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Perché il cane vomita a digiuno?

mercoledì, 01 Febbraio 2023 by Gruppo Nutravet
Vomito a digiuno

In questo articolo parleremo di cosa si intende e quali sono le possibili cause del cosiddetto “vomito a digiuno” e alcuni consigli che potrebbero fare al caso vostro se il vostro amico a quattro zampe soffre di questo fastidioso sintomo. 

Per molte famiglie questo è un sintomo frequente e ricorrente, molto preoccupante e trovare una soluzione può sembrare impossibile. Sebbene il vomito sia un evento assolutamente sgradevole e non deve mai essere ignorato, il vomito a digiuno in genere non è sintomo grave e con la giusta diagnosi e terapia può risolversi. 

Quali sono le cause?

Come dice il nome il “vomito a digiuno” è un sintomo di una problematica gastroenterica che si verifica frequentemente quando intercorre molto tempo tra un pasto e il successivo. Questo fa sì che i succhi digestivi si accumulino nello stomaco e determinano un’azione irritante a questo livello, il vomito è quindi un modo dell’organismo per allontanare uno stimolo nocivo.  

Il vomito a digiuno può essere anche il segno clinico di una reazione avversa all’alimento che causa una sensibilizzazione della mucosa gastrica e duodenale e un aumento del reflusso dei succhi digestivi.

Altre cause del vomito a digiuno nel cane possono essere l’ingestione di farmaci o sostanze tossiche, errori alimentari, patologie sistemiche.

Come riconoscere questo sintomo? 

Il vomito a digiuno viene chiamato anche vomito biliare, infatti tra i succhi digestivi di cui è composto è presente anche la bile. È solitamente di colore giallastro, può esser più o meno schiumoso e non contiene materiale alimentare. Si verifica solitamente di notte o al mattino presto con frequenza più o meno variabile. 

Il “vomito a digiuno” è un sintomo di una problematica gastroenterica che si verifica frequentemente quando intercorre molto tempo tra un pasto e il successivo.

Ci sono altri sintomi legati al vomito a digiuno? 

A volte no, il vomito a digiuno può essere l’unico sintomo presente. Altre volte invece può essere accompagnato da altri sintomi gastroenterici più o meno gravi: vomito alimentare, calo dell’appetito, diarrea, altri segni di nausea come il leccamento intenso delle labbra e la ricerca maniacale di erba. 

Cosa possiamo fare per aiutare il nostro cane?

  1. Correggere la dieta scegliendo alimenti di miglior qualità e altamente digeribili
  2. Inserire integratori con azione lenitiva per la mucosa gastrica (Attenzione! Non usare farmaci gastroprotettori senza il consulto con il vostro Medico Veterinario)
  3. Fare numerosi piccoli pasti e inserire un piccolo spuntino alla sera prima di andare a letto, il vostro cane ne sarà felicissimo!
  4. Evitare il digiuno prolungato

Se il vostro cane soffre di questa problematica parlatene al vostro veterinario di fiducia. In particolare se il vomito a digiuno è associato ad altri sintomi non deve essere sottovalutato.

Andate a fondo per trovare la soluzione adatta al vostro cane e evitare risvegli poco piacevoli per tutti!

Articolo della dott.ssa Giulia Moglianesi DVM

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L’iperparatiroidismo nutrizionale di Luna

mercoledì, 11 Gennaio 2023 by Gruppo Nutravet
Iperparatiroidismo

In questo articolo vi racconto la storia di Luna e del suo iperparatiroidismo nutrizionale, una patologia legata ad un’alimentazione casalinga squilibrata.

Non ripeteremo mai abbastanza l’importanza delle giuste integrazioni della dieta e la pericolosità del fai da te

L’iperparatiroidismo nutrizionale

L’iperparatiroidismo secondario nutrizionale può insorgere in seguito alla somministrazione di una dieta sbilanciata in particolar modo di calcio e fosforo.

In genere colpisce i cuccioli in fase di crescita, dove c’è una richiesta maggiore di calcio.
Nei gatti la forma più comune è causata da diete composte solo da carne, come nel caso di Luna.

