte sostanze sono state impiegate anche per la cura degli animali.
Con un interesse crescente negli ultimi decenni anche a causa del ben noto fenomeno dell’antimicrobico resistenza.
I nutraceutici infatti sono in grado di modulare efficacemente alcune funzioni degli organismi animali, migliorarne la fisiologia, svolgere un ruolo preventivo su molte patologie e integrarne l’alimentazione.
Nutraceutica in oncologia veterinaria
Una disciplina che sta scoprendo la validità di un approccio integrato, in particolare della nutraceutica, è senza dubbio l’oncologia. Sia in medicina umana che veterinaria.
Sono moltissimi i fito-ingredienti con un notevole potenziale antitumorale. Tra questi senz’altro la curcumina, il resveratrolo, la quercetina, la genisteina e l’epigallocatechina gallato.
Un articolo pubblicato nel 2019 su Critical reviews in eukaryotic gene expression ha valutato la validità di nuove tecnologie per rendere più efficaci queste sostanze.
In particolare lo studio analizza i nutraceutici incapsulati in nanoparticelle polimeriche biocompatibili e biodegradabili, che hanno evidenziato risultati straordinari in termini di solubilità, assorbimento, biodisponibilità e potenziale antitumorale rispetto ai nutraceutici da soli o in altri sistemi di somministrazione.

Curcuma e curcumina
La curcumina, potente antiossidante e antinfiammatorio contenuto nella Curcuma, è stata ampiamente studiata.
Ha dimostrato di avere effetti antitumorali ottimali dopo l’integrazione in nanoparticelle.
Una volta raggiunto l’intestino tra l’altro numerosi microrganismi del microbiota trasformano la curcumina in metaboliti ancora più attivi. Con un’importante azione neuroprotettiva.
Senza dimenticare gli effetti regolatori sul microbiota stesso, l’efficacia su numerose patologie del sistema cardiocircolatorio, l’uso promettente nel trattamento del diabete mellito di tipo 2, solo per citarne alcuni.
Tra l’altro gruppi di ricercatori indiani negli anni ’70 sono stati i primi a condurre studi su questa sostanza. Hanno indagato e confermato il ruolo ipocolesterolemizzante della curcumina su gruppi di ratti.
In ambito oncologico la curcumina è guardata con grande interesse per la potente attività immunomodulatoria e antiossidante, oltre all’attivazione della caspasi-3 (gruppo di proteine in grado di portare le cellule all’apoptosi).
Conclusione
Una trattazione completa dell’argomento, data anche la vastità ed importanza, esula dalle possibilità e dallo scopo di questo articolo.
Resta il fatto che si tratta di un argomento di estremo interesse per i medici veterinari che vogliano ampliare le proprie conoscenze in termini di integrazione dei saperi in medicina e approfondire le opportunità terapeutiche in oncologia.
Un ambito di studio di grande rilevanza nel quale la nutraceutica può assumere un ruolo di rilievo.
Articolo della dott.ssa Cinzia Ciarmatori, DMV dal blog di Webinar4Vets
- Published in Cinzia Ciarmatori
Allergie e intolleranze alimentari nel cane
Sempre più cani soffrono di allergie e intolleranze alimentari. In questo articolo vediamo quali sono le differenze fra allergie e intolleranze, quali sono le razze predisposte, come capire se il vostro cane ne soffre e i rimedi utilizzabili.
Non abbiamo mai visto tanti cani con allergie e intolleranze alimentari come negli ultimi anni, ne parlo spesso con le colleghe con cui collaboro. Sicuramente sarà qualcosa che anche i lettori hanno notato: sono sempre di più i cani che hanno problemi con uno o più alimenti. Incredibile, un’epidemia, almeno ai miei occhi, non se ne vedevano tanti fino a 5-10 anni fa.
I sintomi delle allergie e intolleranze possono essere fra i più vari e vanno dalla nausea mattutina, al vomito, alla diarrea o sintomi più blandi come il mangiare erba o avere poche energie.
In questo articolo approfondiamo il tema in modo che sappiate riconoscerle. E sappiate come agire quando il vostro cane ha un’allergia o un’intolleranza.
Differenze fra allergie e intolleranze
Spesso nel linguaggio comune allergia e intolleranza alimentare vengono confuse e in effetti come vedremo nel cane i sintomi sono abbastanza simili.
In realtà però allergie e intolleranze sono due entità ben diverse. E in medicina veterinaria vengono raggruppate sotto il nome generico di “reazioni avverse al cibo” (RAC).
Nell’allergia alimentare infatti il sistema immunitario del cane viene attivato da una sostanza estranea (chiamato antigene), in questo caso un alimento. L’attivazione del sistema immunitario produce una serie di eventi, con produzione di infiammazione massiva che segue quindi l’introduzione di uno specifico alimento.
Fra le razze maggiormente predisposte ad allergia dobbiamo certamente citare i Bracchi di Weimar.
Nel caso dell’intolleranza invece non abbiamo un’attivazione del sistema immunitario in genere. Sono un esempio di intolleranza il dare lattosio ad un cane adulto, che non ha più enzimi per digerirlo e che quindi porta a diarrea e sintomi intestinali legati ad una cattiva digestione.
Oppure altro esempio quello dei cani di razze “ancestrali” (Akita, Shiba, Cane Lupo Cecoslovacco e altri). Non digerendo gli amidi hanno problemi di digestione se ingeriscono riso, pasta o patate.
In realtà poi esistono tutta una serie di altre situazioni nel cane, classificabili come “leaky gut” (letteralmente intestino gocciolante). Ovvero alterazioni della barriera intestinale, legate a disbiosi, che non sono né allergie né vere e proprie intolleranze. In questa categoria rientrano la maggior parte dei cani in realtà con problemi legati all’alimento, dato che si stima che solo un 5% delle reazioni avverse al cibo nel cane siano allergie.
Le razze predisposte a disbiosi e quindi a leaky gut sono tantissime e includono tutte quelle citate in precedenza, più Pastore Tedesco, in pole position, e a seguire Barboncino, Maltese, Alani e molte altre.
Come capire se il cane ha allergie o intolleranze
I sintomi delle allergie e delle intolleranze alimentari nel cane sono in generale simili, per quelle vengono catalogate assieme come reazioni avverse al cibo. Abbiamo infatti come sintomi più caratteristici:
- Vomito
- Feci molli, feci abbondanti o feci liquide
- Mangiare erba
Le allergie però hanno dei sintomi che in generale mancano nelle intolleranze, che sono quelli cutanei: prurito, ponfi e bolle, dermatite interdigitale e rossore diffuso della cute.
Un sintomo invece più caratteristico (ma non unico) delle intolleranze sono le coliche intestinali. Quando qualcosa non viene digerito infatti a livello intestinale rimane a fermentare e quindi può procurare coliche al nostro cane.
Per la diagnosi di allergia o intolleranza alimentare, noi Medici Veterinari proponiamo dei percorsi che vengono chiamate “diete di eliminazione” o diete restrittive. Durante un periodo quindi il vostro cane dovrà mangiare solo un tipo di alimento ben preciso, composto da proteine idrolisate (rotte, non capaci di provocare allergie).
Oppure alimenti commerciali monoproteici o (meglio di tutto) diete fresche monoproteiche.
Tutto, anche i premietti, dovrà essere strettamente controllato. Dopo il periodo diagnostico di 2 mesi, potremo sapere se il vostro cane ha una reazione avversa al cibo, allergia o intolleranza che sia.
Poco utili sono invece i test delle allergie come si utilizzano invece in umana, dato che come abbiamo visto nel cane i veri allergici sono una piccolissima percentuale e il test fra l’altro non risulta attendibile.

Rimedi per allergie e intolleranze nel cane
Il primo rimedio per una allergia o intolleranza alimentare ovviamente è individuare e eliminare l’alimento o gli alimenti che provocano il problema al vostro cane.
Inutile quindi continuare a dare amidi nelle razze che non hanno possibilità di digerirli: provocheremo solo infiammazione cronica, con conseguente disturbo grave a livello intestinale del povero cane.
Lo stesso dicasi per le allergie.
Il problema è che nella maggior parte dei casi come abbiamo visto le reazioni avverse al cibo nel cane sono legate a intestino permeabile (leaky gut). Dobbiamo quindi occuparci, oltre ad allontanare l’alimento incriminato, anche di “rimettere a posto” l’intestino.
Per questo serve un lavoro individualizzato con un esperto, ma in generale ci sono alcuni trucchi che possono essere utili.
Ad esempio, gli acidi grassi essenziali Omega-3, che hanno azione antinfiammatoria intestinale. Molto utile anche la curcuma, ma da usare con cautela in caso il vostro cane abbia problemi epatici.
Fondamentale anche l’utilizzo di trigliceridi a media catena (MCT oil) che hanno funzione di riparare l’intestino, evitando quindi che si creino ulteriori allergie o intolleranze.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM per Kodami
- Published in Maria Mayer
Acidi grassi essenziali Omega-3 e Omega-6 per cane e gatto. Perché sono importanti?
In questo articolo parliamo dell’importanza degli acidi grassi essenziali Omega-3 e Omega-6 nell’alimentazione del cane e del gatto, partendo da cosa sono, quali sono quelli essenziali, cosa sono gli Omega-3 e quali devono essere integrati.
Sentiamo parlare spesso di quanto sia importante integrare la nostra alimentazione con acidi grassi essenziali, ovvero gli Omega 3 ed Omega 6.
Questo argomento riscuote molto interesse anche da parte dei proprietari di animali che si chiedono e mi chiedono se anche per i nostri amici a quattro zampe sono così importanti.
Cosa sono? Perché vengono definiti “essenziali”? Quali sono e a cosa servono? E ancora, quali sono le migliori fonti che possiamo utilizzare per integrare la dieta?
Cosa sono gli acidi grassi?
Gli acidi grassi sono componenti fondamentali dei lipidi, comunemente chiamati grassi ed in natura li ritroviamo in forma solida o liquida in base alla loro struttura chimica. Inoltre queste molecole contengono il doppio dell’energia rispetto ai carboidrati e alle proteine: ciò rende il grasso la forma più efficiente per gli organismi viventi di immagazzinare energia.
In generale, gli acidi grassi vengono classificati chimicamente in saturi, molecole stabili prive di doppi legami tra carbonio e carbonio e insaturi. Questi ultimi sono molecole più reattive, costituite da doppi legami e per questo a loro volta classificati in monoinsaturi con un solo doppio legame e polinsaturi con due o più doppi legami.
Tra tutti gli acidi grassi, ne esiste una categoria chiamata ESSENZIALE ovvero degli acidi grassi che non vengono sintetizzati dall’organismo e che quindi devono necessariamente essere introdotti con la dieta.
Quali sono gli acidi grassi essenziali?
Gli acidi grassi essenziali per cane e gatto sono:
- L’Acido Linoleico (LA) che è un omega 6, precursore dei cheratinociti, importanti per mantenere sana la pelle e il pelo, una loro carenza provoca indebolimento delle mucose
- L’Acido Alfa Linolenico (ALA) è un precursore delle forme attive ( EPA e DHA) degli omega 3
- L’Acido Arachidonico (AA) anche questo un omega 6, precursore delle prostaglandine, importanti nei processi coagulativi e infiammatori, per tale ragione vengono definiti pro-infiammatori. Questo acido grasso è essenziale solo per il gatto in quanto è carente dell’enzima delta-6-desaturasi che nelle altre specie consente la produzione endogena a partire dall’acido linoleico. L’Acido Arachidonico è presente prevalentemente nei grassi di origine animale: questo dimostra che i gatti devono essere considerati come carnivori obbligati.

Gli Omega 3
Gli acidi grassi essenziali della serie Omega-3 svolgono diversi importanti ruoli nel mantenimento della salute dei cani e dei gatti.
Prima di tutto gli Omega-3 hanno un’azione anti-infiammatoria e per questo motivo hanno un effetto benefico in tantissime patologie. Inoltre gli Omega-3 hanno svolgono una funzione strutturale, ovvero vanno a formare le pareti cellulari, rendendole più fluide e permettendo quindi alla cellula di comunicare meglio con l’ambiente intorno a sé (pensate quanto è importante questo per i neuroni, cellule del sistema nervoso centrale!).
Gli Omega-3 sono un aiuto importante per i problemi cutanei, come in caso di dermatiti, in quanto agiscono sul controllo del prurito e migliorano lo stato della cute e del pelo.
Nelle malattie renali inoltre gli acidi grassi essenziali Omega-3 riducono i sintomi dell’insufficienza renale cronica, come la proteinuria (perdita di proteine con le urine). Contrastano l’ipertensione e l’infiammazione renale. E ancora:
- Nelle patologie cardiache riducono la tendenza alla fibrillazione atriale, migliorano la circolazione venosa, mitigano le aritmie cardiache.
- Nelle patologie articolari sono utili per controllare l’infiammazione, migliorano la mobilità articolare e contrastano la progressione della malattia.
- Importanti anche nei soggetti obesi in quanto accelerano il metabolismo corporeo, riducono i livelli del colesterolo nel sangue, aumentando le difese immunitarie.
- Hanno un ruolo molto importante anche nel miglioramento e nello sviluppo delle funzioni cognitive e neurologiche, quindi ottimo sia nei cuccioli o gattini in crescita che in soggetti anziani
- In umana diversi studi suggeriscono un’azione coadiuvante nel controllo di diverse patologie tumorali
Quali Omega 3 scegliere per cane e gatto?
La famiglia degli Omega tre è numerosa quelli di particolare importanza sono gli EPA ( l’acido eicosapentaenoico ) e i DHA (l’acido docosaesaenoico).
Gli EPA e i DHA sono le vere forme attive anti-infiammatorie e a funzione strutturale, quindi le forme utili per la salute del cane e del gatto. E anche per la nostra!
Le migliori fonti per integrare la dieta con EPA e DHA sono il pesce , l’olio di pesce e perle specifiche di Omega-3 (provenienti da olio di pesce, krill o alghe marine purificato).
Attenzione agli oli vegetali come l’olio di lino, ricco di “ALA” (Acido Alfa Linolenico), un acido grasso essenziale della serie Omega-3 di origine vegetale. Si tratta di un precursore delle forme attive ( EPA-DHA) ed i nostri amici a 4 zampe hanno una scarsissima o quasi nulla, capacità di convertirlo nella sua forma attiva.
Inutile quindi dare integratori contenenti Omega-3 di origine vegetale pensando che possano andare a svolgere le medesime funzioni degli Omega-3 da pesce o krill. Possiamo utilizzare gli Omega-3 di origine vegetale nel cane e nel gatto, ma non con le medesime funzioni di EPA e DHA. Unica eccezione sono gli Omega-3 estratti da alghe, che pur essendo di origine vegetale, contengono effettivamente le forme attive EPA e DHA.
Pesce o perle: quale è la miglior fonte di Omega-3 per cane e gatto?
Per quel che riguarda la fonte pesce, anche qui non sono tutti uguali. Quelli più grassi come le sarde pescate in mare ne hanno una quantità maggiore rispetto ai pesci magri (il merluzzo ad esempio). Il salmone di allevamento, che non ha vissuto della normale catena alimentare del salmone selvaggio, potrebbe ad esempio contenerne basse quantità invece.
Occhio anche alla cottura inoltre, in quanto EPA e DHA sono sensibili alle alte temperature. Se il pesce quindi viene dato cotto è possibile che una parte degli acidi grassi sia andata persa.
Inoltre, si deve considerare che se anche i pesci più grassi ne contengono una maggiore percentuale, la quantità non sarà sufficiente. Infatti ne serve una grande quantità per coprire il fabbisogno utile ad un cane o un gatto sano come prevenzione o trattamento di patologie.
Se vi trovate a scegliere fra l’olio di pesce e le perle, consigliamo sempre le perle, perché sono più sicure. Subiscono infatti dei processi di lavorazione che garantiscono la purezza del prodotto.
Ma attenzione: in commercio ne esistono davvero di tanti tipi. Leggiamo le etichette facendo attenzione alla quantità di EPA e DHA presente: se la percentuale o grammatura non è specificata, meglio scegliere un altro prodotto.
Inoltro consiglio di acquistare perle dove venga specificata l’assenza di metalli pesanti o sostanze nocive.
E per la dose degli Omega-3 per cane e gatto?
Non esistono delle regole precise e fisse per sapere quanti Omega-3 deve prendere il nostro cane o gatto. La dose infatti dipende dal soggetto. In particolare dobbiamo considerare:
- età
- stato di salute
- tipo di patologia se presente
- alimentazione che si sta seguendo.
Quindi come sempre consiglio di chiedere al vostro medico veterinario nutrizionista che saprà consigliarvi senza generalizzare, focalizzandosi sul singolo paziente e sulle sue necessità.
Articolo della Dott.ssa Francesca Parisi, DVM
- Published in Francesca Parisi
Animali domestici e sostenibilità ambientale
Solo in Italia secondo le stime ci sono oltre 60 milioni di animali domestici, di cui circa 18 milioni sono cani e gatti.
Quando diamo loro da mangiare, somministriamo antiparassitari o farmaci dobbiamo fermarci a pensare all’impatto ambientale delle nostre azioni moltiplicate per milioni e milioni.
E dobbiamo chiederci: c’è un’alternativa valida che abbia meno conseguenze sugli ecosistemi e gli altri animali?
Possiamo fare qualcosa per ridurre, per esempio, l’impatto ecologico dell’industria degli alimenti per animali domestici?
Animali domestici e sostenibilità
Che cosa intendiamo quando parliamo di sostenibilità in relazione agli animali con cui viviamo?
La definizione più diffusa è quella secondo la quale la sostenibilità è la gestione consapevole delle risorse e dei rifiuti necessaria a soddisfare le esigenze fisiologiche degli animali. Senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze ambientali, sociali ed economiche.
Altrettanto importante non compromettere la possibilità di sopravvivere anche delle future generazioni di animali selvatici e, più in generale, degli ecosistemi.
Sono molte le criticità: dall’impiego massivo di farmaci, antibiotici e antiparassitari in testa, allo smaltimento dei rifiuti sanitari, dall’inquinamento ambientale provocato da feci e urine degli animali domestici all’impatto dell’alimentazione. Soprattutto se industriale.
Industria del pet food e sostenibilità
Uno studio pubblicato su Veterinary Clinics of North America, dal titolo Sustainability and Pet Food analizza il ciclo di vita degli alimenti industriali per cani e gatti, dalla produzione delle materie prime all’imballaggio, dal trasporto allo smaltimento.
I risultati più interessanti riguardano le conseguenze in termini ambientali e di cambiamento climatico di questo comparto dell’industria, che ha superato i duemilaquattrocentotrenta milioni di euro a giugno 2021 secondo il rapporto Assalco-Zoomark). Un settore in continua crescita.
Quello che oggi sappiamo è che i cibi umidi hanno un maggior impatto rispetto a quelli secchi, quelli per cane più ancora di quelli per gatto.