Luna

I sintomi di Luna

La sintomatologia dell’iperparatiroidismo è legata alla carenza di calcio, che porta ad alterazioni ossee anche molto gravi, come deformazioni e fratture.

Luna aveva iniziato a mostrare difficoltà a muoversi e dolore. Il veterinario che l’ha visitata ha riscontrato dopo esame radiografico una frattura a livello delle vertebre lombari che ovviamente causava dolore e limitazioni al movimento.

Dopo aver raccolto tutte le informazioni e controllato gli esami del sangue, diagnostica l’iperparatiroidismo nutrizionale e consiglia di passare ad un’alimentazione adatta all’età e l’assoluto riposo.

Immagine radiografica della colonna vertebrale di Luna

La consulenza nutrizionale

Luna è una gattina che vive in Sardegna, che ho potuto seguire grazie alla telemedicina.
Nella nostra prima consulenza Luna aveva 5 mesi e mezzo e pesava 1,9 chili.

Mangiava solo carne bollita con olio di cocco, senza nessuna integrazione mineralvitaminica.
Se vogliamo trovare un lato positivo in questa anamnesi alimentare, Luna mangia ogni tipo di carne senza nessun problema, cosa che nel paziente medio felino non è cosa così facile da trovare!

Il nostro obiettivo con la dieta era farla aumentare di peso e coprire i suoi fabbisogni di tutti i macro e micronutrienti. Ho preparato quindi per lei dei menù completi e bilanciati che sono stati da subito apprezzati.

Grazie ad una dieta completa e bilanciata Luna è riuscita a guarire e a dare alla luce quattro splenditi gattini.

Controlli

Ci siamo sentite poi con la proprietaria via mail, aspettando le radiografie di controllo.
Luna è migliorata in fretta. Pian piano ha ripreso a muoversi e anche a saltare. Dopo due mesi di dieta le radiografie mostrano un evidente miglioramento della lesione vertebrale.

Luna ha recuperato peso e prosegue con la sua nuova alimentazione.

Sorpresa

Questa storia finisce particolarmente bene perchè Luna è rimasta incinta.
Non era propriamente una gravidanza cercata, avevamo deciso con la proprietaria di aspettare a sterilizzarla vista la sua situazione, ma l’amore come sappiamo non aspetta.

Luna ha partorito quattro splendidi gattini, che ovviamente sono stati svezzati con una dieta completa e bilanciata.

Luna e i suoi gattini

Morale

Questo caso è davvero la miglior spiegazione dell’estrema importanza del bilanciamento della dieta.

Spesso non si pensa alle integrazioni e al lavoro del nutrizionista veterinario, ma in certi momenti della vita così critici, come ad esempio lo svezzamento e l’accrescimento, una dieta casalinga fai da te può creare davvero dei danni anche gravi.

Articolo della dott.ssa Chiara Dissegna, DMV

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Le vitamine del complesso B per il gatto

mercoledì, 04 Gennaio 2023 by Gruppo Nutravet
le vitamine del complesso B

Quali sono le vitamine del complesso B e cosa servono nell’organismo di un gatto?
In questo articolo approfondiamo una per una le vitamine del complesso B, le loro funzioni nell’organismo del gatto e i sintomi di una loro carenza.

Le vitamine del complesso B sono otto vitamine idrosolubili fondamentali per la salute del gatto.
Queste vitamine svolgono numerose funzioni in tutti gli esseri viventi e il loro apporto con la dieta deve essere sempre garantito al gatto, per mantenerlo in salute. Poiché molte sono particolarmente labili e possono essere inattivate dalla luce o dal calore, bisogna essere certi di fornirne quantità adeguate al nostro gatto. Durante tutta la vita.

Quali sono le vitamine del complesso B

Il termine vitamina è stato coniato al principio del 1900 per indicare una classe di composti organici, indispensabili alla vita, richieste da un organismo in quantità limitate. In particolare, le vitamine non possono essere sintetizzate dall’animale. E se prendiamo in considerazione il gatto, questo dovrà recuperarle quasi interamente dalla dieta.