Per questo è importante parlare di animali domestici e sostenibilità ambientale.
Animali e sostenibilità. Cosa si può migliorare?
Per quanto riguarda l’alimentazione industriale molti aspetti andrebbero rivisti e migliorati. La formulazione e la scelta degli ingredienti, i processi produttivi, i materiali di imballaggio, i mezzi di trasporto.
Allo stesso tempo sarebbe fondamentale evitare gli sprechi e affrontare il tema dello smaltimento dei rifiuti.
Secondo i ricercatori impegnati nello studio citato il medico veterinario deve recuperare un ruolo centrale anche da un punto di vista educativo, valutando insieme ai famigliari degli animali le alternative e le possibilità in tema di nutrizione che tengano conto di questi aspetti.
Allo stesso modo chi vive con un animale deve comprendere che ogni singola scelta, soprattutto in termini di alimentazione e di cura, moltiplicata per milioni e milioni di animali domestici, ha un enorme impatto ambientale.
Per questo è così importante informarsi, valutare le possibili alternative e chiedere all’industria di migliorare i propri processi produttivi nel rispetto degli ecosistemi e di tutti gli animali che li abitano, noi compresi.
In conclusione
Vivere con gli animali ci fa bene, da molti punti di vista sia fisici che emozionali.
Ma scegliere di accogliere individui di altre specie richiede responsabilità che vanno oltre il singolo animale.
Rispettarne le necessità fisiologiche ed etologiche è un punto di partenza imprescindibile ma oggi sappiamo che tutto quello che facciamo o non facciamo può avere conseguenze anche sugli altri animali domestici e selvatici e sul pianeta intero.
Non perdiamo l’occasione di imparare dagli errori per cambiare rotta e migliorare le nostre scelte! Anche in tema di alimentazione.
Articolo della dott.ssa Cinzia Ciarmatori, DMV (tratto dal blog dell’autrice)
- Published in Cinzia Ciarmatori
L’acqua il più importante dei nutrienti
Quando pensiamo ai nutrienti che dobbiamo bilanciare nella dieta dei nostri amici, spesso ci dimentichiamo del più importante tra tutti: l’acqua.
L’acqua costituisce dal 40% all’80% dell’intero organismo animale, in relazione a età e condizioni fisiologiche e patologiche dell’animale.
Per questo motivo l’organismo risente moltissimo della carenza di questo nutriente. La disidratazione, infatti, causa velocemente alterazioni anche gravi nell’organismo e va corretta il prima possibile.
Funzioni dell’acqua
Quando sentiamo dire che “l’acqua è fonte di vita”, non si tratta della solita frase fatta. E’ proprio così!
L’acqua infatti svolge innumerevoli funzioni essenziali per la vita, tra cui:
- Trasporto di altri nutrienti
- Regolazione della temperatura corporea
- Mantenimento della elasticità dei tessuti
- Costituzione di tutti i fluidi corporei
- Substrato per i processi digestivi che avvengono nell’organismo
- Substrato per i batteri del microbiota intestinale
Non esiste reazione chimica che avvenga in un organismo che non necessiti di acqua.
Per i nostri Animali è ancora più importante in quanto, non essendo in grado di sudare, la regolazione della loro temperatura corporea è legata esclusivamente alla sua eliminazione attraverso la lingua e la respirazione.

Apporto e bilancio idrico
Il fabbisogno idrico, ovvero la quantità di acqua che deve essere assunta giornalmente dall’organismo, è direttamente correlata al mantenimento del cosiddetto “bilancio idrico dell’organismo”, ovvero il bilancio tra entrate e uscite.
L’animale si idrata attraverso l’acqua di bevanda, ma non solo. Altri introiti sono rappresentati dall’acqua presente nell’alimento e, in minima parte (circa un 10%) da quella “metabolica”, che deriva dalle reazioni di ossidazione degli alimenti.
L’assunzione dell’acqua di bevanda è un processo volontario, regolato da recettori che risentono del grado di disidratazione, stimolando il centro della sete che si trova nell’Ipotalamo e inducendo così l’animale a bere.
La dieta rappresenta un’altra fonte di acqua importante assunta dall’animale. Avrete infatti sicuramente notato come i vostri animali tendano a bere di più se mangiano alimenti secchi (disidratati) e di meno se assumono una dieta umida. Gli alimenti commerciali secchi, infatti, ne contengono solo un 8-10%, mentre quelli umidi arrivano fino all’80%. Le diete fresche sono anch’esse ricche di acqua, per cui non c’è da spaventarsi se, passando da una dieta commerciale secca a una dieta fresca il vostro animale comincerà a bere meno: è perfettamente normale!
Fabbisogni idrici
Ma quanto devono bere al giorno i nostri Animali?
Mediamente, un cane adulto sano, dovrebbe assumere una quantità giornaliera di acqua pari al suo fabbisogno energetico giornaliero espresso in ml.
Ad esempio: se il vostro cane ha un fabbisogno energetico di 1000 kcal al giorno, dovrà assumere circa un litro di acqua al giorno.
E i gatti?
I gatti si sa, non sono dei gran bevitori! Il fabbisogno idrico di un gatto adulto sano si aggira tra il 50 e il 100% del su fabbisogno calorico giornaliero, espresso in ml.
Ad esempio: se il vostro gatto ha un fabbisogno energetico di 250 kcal al giorno, dovrà assumerne da circa 125 a circa 250 ml al giorno.
Semplificando, possiamo dire che il fabbisogno idrico di un cane sano, in condizioni di riposo, si aggira intorno ai 65-110 ml/kg di peso vivo al giorno ed è maggiore nei soggetti di piccola taglia e nei giovani.
Ma è sempre così matematico? Ovviamente no, come non lo è nulla in biologia. Infatti esistono numerosi fattori che influiscono sulla assunzione di acqua. Tra questi la stagione (in estate loro, come noi, tendono a bere di più) l’attività fisica (cani sportivi, durante l’allenamento, hanno un fabbisogno idrico aumentato) e le fasi della vita.
Acqua e fasi di vita
I cuccioli hanno fabbisogni idrici aumentati rispetto all’adulto, perché il loro organismo è molto più ricco di acqua. Nei lattanti, i fabbisogni idrici sono del tutto coperti dal latte stesso, che è un alimento completo e ricchissimo di acqua, mentre dallo svezzamento in poi è necessario che i cuccioli abbiano acqua fresca sempre a disposizione.
Un altro stato fisiologico dove i fabbisogni idrici aumentano considerevolmente è la gravidanza, ma soprattutto la lattazione, in quanto la produzione di latte ne richiede molta.
Infine, una particolare attenzione va prestata ai fabbisogni idrici dell’animale anziano. L’organismo infatti, quando invecchia, tende ad avere difficoltà a mantenere un corretto bilancio idrico, disidratandosi facilmente. Questo stato di disidratazione tende, col tempo, a compromettere una serie di funzioni importanti dell’organismo legate alla digestione, all’attività del microbiota e del sistema immunitario.
Ci sono poi tutta una serie di condizioni patologiche caratterizzate dalla cosiddetta polidipsia, ovvero un aumento della assunzione di acqua, tra cui l’insufficienza renale, il Cushing, il diabete e altre patologie metaboliche. Attenzione perché una polidipsia importante, soprattutto se presente subito dopo i pasti, potrebbe nascondere anche problematiche gastroenteriche da indagare.
Soprattutto per l’insufficienza renale, patologia frequente sia in cani che in gatti anziani, che per gli animali che soffrono di calcoli urinari, una corretta assunzione di acqua è importante non solo in corso di patologia, ma come fattore preventivo.
Come incoraggiare l’assunzione d’acqua?
Esistono vari modo per incoraggiare l’assunzione di acqua da parte dei nostri Animali.
- FONTANELLE: l’utilizzo di fontanelle che forniscono sempre acqua fresca e filtrata si è dimostrato utile non solo per i gatti, ma anche per i cani
- BRODI LEGGERI DA AGGIUNGERE AL PASTO: preparare un brodo leggero vegetale o di carne, con un pizzico di sale, da aggiungere al pasto, rappresenta un buon modo per far bere di più i nostri animali
- AGGIUNGERE UN PIZZICO DI SALE AL PASTO: il sale non è vietato nei nostri animali, anzi. Se usato con moderazione può essere un alleato utile per farli bere di più. In caso di patologie come l’ipertensione, consultate sempre prima il vostro Medico Veterinario.
Quale acqua?
In linea di massima, nel caso di animali sani, l’acqua di rubinetto, se potabile per noi, va bene anche per loro.
Se c’è una predisposizione a patologie come i calcoli urinari, andrebbero evitate acque con eccessiva durezza e contenenti elevate quantità di magnesio. In questo caso possiamo scegliere un’acqua in bottiglia, rispetto a quella del rubinetto, per controllare meglio questi fattori.
L’acqua fornita dovrebbe essere sempre fresca, priva di residui di cibo o altre particelle che gli animali potrebbero rilasciare nella ciotola bevendo e che potrebbero dar luogo a fenomeni putrefattivi. Cambiare la ciotola dell’acqua giornalmente o anche più volte al giorno è quindi una buona abitudine. La temperatura ottimale dovrebbe essere compresa tra i 12 e i 25°C. Attenzione all’acqua troppo fredda, anche in estate, che potrebbe provocare disbiosi con insorgenza di fastidiose diarree, o troppo calda, che non stimolerebbe l’animale a bere a sufficienza.
Articolo della dott.ssa Marta Batti, DMV
- Published in Marta Batti
Alimentazione per cani e gatti con problemi gastrointestinali. Cosa fare?
Nei nostri cani e nei nostri gatti le patologie gastrointestinali sono dei disturbi piuttosto frequenti.
I sintomi che danno queste patologie sono spesso aspecifici e molto simili tra loro.
Tipicamente il nostro cane o gatto manifesterà: diarrea (sia acuta che cronica), stitichezza, dolore alla palpazione addominale, vomito, debolezza e poco appetito.
Alimentazione per cani e gatti con problemi gastrointestinali
Per fare diagnosi il Medico Veterinario, in questi casi, si affida ad una accurata visita clinica. Con la quale raccoglie indicazioni utili sull’organo del tratto gastrointestinale maggiormente coinvolto.
La dieta è uno strumento di fondamentale importanza quando si parla di apparato gastroenterico.
Una corretta dieta infatti può essere una vera e propria cura, ma ci aiuta anche moltissimo in prevenzione.
Purtroppo non esiste una dieta universale che vada bene per tutti i soggetti e per tutte le patologie gastrointestinali.

Cosa intendiamo con “dieta”?
Quando parliamo di dieta non ci riferiamo “solamente” al cibo, ma anche a:
- nutrienti specifici
- approcci nutrizionali personalizzati
- integrazioni funzionali
- gestione pratica dell’alimentazione
Quindi come si imposta un piano nutrizionale in questi casi?
Nella preparazione di un piano nutrizionale adeguato è necessario considerare diversi aspetti tra cui: la specie, la razza, l’età dell’animale. Ma anche se ci sono patologie concomitanti, l’ambiente in cui vive, l’attività fisica che svolge Senza dimenticare il BCS (Body Condition Score), il peso corporeo, il tono muscolare.
Ma anche tutta la sua storia dei primi mesi di vita (da dove arriva, se ha avuto qualche patologia, qualche parassita e così via…).
Una cosa molto importante è quella di fare una lista di alimenti che l’animale può o non può mangiare. Quelli che più gradisce e quelli che il proprietario preferisce cucinare.
I nutrienti di interesse variano a seconda delle condizioni cliniche del paziente, della valutazione nutrizionale, dei sintomi, delle caratteristiche della malattia gastrointestinale.
Le opzioni nutrizionali per le malattie gastrointestinali sono numerose, in quanto pazienti diversi, pur con patologie simili, possono trarre vantaggio da alimentazioni differenti.
Proprio per questo motivo è importantissimo affidarsi ad un professionista (ad un Medico Veterinario esperto in nutrizione), per garantire all’animale una dieta bilanciata e personalizzata per la sua patologia.
Attenzione quindi al “fai-da-te”, l’alimentazione è una medicina potentissima che abbiamo a nostra disposizione!
Articolo della dott.ssa Alice Chierichetti, DMV
- Published in Alice Chierichetti
Quali sono le piante pericolose per i cani?
Quante volte ci siamo chiesti se la pianta che il nostro cane ha ingerito è tossica?
Ecco un articolo che fa il punto su questo argomento, raccogliendo le specie più comuni in Italia.
È bellissimo tenere in casa o in giardino delle piante, ma cosa sappiamo della loro tossicità?
Cosa possiamo fare per tenere in sicurezza i nostri piccoli amici?
Prendiamo in esame le più diffuse piante d’appartamento e da giardino, alcune possono dare problemi anche gravi se ingerite. Questo non vuol dire che non ci siano altre piante che possano dare problemi, ma queste sono le più comuni.
Se un cane presenta sintomi gastroenterici o cutanei a seguito dell’ingestione o del contatto con una pianta, è bene rivolgersi al veterinario curante o al CENTRO ANTIVELENI 011/6637637 oppure 06 49978000.
Rimedi “casalinghi” come latte, carbone o induzione del vomito possono arrecare danni e ritardare le cure idonee.
Spesso non ci sono antidoti per le sostanze tossiche contenute nelle piante, ma terapie di supporto.