Fra le vitamine, quelle del gruppo B sono particolarmente importanti nella nutrizione del gatto. Si tratta infatti di una classe di vitamine idrosolubili, che vengono trasformate dall’organismo in coenzimi, coinvolti in svariati processi metabolici.

Per le vitamine del complesso B quindi può essere particolarmente grave la carenza (ipo-vitaminosi).
In caso non vengano assunte in quantità sufficienti, questo può sfociare in una mancata funzionalità di diversi complessi enzimatici, causando mancata funzionalità di diversi distretti corporei.

Al contrario, per le vitamine del complesso B non è possibile una ipervitaminosi, in quanto non tendono ad accumularsi nell’organismo ed hanno per questo un ampio margine di sicurezza, a differenza della vitamina A e D (liposolubili).

Una particolarità importante delle vitamine del complesso B è che sono, in generale, sensibili al calore e alla luce. Per questo, le temperature di cottura di una dieta casalinga, quelle di preparazione delle crocchette o delle scatolette per gatti, o persino la semplice esposizione alla luce solare possono ridurre molto il contenuto di vitamine del complesso B di un alimento.

Come logico da aspettarsi, la maggior parte delle vitamine del complesso B essenziali per il gatto
si trovano in prodotti di origine animale, prima fra tutte la carne.

Tutte le vitamine del complesso B e a cosa servono per il gatto

Le vitamine del complesso B sono 8 in totale e si trovano in generale in tutti gli alimenti di origine animale. Vediamo quali sono esattamente e a cosa servono per la salute del gatto.

Vitamina B1 o Tiamina

Questa vitamina è un componente fondamentale del metabolismo energetico di tutte le cellule del nostro gatto.
Una sua carenza può portare a sintomi soprattutto a carico del sistema nervoso e cardicaco.  
La vitamina B1 o Tiamina è particolarmente sensibile al calore e viene degradata durante i processi tecnologici cui viene sottoposto il petfood. Per questo le ditte produttrici sono solite addizionare gli alimenti di alte quantità di vitamina B1, in modo da garantirne la presenza nel prodotto finale.

Vitamina B2 o Riboflavina

Anche questa vitamina si trova in quasi tutti i tessuti di origine animale, ma ne sono particolarmente ricchi latte, uova, fegato e pesce. All’interno dell’organismo, viene trasformato in un coenzima che entra nel metabolismo energetico della cellula. La sua presenza è particolarmente importante per mantenere sana soprattutto le mucose del gatto. Una sua carenza causa perdita di peso, debolezza, dermatiti e lesioni oculari nel gatto. 

Vitamina B3 o Vitamina PP o Niacina

Questa vitamina dai tanti nomi, si trova in buone quantità nelle carni, nel latte e può essere parzialmente prodotta dall’organismo del gatto a partire da triptofano. Come le altre vitamine del complesso B viste fino ad ora, entra a far parte del metabolismo energetico delle cellule del gatto. In particolare è fondamentale per il metabolismo dei carboidrati, degli aminoacidi e dei lipidi. La carenza di Vitamina PP provoca la comparsa di sintomi cutanei, del tratto gastroenterico e del sistema nervoso centrale. Sintomi aspecifici come stanchezza, inappetenza, debolezza e disturbi gastroenterici possono accompagnare il quadro di carenza di Niacina nel gatto.

Vitamina B5 o Acido Pantotenico

Nei tessuti questa vitamina viene trasformata in un coenzima fondamentale per il metabolismo di tutti i macronutrienti, oltre che per la sintesi di colesterolo e ormoni steroidei (coenzima A o CoA). Anche se in sintomi di una sua carenza non sono ben individuati, nel gatto si sa che si possono osservare sintomi gastroenterici e ingrigimento del pelo. Anche per questa vitamina del complesso B, fonti principali sono uova, fegato e lievito.

Vitamina B6 o Pirossidina

Anche in questo caso la vitamina B6 entra nel metabolismo cellulare, soprattutto degli aminoacidi. La deficienza di Vitamina B6 comporta la comparsa di sintomi dermatologici, anemia, infiammazione dei nervi con sintomi neurologici associati. E persino convulsioni epilettiformi. Un altro effetto di un deficit di Pirossidina può favorire anche la formazione di calcoli renali e uroliti nel gatto. Per questo importante tenerla in conto in caso di cistiti ricorrenti.

Vitamina H o vitamina B8

La vitamina H o biotina, si trova principalmente nel tuorlo dell’uovo, nel rene e in generale nella carne. Interessante come nell’uovo, questa volta però nell’albume, sia presente anche un fattore anti-nutrizionale, chiamato avidina, capace di inattivare la vitamina H e provocarne carenza. Per evitare carenze di biotina è fondamentale quindi non dare quantità (eccessive) di albume crudo al gatto.

Vitamina B9 o Acido Folico

L’acido folico, contenuto nel tuorlo dell’uovo, fegato, rene e in generale nella carne, è una vitamina antianemica. Costituisce infatti un elemento essenziale per la formazione dei globuli rossi. Una sua carenza è particolarmente frequente nei gatti con problemi intestinali cronici, dove è anche indicatore di malassorbimento intestinale. Fondamentale la sua integrazione, come nella donna, anche nella gatta prima della gravidanza, per evitare malformazioni al feto.

Vitamina B12 o Cobalamina

Fondamentale per tante e diverse funzioni nell’organismo, la vitamina B12 è coinvolta come coenzima nella formazione degli acidi nucleici, dei globuli rossi e del corretto funzionamento del sistema nervoso. Anche questa vitamina, come la precedente, può essere carente per la presenza di problemi infiammatori cronici intestinali nel gatto e in questo caso sarà fondamentale integrarla per evitare i tipici sintomi di anemia. Nel gatto, il fattore intrinseco, una proteina che si lega a questa vitamina ed è necessaria perché sia correttamente assorbita a livello intestinale, viene prodotto principalmente dal pancreas, al contrario del cane dove proviene dallo stomaco.

Le vitamine del complesso B. Quando vanno integrate nella dieta del gatto?

I mangimi completi presenti in commercio, sia nella forma di crocchette che cibo umido, sono in genere già addizionati di vitamine del complesso B. Nel caso della dieta BARF le vitamine del complesso B sono in genere già fornite dall’alimento, essendo quasi tutte presenti nella carne e nelle frattaglie. Per la dieta casalinga cotta, a seconda del metodo di cottura e dello stato del soggetto, il Medico Veterinario potrebbe decidere se integrare o meno questo complesso vitaminico nella dieta del gatto. 

Ci sono però alcune patologie del gatto dove un apporto extra di vitamine del complesso B potrebbe risultare fondamentale. Ad esempio, in caso di malassorbimento intestinale, potrebbero mancare di essere assorbite. Anche le malattie croniche del pancreas e del rene del gatto possono beneficiare di una integrazione apposita. Il Medico Veterinario può inoltre utilizzarle come complemento alla terapia di diverse condizioni croniche, dato le loro molteplici funzioni nel metabolismo energetico dell’organismo.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM, PhD per Kodami

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Telemedicina e nutrizione veterinaria

mercoledì, 28 Dicembre 2022 by Gruppo Nutravet
Nutrizione veterinaria

La nutrizione veterinaria è una disciplina che per motivi diversi si coniuga molto bene con la Telemedicina.
Ma cosa si intende per Telemedicina? Come si svolge una consulenza nutrizionale a distanza?
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi rispetto ad una visita in presenza?

La Telemedicina non è una novità degli ultimi anni, in medicina umana è studiata da decenni e oggi anche il settore veterinario comincia ad utilizzarla in molti ambiti.
Vediamo di cosa si tratta e perché può esserci utile.

Telemedicina veterinaria. Di cosa si tratta?

In medicina umana la Telemedicina è in uso da almeno trent’anni.
Nel 2005 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cominciato a studiarla e implementarla attraverso un osservatorio globale, per fornire assistenza medica e servizi umanitari anche nei luoghi del mondo più disagiati.