PHYLODENDRON
Pianta tropicale tipica del sottobosco. In appartamento al riparo della luce diretta, cresce senza grossi problemi. Molto comune come pianta decorativa contiene una linfa ricca di ossalati negli steli e nelle foglie.
Può causare irritazioni della mucosa orale, linguale e gastroenterica. A livello delle mucose orali ed intestinali causa bruciore e vesciche.
I cani e i gatti che ne vengono in contatto presenteranno scialorrea (eccessiva salivazione), vomito e inappetenza.

DIEFFENBACHIA
Pianta tropicale molto diffusa negli appartamenti.
Ha un potenziale irritante per i nostri animali domestici. Contiene infatti una linfa tossica che a contatto con la cute, gli occhi e le mucose della bocca, stomaco e intestino provocando intenso bruciore e gonfiore.
Questa pianta contiene nel suo tessuto delle cellule denominate “esplosive” che sono ricche di ossalato di calcio. Tale sostanza all’interno di queste cellule cristallizza sotto forma di minuscoli “aghi” che vengono chiamati rafidi. Una leggera pressione sulla pianta è sufficiente alla rapida espulsione verso l’esterno dei rafidi che possono penetrare nella pelle provocandone l’infiammazione.

CICLAMINO
Pianta comune che nasce spontanea nei boschi o coltivata.
Ha tossicità in tutta la pianta tuberi compresi. Questo è legato al suo contenuto in ciclamina, in grado di provocare una sintomatologia gastrointestinale con vomito e diarrea.
Si possono anche avere crisi convulsive.

EUPHORBIA
Pianta molto comune per le festività natalizie, contiene una linfa ad alto contenuto di triterpeni. Possono essere molto irritanti se vengono a contatto con la pelle o se vengono ingeriti.

AGRIFOGLIO
Altra pianta decorativa natalizia molto comune, purtroppo tossica. Sono tossiche sia le bacche che le foglie e l’ingestione di pochi frutti (drupe rosse) può provocare torpore, grave stato infiammatorio sia a livello dell’apparato gastro-intestinale, con vomito e diarrea, sia a livello renale.

MUGHETTO
È tossica tutta la pianta compresi i fiori e le bacche, contiene sostanze cardiotossiche e saponine.
È molto pericolosa e può dare avvelenamenti anche mortali. Dobbiamo essere attenti anche al minimo contatto.
I sintomi sono dolori addominali, scialorrea, nausea vomito, alterazioni cardiache, coma e morte.

TULIPANO
La tossicità è limitata ai bulbi che contengono glicosidi e alcaloidi.
Se ingeriti possono dare una intossicazione molto grave per cui si consiglia l’ospedalizzazione.
I sintomi sono bruciore del cavo orale, vomito, edema della glottide, convulsioni, delirio, insufficienza epatica e renale.
Possono essere irritanti per le mani se toccati.

TASSO
La parte tossica è il seme che contiene la taxina A e B.
I sintomi dell’intossicazione possono essere gravi con sintomi quali nausea, vomito, diarrea, midriasi, convulsioni, depressione respiratoria e coma.

OLEANDRO
E’ un arbusto che si ritrova, di frequente, ai margini delle strade come pianta ornamentale.
Nei giardini è anche spontaneo ed è molto tossico sia per l’uomo che per gli animali.
Diversi casi di morte di ratti e topi si sono verificati anche per l’ingestione di acqua in cui erano stati immersi rametti e foglie della pianta.
Diversi bovini sono morti per averne mangiate le foglie. La tossicità equivale a quella dei digitalici.

DIGITALE
Questa pianta ornamentale contiene una serie di alcaloidi tossici come digitossina, digossina, lanatoside.
Tutta la pianta è velenosa e può dare effetti tossici anche a dosaggi bassissimi.
Come primi sintomi dell’intossicazione si osserva vomito incoercibile e aritmie cardiache nell’anziano. Nei giovani blocchi cardiaci e bradicardia.

DATURA
Pianta legata da secoli alla magia è chiamata anche erba delle streghe.
La sua tossicità è legata a tutta la pianta ma è concentrata in particolare nelle foglie, nei fiori e nei semi.
Gli alcaloidi contenuti, come la scopolamina e l’atropina, hanno un forte potere psicotropo e allucinogeno tali da lasciare danni permanenti e scatenando malattie mentali latenti.
Il decesso avviane per arresto respiratorio.

CYCAS
Pianta ornamentale molto comune e molto tossica.
La tossicità è principalmente concentrata nei semi ma tutta la pianta è da considerarsi pericolosa.
A seguito dell’ingestione anche di pochi semi si può manifestare vomito, diarrea, depressione e convulsioni.
Dopo qualche giorno invece inizia a manifestarsi l’azione tossica vera e propria a livello del fegato.
La maggior parte dei cani intossicati muoiono perché non esiste antidoto.

ARISTOLOCHIA
Moderna e bellissima pianta ornamentale, contiene l’acido aristolochico.
È una pianta ad azione cancerogena, dimostrata in via sperimentale nei roditori.

ARUM
Pianta molto comune che cresce in tutta Italia ai bordi delle strade e nelle zone in penombra.
La parte più tossica sono i frutti. Contiene saponine, glicosidi cianogenetici che in acqua liberano acido cianidrico. L’avvelenamento può anche essere mortale e si manifesta con disturbi gastro-intestinali, vomito e alterazioni del ritmo cardiaco (tachicardia).
Dermatiti e vesciche si hanno in seguito a contatto esterno.

RICINO
Coltivata per la sua bellezza, vegeta anche allo stato spontaneo.
I suoi semi possono venire confusi con i fagioli borlotti e sono la parte più velenosa della pianta.
L’ingestione di pochi semi (2-3) sono sufficienti per causare la morte, la sostanza tossica contenuta è la ricina.
La sintomatologia si manifesta con disturbi addominali, vomito e diarrea, ipertermia, embolia, emorragie intestinali, oliguria. Si instaurano anche disturbi del ritmo cardiaco e spasmi tetanici.

GINESTRA
Pianta diffusa in tutta la zona mediterranea.
Contiene parteina e scoparina, tutta la pianta è velenosa, ma soprattutto i fiori e i semi.
La ginestra costituisce un pericolo mortale e la sintomatologia si manifesta con disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea), crisi convulsive, stato comatoso che può giungere alla morte.
Se raccogliete i rami fioriti della pianta, non portate le mani alla bocca. Lavatevi accuratamente le mani.

EDERA
Comunissimo rampicante contiene saponine con capacità irritanti se ingerite.
La sintomatologia sarà caratterizzata da salivazione, vomito, diarrea e dolori addominali.

BOSSO
Pianta ornamentale che contiene sostanze tossiche come la buxina, buxina e bussimidina.
È tossica anche per gli animali domestici che possono avere sintomi gastrointestinali a seguito dell’ingestione.
La parte più tossica della pianta sono le foglie.

COLCHICO
Molto comune nei prati in autunno, contiene colchicina in particolare nei semi e nei bulbi.
L’intossicazione può avere una latenza fino a 10 giorni causano gravi sintomi come grave infiammazione di bocca e gola, dolori addominali, diarrea emorragica, alterazione della colagulazione seguita da aplasia midollare e emorragie fatali.

CICUTA
Pianta spontanea di storica tossicità per aver portato a morte Socrate, contiene degli alcaloidi come la coniina e conidrina.
La sua tossicità è legata a tutta la pianta ma in particolare ai frutti e ai semi.
Gli alcaloidi contenuti causano vomito, diarrea, paralisi dei muscoli respiratori che porta a morte.
La pianta ha anche una tossicità locale cutanea con iperemia ed edema.

ELLEBORO
Detta anche rosa di Natale, sono velenose tutte le parti aeree della pianta.
Costituisce un pericolo mortale, la sintomatologia si manifesta anche a livello gastrointestinale (vomito, diarrea), si avranno convulsioni e delirio fino a giungere alla morte per paralisi respiratoria.

Articolo della dott.ssa Monica Serenari, DMV
Tratto da Accademia di Fitoterapia e Scienze Naturali (A.Fi.S.Na., foto dal Web)
- Published in Monica Serenari
Ribes nigrum un antinfiammatorio naturale per i nostri amici animali
Il Ribes nigrum è tradizionalmente conosciuto per le sue proprietà antinfiammatorie, antistaminiche e antiossidanti naturali.
Conosciamo insieme questa pianta e scopriamo perché può essere benefica per i nostri amici a 4 zampe!
Conosciamo meglio il Ribes nigrum
Il ribes nero (Ribes nigrum) appartiene alla famiglia delle Glassularaceae. È originario delle zone montuose dell’Eurasia. Questo arbusto si coltiva dal XVII secolo ed è spontaneo nel nord e nel centro dell’Europa e in Asia settentrionale. Nell’antichità veniva impiegato per guarire pestilenze, febbri e scacciare le malinconie.
La pianta fiorisce da aprile e maggio e produce bacche che maturano a luglio ed agosto.
Parti utilizzate e principio attivo
Di questa pianta, in fitoterapia, vengono utilizzati principalmente i germogli, i semi e le foglie.
I germogli (o gemme) possiedono proantocianidine, flavonoidi, acidi fenolici, vitamina C, aminoacidi ed olii essenziali.
Le bacche contengono antocianine (flavonoidi che conferiscono la tipica colorazione rosso-bluastra), flavonoidi, vitamina C, carotenoidi, fenoli, polisaccaridi, fibre e minerali.
l ribes nigrum viene utilizzato soprattutto nella gemmoterapia. I prodotti si ottengono da tessuti vegetali embrionali freschi come gemme, germogli, giovani radici.

Proprietà medicamentose del Ribes nigrum e indicazioni d’uso
Il gemmoderivato di ribes nero viene considerato un “cortison-like” poichè svolge un’azione simile a quella del cortisolo (di cui facilita il rilascio). È un potente antinfiammatorio e antiallergico. Stimolando la corteccia surrenale, questo gemmoderivato rappresenta il rimedio di base per qualunque forma infiammatoria, traumatica o allergica.
I germogli di ribes nero possiedono potenti antiossidanti, inoltre le proantocianidine riducono la secrezione di mediatori proinfiammatori IL-4 e IL-3, fattori coinvolti anche nell’asma.
I ricercatori sostengono che la supplementazione con antocianine possa giocare un ruolo importante per la prevenzione ed il trattamento delle patologie infiammatorie croniche.
L’effetto principale della gemma del Ribes nigrum è sulla corteccia surrenale. Stimola infatti la secrezione di cortisolo, senza effetti secondari (iatrogeni) come ad esempio la soppressione del sistema immunitario.
L’azione avviene principalmente durante la prima fase infiammatoria anche se la sua efficacia si prolunga nelle fasi successive.
L’estratto delle gemme di ribes nero, inoltre, è efficace anche per stimolare le difese immunitarie e prevenire le malattie influenzali.
Altre proprietà del ribes sono quelle attribuite all’azione antivirale, come l’Herpes virus, grazie all’inibizione del legame del virus alla membrana cellulare e alla soppressione della sintesi proteica.
Da sottolineare inoltre la proprietà antisettica delle gemme dell’olio essenziale di Ribes nigrum con un ampio spettro d’azione, specialmente verso Escherichia Coli, Pseudomonas aeruginosa e Staphylococcus Aureus.
L’estratto delle foglie, invece, ha un utilizzo erboristico e fitoterapico specifico per la preparazione di infusi,tinture madre, decotti e tisane.
Utilizzo in medicina veterinaria
Il ribes nero nel cane e nel gatto rappresenta sia un antinfiammatorio sia un antistaminico naturale e può essere utilizzato sottoforma di macerato glicerico, tintura madre, estratto idroenzimatico o gemmoderivato.
Il macerato glicerico è ricavato dalla macerazione delle gemme e viene poi diluito in proporzione 1 a 10 in una soluzione idrogliceralcolica. Costituita da una miscela di acqua, alcol e glicerina.
Il gemmoderivato è uno dei più potenti antistaminici naturali, blocca l’azione dell’istamina, pertanto si impiega maggiormente nelle allergie e nelle dermatiti. Agisce sia a livello cutaneo sia a quello delle vie respiratorie. E’ quindi indicato in caso di riniti allergiche e croniche di asma, bronchiti, dermatiti, congiuntivite, artrosi, artrite.
Insieme ad altre terapie naturali può essere utilizzato con esiti favorevoli per curare il granuloma eosinofilico del gatto.
L’olio di semi di ribes nero ottenuto invece dai semi della pianta presenta un rapporto omega3/omega6 di 1:4.
È particolarmente ricco di GLA e acido stearidonico. Si è dimostrato efficace nella terapia sintomatica del prurito in corso di dermatite atopica.
In uno studio è stata sperimentata l’efficacia dell’olio di semi di ribes nero nella dermatite atopica canina (Noli et Scarampella, 2002). Degli animali trattati con l’olio di ribes, il 70,8% ha mostrato una risposta buona o eccellente (diminuzione dal 51 al 100% dei valori di gravità iniziali).
Può interagire con eventuali farmaci?
E’ consigliabile non assumere il Ribes nigrum in associazione ad anticoagulanti poiché potrebbe rendere il sangue più fluido e rallentare la coagulazione. Proprio per questo motivo è consigliabile sospendere la sua assunzione prima di un intervento chirurgico.
Quando è sconsigliato l’impiego del Ribes nigrum?
Non è consigliato nei pazienti affetti da Sindrome di Cushing, nei pazienti con pressione alta e problemi cardiaci, negli ipertiroidei o in soggetti ansiosi, stressati e nervosi. L’effetto particolarmente stimolante sul sistema nervoso infatti potrebbe aumentarne i sintomi.
Può causare reazioni allergiche in soggetti predisposti
Alcuni gemmoderivati sono leggermente alcolici per cui possono essere controindicati per cani e gatti particolarmente sensibili all’alcool .
In ogni caso i dosaggi vanno personalizzati e non sono mai uguali per tutti, poiché ogni animale risponde in maniera diversa. Quindi se ne sconsiglia l’uso “fai-da-te”!
Articolo della Dr.ssa Laura Mancinelli, DVM
- Published in Laura Mancinelli
Alimentare un animale o nutrirlo. Perché non è la stessa cosa?
Che differenza c’è tra alimentare o nutrire un animale?
All’apparenza potrebbe sembrare la stessa cosa. Le differenze invece sono molte e da molteplici punti di vista.
Non solo perché alimentare e nutrire hanno un’etimologia diversa, ma anche per i significati che hanno assunto nel tempo.
E per una questione sostanziale: tra alimentare e nutrire c’è di mezzo… l’amore!
Alimentare o nutrire, questo è il problema!
Alimentare o nutrire, sembrano sinonimi ma non lo sono.
Quando ci alimentiamo infatti stiamo solo introducendo cibo nel nostro organismo. Mangiamo, e questo è quanto.
Metabolizziamo quello che ingeriamo e lo trasformiamo in ciò che ci occorre.
Se ci nutriamo invece stiamo ponendo l’accento sulla relazione tra cibo e salute: non stiamo solo assumendo cibo, lo stiamo scegliendo in base alle caratteristiche che riteniamo favorevoli al nostro benessere.
La stessa cosa riguarda gli animali che vivono con noi.
Riempire una ciotola non è abbastanza per nutrire!
Quando pensiamo all’alimentazione degli animali con cui scegliamo di vivere difficilmente consideriamo le loro necessità etologiche.
Tanto meno riflettiamo sul fatto che l’atto di fornire cibo è centrale nelle relazioni, sia con individui della nostra specie che di specie diverse.
Ogni animale ha le sue esigenze, sia in termini nutrizionali che di gusti. Conoscerli e rispettarli è di grande importanza.
I gatti per esempio in natura sono cacciatori solitari. Predano soprattutto di notte e fanno molti piccoli pasti.
In ambito domestico nella maggior parte dei casi vengono alimentati una o due volte al giorno, con lo stesso tipo di cibo, spesso anche della stessa identica marca per tutta la vita (se ti interessa e vuoi approfondire ne ho scritto anche qui).
In più sono anche carnivori stretti, costretti ad assumere quantità più o meno grandi di cereali a causa della composizione della maggior parte dei cibi industriali.
Ai cani non va poi così meglio: anche le loro ciotole vengono riempite una o due volte al giorno distrattamente, svuotando il contenuto di sacchetti o lattine.
Conigli, cavie peruviane, criceti e altri piccoli mammiferi, ma anche pappagalli e altri uccelli subiscono la stessa sorte. Scatole di cibo già pronto in pellet o crocchette, oppure miscele di semi vanno a riempire contenitori e ciotole. Quando il livello si abbassa se ne aggiunge di nuovo. Tutto qua.