Ogni aspetto, dall’etica, alla politica, dalla sostenibilità economica agli standard procedurali e strumentali è stato approfondito nel corso del tempo.

Gli scenari degli ultimi anni, legati alla gestione dell’emergenza pandemica, hanno contribuito ad accelerare un processo già in atto da tempo. E non, come si potrebbe pensare, a crearlo da zero.

Per quanto riguarda l’ambito veterinario invece si fa risalire al 2016 la nascita ufficiale della Telemedicina, anche se in realtà possiamo pensare che da quando esistono i telefoni è iniziata la creazione di relazioni a distanza tra medici veterinari e famigliari dei pazienti.

La Telemedicina infatti non è altro che l’impiego di strumenti tecnologici (ormai davvero alla portata di tutti come gli smartphone) che mettono in connessione in tempo reale clienti/pazienti con medici, veterinari o altri professionisti della salute quando non si trovano fisicamente nello stesso luogo.

Nutrizione veterinaria e Telemedicina

La Telemedicina dunque non è una disciplina medica, è solo il modo in cui una prestazione sanitaria può essere erogata.

Questo significa anche che da un punto di vista legislativo e normativo non cambia nulla: si tratta sempre di un atto medico per il quale il professionista della salute è responsabile, sia da una prospettiva deontologica che legale.

Proprio per questo è fondamentale sottolineare che una consulenza in Telemedicina non può mai sostituire una visita in ambulatorio o in clinica, né può essere impiegata in condizioni di urgenza se non per il triage che precede la visita in presenza.

In alcuni ambiti però, e tra questi senz’altro la nutrizione, può essere una valida alleata. Ecco perché.

Nutrizione veterinaria e Telemedicina: vantaggi

Il nutrizionista veterinario è un medico veterinario con specifica preparazione ed esperienza in nutrizione.
Si tratta di una figura specialistica che può essere chiamata in causa da colleghi o colleghe che si occupano di medicina di base o di altri ambiti, per elaborare un piano nutrizionale per i propri pazienti.
La Telemedicina in questi casi consente di annullare le distanze e permette di far entrare il nutrizionista nell’equipe che ha già in cura il paziente.
In questo modo è possibile raggiungere e aiutare molti più animali e le loro famiglie.

Oppure sono gli stessi famigliari a rivolgersi direttamente al nutrizionista, chiedendo l’elaborazione di un piano nutrizionale per un cucciolo o un gattino, per animali adulti sani oppure in caso di patologie.
In tutte queste situazioni è importante (e tassativo in caso di animali con patologie in corso) che venga coinvolto il medico veterinario di base.
Anche in questi casi annullare le distanze permette di mettersi in contatto con professionisti che altrimenti non sarebbero raggiungibili, aumentando le probabilità di trovare chi può fare al caso nostro.
Senza dimenticare che in determinate situazioni, soprattutto in corso di malattie croniche ma anche nel caso di patologie o disturbi del comportamento, può essere vantaggioso non dover sottoporre gli animali allo stress del trasporto e della visita veterinaria.

Nutrizione veterinaria e Telemedicina: svantaggi

Come abbiamo avuto modo di capire una consulenza non è una visita e non può mai sostituirla: non è possibile (ancora!) effettuare una visita virtuale e “mettere le mani” sul paziente.
Per questo motivo è importante potersi fidare e affidare ai colleghi curanti. I loro pareri e le loro indicazioni sono fondamentali, così come quelli dei famigliari.

In molti casi poi è consigliabile eseguire esami diagnostici e monitoraggi. E anche in questo ambito è d’obbligo far riferimento a colleghi e colleghe che lavorano in strutture adeguatamente equipaggiate.

La Telemedicina consente di mettere in relazione il medico veterinario nutrizionista con i famigliari dei propri pazienti, ovunque si trovino

Consulenza nutrizionale a distanza. Come funziona?