Nutrire le relazioni con gli animali
Il cibo è fonte di vita, sa per noi che per gli animali e proprio per questo assumerlo è fonte di piacere, appagamento.
In più per gli animali sociali come noi ha anche un’accezione conviviale: aiuta a stringere nuove relazioni ma anche a rendere più salde quelle già esistenti.
Ecco perché dovremmo dedicare maggiore attenzione a quello che mettiamo nelle ciotole.
Se ci limitiamo a versarci dentro qualcosa tra un’incombenza e l’altra stiamo perdendo una grande occasione.
Scegliere con cura gli alimenti in base alle esigenze non solo della specie ma anche dell’individuo che abbiamo accolto in casa ci aiuta a conoscere e rispettare, ci offre la possibilità di dedicare tempo e attenzione. Due delle risorse più importanti che abbiamo.
Comprendere che attraverso il cibo che scegliamo passano amore e salute ci rende più consapevoli, anche della nostra alimentazione.
Scegliere di nutrire con cibo fresco di qualità, offrire un’alimentazione bilanciata ma non monotona, rende il momento del pasto gratificante sia per chi lo prepara che per chi lo riceve.
Nutrizione e salute
Non solo. Scegliere un’alimentazione di qualità per gli animali, che ne rispetti le esigenze e i gusti, è un vero e proprio atto di cura.
Il ruolo di prevenzione ma anche terapeutico dei cibi è noto da millenni e oggi le evidenze scientifiche che lo confermano sono sempre più numerose.
Sia per gli animali carnivori che erbivori è possibile formulare razioni individualizzate che mirano sia alla prevenzione che alla cura di molte patologie, grazie anche all’impiego di integrazioni funzionali e nutraceutica.
Senza dimenticare il ruolo delle emozioni sulla salute, come ci racconta la PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia, ne parlo in questo articolo): tutti ottimi motivi per trasformare l’atto del nutrire in un momento speciale, di reale condivisione!
Articolo dal blog della dott.ssa Cinzia Ciarmatori, DMV
- Published in Cinzia Ciarmatori
Conosci le regole di igiene per preparare il cibo al tuo cane?
Secondo uno studio americano, la percentuale di persone che conoscono le regole di igiene da applicare in casa per preparare il cibo al cane è bassissima. Vediamo quindi in questo articolo cosa ci dice la scienza al riguardo e quali sono delle semplici regole di conservazione del cibo per cani, come maneggiare e preparare il cibo e infine come lavare ciotole e utensili.
Se stai leggendo questo articolo, probabilmente ti ha incuriosito il titolo e ti sei chiesto/a se effettivamente conosci le regole di igiene per dare il cibo al tuo cane. Anzi, forse la domanda ti potrà essere sembrata quasi banale “perché, esistono delle regole di igiene particolare da rispettare per dare da mangiare al mio cane?”. Beh, sì, esistono e sono molto importanti, non solo per chi segue una dieta casalinga per il proprio cane o una dieta BARF, ma anche per chi somministra solo alimento commerciale.
La FDA statunitense ha redatto solo da un paio d’anni delle linee guida per la famiglia per insegnare come maneggiare, preparare e conservare gli alimenti per animali. In Italia, abbiamo delle linee guida ministeriali per quel che riguarda le linee guida di igiene alimentare casalinga, ma ci mancano ancora quelle destinate ai nostri Pet.
Senza avere la pretesa di essere esaustiva, vediamo allora qualche semplice regola di igiene utile per tutti noi Pet mate, che come scoprirete conosce appena un 5% della popolazione!
Lo studio americano riguardo l’igiene del cibo per cani
Ad Aprile 2022 è stato pubblicato uno studio scientifico che riporta come appena il 5% dei cittadini statunitensi fosse a conoscenza delle linee guida della FDA riguardo l’igiene da utilizzare in casa per maneggiare il cibo e pulire le ciotole del proprio cane. Davvero una percentuale molto bassa!
Il medesimo studio inoltre ci riporta alcuni fatti abbastanza gravi e interessanti: in circa un terzo di queste famiglie, dove effettivamente per la maggior parte non sapevano seguire buone regole di igiene, erano presenti dei bambini sotto i 13 anni e/o delle persone immunicompromesse; in più del 40% dei casi il cibo per cani veniva conservato accanto al cibo per persone e solo un terzo degli intervistati lavava le mani dopo aver preparato e fornito al ciotola al suo cane. Altro fatto negativo molto importante: il cibo viene preparato, secondo lo studio, sulla stessa superficie dove successivamente viene preparato l’alimento per la famiglia.
Sì, lo so, a dirlo così magari ci sta chi si meraviglia, per una ragione o per il suo opposto. Certamente ci sta chi pensa “che schifo!” e chi invece dice “che esagerati!”. Ma ecco le buone notizie: lo studio ha dimostrato che, rispolverando e applicando basilari regole di igiene, la contaminazione in casa e quindi il rischio di tossinfezioni alimentari con batteri antibiotico-resistenti, per voi e per il vostro cane, diminuisce moltissimo! Passiamo quindi all’azione e vediamo cosa fare e cosa non fare in casa quando preparate il cibo per il vostro cane.
Conservazione del cibo per il tuo cane
Iniziamo dalla conservazione del cibo per cani, o meglio ancora, dal suo acquisto. Nel caso in cui abbiate scelto un’alimentazione industriale per il vostro cane infatti dovrete controllare molto attentamente all’acquisto che il pacco di croccantini o la scatoletta di cibo umido non sia visivamente danneggiato. Non acquistate quindi pacchi aperti o rotti oppure lattine ammaccate o danneggiate, in quanto questo potrebbe comportare un’alterazione del contenuto all’interno.
Il cibo commerciale inoltre deve essere conservato sempre nel suo involucro originale e non essere svasato all’interno di contenitori o bidoni. Per quanto possiate pulire bene infatti fra un pacco e il successivo, rimarranno all’interno del contenitore piccole quantità di grassi, essendo tutte le crocchette rivestite da una fine patina di grasso per renderle più appetibili. Questi grassi che rimangono nel contenitore, diventeranno rancidi e avvieranno, quando aggiungerete del cibo nuovo, un processo catalitico (ovvero rapido, di reazione a catena) di ossidazione dei grassi dell’alimento. Questo può provocare diarrea e vomito al vostro cane.
Il cibo per cani industriale inoltre deve essere, ben chiuso nel caso del pacco di crocchette che sia stato conservato in un ambiento fresco precedentemente aperto, sempre per evitare l’ossidazione dei grassi e mai consumato oltre la data consigliata.
Nel caso invece abbiate scelto una dieta fresca per il vostro cane, è fondamentale conservare il cibo in frigo, all’interno di contenitori ben chiusi. Non lasciate quindi in frigorifero una padella dove avete cucinato cibo per il vostro cane o una vaschetta di macinato per capirsi, senza una copertura, tipo tapperware. Nel modo più assoluto poi evitare di riporre l’intera ciotola del vostro cane in frigo nel caso in cui lasciasse dell’alimento: svuotate piuttosto il contenuto in un contenitore pulito, chiudete con coperchio e via.