Ogni professionista ha com’è ovvio le proprie preferenze e modalità.
In genere il contatto con i famigliari degli animali o con colleghi e colleghe curanti avviene via mail o al telefono.
Serve a capire quali sono le richieste e le esigenze e a decidere se è possibile proseguire fissando la consulenza. Oppure se si tratta di situazioni che richiedono una visita clinica urgente, alla quale si rimanda.

Se si può proseguire verrà fissato un appuntamento in modalità video o telefonica, in base alla scelta del professionista e/o del cliente.
A quel punto in genere viene richiesta la compilazione di questionari e formulari dettagliati, che consentono di raccogliere in via preliminare l’anamnesi.
Con particolare riferimento a quella nutrizionale: cosa e quanto mangia l’animale, cosa ha mangiato in precedenza, se vive con altri animali, quali sono i suoi gusti e molte altre cose ancora!

Anche la documentazione clinica verrà richiesta ed esaminata con attenzione. Esami del sangue recenti e passati, referti diagnostici o specialistici, foto, video. Tutto quello che può servire a ricostruire la storia e la situazione clinica del paziente.

Una volta arrivato il momento dell’appuntamento ci si collega con il medico veterinario nutrizionista nella modalità stabilita e inizia l’avventura!
Perché elaborare un piano nutrizionale è un lavoro fatto “a misura” del singolo paziente e della sua famiglia e richiede monitoraggio costante.
Gli animali, proprio come noi, cambiano nel tempo e in ogni fase di vita hanno necessità, anche nutrizionali, differenti di cui tenere conto.

Il segreto? Scegliere il nutrizionista che fa per noi.

La nutrizione veterinaria è un ambito che ha suscitato e continua a suscitare grande attenzione ed interesse.
Sono molte oggi le figure professionali che se ne occupano a vario titolo e in modi diversi e non sempre si tratta di medici veterinari.

La scelta dovrà sempre orientarsi verso professionisti di indubbia preparazione ed esperienza.
Il medico veterinario è l’unica figura “autorizzata” ad occuparsi di nutrizione in corso di patologia. Ma anche nel caso di cuccioli o gattini in accrescimento, di condizioni fisiologiche particolari come la gravidanza o l’allattamento e non solo, confrontarsi con professionisti con una preparazione medica alle spalle può fare la differenza.

E più di ogni altra cosa quello che conta è trovare un professionista con il quale creare una relazione di stima e fiducia. Nutrire un animale non è solo mettere un cibo piuttosto che un altro in una ciotola.
Molte cose, anche intangibili eppure preziose nel processo di cura come le emozioni, passano attraverso l’atto del nutrire.
Per questo è così importante creare relazioni di valore con il medico veterinario nutrizionista (e non solo!), basate su stima e rispetto umano e professionale.

La dieta può anche essere ben formulata, ma solo se la prepariamo e la offriamo con amore e fiducia sarà davvero perfetta!

Articolo della dott.ssa Cinzia Ciarmatori, DMV



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Cibo monoproteico per cani

mercoledì, 14 Dicembre 2022 by Gruppo Nutravet
Cibo monoproteico per cani

In questo articolo parliamo di cibo monoproteico per cani, spiegando a chiare lettere cosa è, quali sono i suoi vantaggi, quali si suoi svantaggi e quando darlo al nostro cane.
Il cibo monoproteico per cani è un tipo di alimento sempre più diffuso nell’alimentazione del cane che consiste, come dice il nome appunto, in un alimento composto con una sola fonte proteica.

Il cibo monoproteico può essere utilizzato per la diagnosi di reazioni avverse al cibo nel cane. Viene suggerito infatti da molti colleghi e colleghe, quando il nostro cane presenta feci molli ricorrenti, vomito o sintomatologia dermatologica come prurito. Approfondiamo però meglio l’argomento, perché pur essendo molto diffuso, sono molti i punti che forse sfuggono ai più.

Che cosa è il cibo monoproteico

Quando si parla di alimento monoproteico, si fa riferimento alla fonte proteica maggiormente rappresentata nel cibo, che deve essere appunto unica. Spiego meglio: se abbiamo di fronte un cibo monoproteico al maiale, questo dovrà contenere come unica fonte proteica di origine animale il maiale. Potrebbe però contenere altri alimenti, come ad esempio il frumento, che pur contenendo anche proteine, non ne apportano una quota importante nel complesso.