Come maneggiare e dove preparare il cibo per il tuo cane
Ora che sappiamo come conservare il cibo per il nostro cane, vediamo come prepararlo e maneggiarlo per arrivare a servirgli la sua desideratissima ciotola. Prima di tutto, come facciamo anche per noi, prima di iniziare la preparazione del pasto del nostro cane, dobbiamo lavarci le mani con acqua calda e sapone (nello scrivere mi risuona la voce di Anna Moroni alla Prova del Cuoco “ti sei lavata le mani tesoro?”). Eh sì, anche se stiamo preparando per il nostro cane e non per noi, dobbiamo lavarci le mani per evitare di contaminare il suo cibo o le superfici che toccheremo.
Se il cane è piccolo e il sacco è grande, ma anche in caso di cani grandi/ciotole grandi, potrebbe accadere che vi venga voglia di usare la ciotola come mestolo per pescare le crocchette dal sacco. Non fatelo! Lasciate piuttosto dentro al sacco un misurino apposito, in modo fra l’altro di avere la certezza della dose e non far ingrassare troppo il vostro cane, con tutte le gravi conseguenze per la sua salute che ben conosciamo.
Per quel che riguarda la preparazione inoltre è fondamentale che avvenga su una superficie diversa rispetto a quella dove appoggiate il cibo per voi (meglio ancora se in una abitazione diversa). Dato però che non tutti hanno case molto grandi o superfici da destinare solo alla preparazione della ciotola del cane, vediamo qualche trucco che vale sia per chi segue un’alimentazione industriale, che per chi fa casalinga o dieta BARF.
Prima di tutto, se non avete una superficie disponibile da dedicare, potete munirvi di una banale tovaglia di plastica al metro da appoggiare sopra al piano della cucina o alla tavola. La tovaglia ovviamente non dovrà essere lasciata sporca dopo l’uso, ma dovrà essere pulita e disinfettata (con uno spray a base di candeggina meglio), piegata e riposta.
Per chi segue dieta casalinga o BARF inoltre il consiglio è di dedicare un tagliere e della utensileria (forchetta, cucchiaio, mannaia, trinciapollo o quanto altro utilizzate) specifica alla preparazione del cibo per il vostro cane, in modo da stare più tranquilli.
Ultimo, ma non ultimo in ordine di importanza, ricordate di prestare attenzione per evitare in tutti i modi la cross-contaminazione delle superfici. Questo vuol dire ad esempio che se state preparando la ciotola e vi foste dimenticati qualcosa in frigorifero, dovete evitare di andare ad aprire il frigo con le mani sporche (soprattutto in caso di carne cruda, ma anche gli alimenti industriali possono contenere microrganismi vivi!). Chiedete piuttosto a qualcuno di aiutarvi oppure fate un passaggio al lavello e lavatevi bene con acqua e sapone.
Come lavare la ciotole del tuo cane
Una volta servita e mangiata, passiamo alla parte di pulizia della ciotola e degli utensili. Nello studio citato, solo poco più del 10% degli intervistati lavava la ciotola del cane almeno una volta al giorno e appena la metà lo faceva con acqua calda. In realtà, il modo migliore per pulire la ciotola del vostro cane è di farlo dopo ogni pasto, lavandola preferibilmente in un lavello diverso da quello dove lavate i piatti per voi, con una spugnetta diversa, acqua calda e sapone. Nel caso in cui ci fossero residui di cibo, è importante eliminarli prima di pulire, ma questo mi pare un’ovvietà.
Dopo ogni utilizzo dovrete pulire inoltre anche cucchiai o altri utensili (tagliere ad esempio nel caso di dieta fresca), con acqua calda ad una temperatura superiore ai 70 gradi per almeno 20 secondi. Complicato? No, basta farlo diventare una routine, come per noi.
Ultimo, ma non ultimo, la ciotola dell’acqua del vostro cane, che dovreste svuotare e lavare con una spugnetta a superficie abrasiva, acqua calda e sapone, almeno una volta al giorno. Questo evita la formazione di colonie batteriche ricoperte da un microfilm protettivo ed è basato soprattutto su una pulizia meccanica, quindi avanti e olio di gomito!
Antibiotico resistenza: un pericolo da sconfiggere ora
Dato che solo l’8% dei partecipanti allo studio si è detto disposto a seguire le regole di igiene che gli erano state suggerite nel lungo termine, cerco di darvi qualche buona ragione per farlo senza cadere nel paternalismo o terrorismo mediatico cui siamo fin troppo abituati.
Per quel che riguarda la conservazione del cibo industriale, ve l’ho già spiegato, il pericolo maggiore è l’ossidazione dei grassi, che può dar luogo a gastroenteriti anche importanti per il vostro cane. Crocchette conservate sotto il sole però, magari all’interno del loro sacco dove si può creare una sorta di condensa e umidità, possono dar luogo a micotossicosi, con danni gravissimi per la salute del cane nel breve e lungo periodo (tumore al fegato e altre brutte faccende).
Ma veniamo all’antibiotico resistenza, problema reale e attuale, di cui dovremmo tutti saperne di più. I batteri come forse saprete tendono a diventare resistenti agli antibiotici e la scienza non riesce a creare nuove molecole ad un ritmo sufficiente per battere queste resistenze. In Italia si verificano già ora (2022) circa un terzo delle morti europee dovute ad infezioni batteriche non debellabili con gli antibiotici. Una situazione gravissima, parliamo di circa 10.000 morti ogni anno.
Ora, invece di spaventarci e basta, sappiate che seguire queste regolette che vi ho suggerito può ridurre drasticamente la possibilità di contaminazione casalinga da batteri antibiotico resistenti.
In fondo, non si tratta di attività molto diverse da quelle che già applichiamo per noi. Semplicemente, una volta di più, dobbiamo ricordare che il nostro cane fa parte della famiglia, anche per quel che riguarda le regole di igiene.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer per Kodami
- Published in Maria Mayer
