Ad esempio quindi il medesimo alimento viene considerato monoproteico se contiene maiale come unica fonte di proteine, anche se vengono integrati piselli all’interno, anche essi ricchi di proteine, ma non di origine animale.

Altro aspetto fondamentale da controllare quando scegliete un cibo monoproteico è che anche la fonte di grassi sia concorde alla proteina scelta. Nel nostro esempio precedente quindi è bene che sia indicato come fonte di grassi “grasso suino”. Questo perché se fosse presente grasso di pollo questo potrebbe apportare anche piccole quote di proteine di pollo, in grado di scatenare una reazione avversa in alcuni cani.

Cibo monoproteico per cani, leggere con attenzione l’etichetta è fondamentale!

Vantaggi del cibo monoproteico

I vantaggi del monoproteico sono molti. A causa infatti di un aumento importante dell’incidenza di reazioni avverse al cibo nei nostri cani, accade sempre più frequentemente che vi siano risposte di tipo “allergico” agli alimenti. Dare un alimento monoproteico quindi ci consente, nel caso il nostro cane migliorasse, di relazionare la sintomatologia con l’alimento.

Se quindi ad esempio la diarrea migliora dopo introduzione di un alimento monoproteico, parleremo di diarrea responsiva all’alimento. La prova definitiva la abbiamo se reintroducendo altri alimenti, il nostro cane dovesse tornare ad avere la sintomatologia presentata in precedenza.

Al momento in commercio si trovano tanti e diversi tipi di monoproteici. Fonti proteiche più comuni, come maiale e pesce, ma anche quelle più rare, come cervo, soia e insetti. Questo ci permette nel caso il nostro cane non vada bene con un cibo monoproteico, di provarne altri, in modo da emettere la diagnosi.

Svantaggi del cibo monoproteico

Vi sono però degli svantaggi nel dare cibo monoproteico, quanto meno per lunghi periodi. In medicina umana infatti si è sempre detto, dai tempi di Ippocrate, come la dieta più sana fosse quella fresca e variata. Metto l’accento sull’ultima parola soprattutto, ovvero variata.

La variabilità è fondamentale nella dieta di tutti gli esseri viventi e questo la scienza ce lo sta dimostrando sempre di più. Oltre ad avere un’importanza etologica infatti, variare permette di evitare accumuli di sostanze tossiche eventualmente presenti negli alimenti. Mangiare tutti i giorni un monoproteico al pesce ad esempio potrebbe predisporre ad accumulo di metalli pesanti. Ma anche il maiale ha certamente le sue sostanze tossiche di accumulo e così dicasi per tutti i cibi.

Inoltre mangiare variato stimola la variabilità a livello di microbiota intestinale e questo lo sappiamo per certo da studi scientifici. Mangiare al contrario tutti i giorni un medesimo cibo porta ad un impoverimento della microflora, con conseguenti patologie cronico degenerative.

Quando dare cibo monoproteico

Come abbiamo visto sopra, le evenienze più comuni per cui si prescrive un cibo monoproteico sono diarrea, vomito o prurito, tutti sintomi di possibile reazione avversa al cibo.

Il cibo monoproteico quindi dovrebbe essere dato principalmente a scopo diagnostico (dieta privativa). Questo vuol dire utilizzarlo per un periodo di tempo che va dalle 4 alle 8 settimane, sotto supervisione medico veterinaria, al fine di avere una diagnosi di reazione avversa al cibo. Una volta terminato questo periodo di tempo, bisognerebbe sempre tornare a variare l’alimentazione, ovviamente evitando gli alimenti che sappiamo provocare sintomatologia.

Vi stimolo quindi a non rimanere per periodi troppo lunghi su un medesimo alimento, a meno che ovviamente il vostro medico veterinario non lo ritenga utile nel vostro specifico caso.

Se invece amate dare monoproteici al vostro cane per fargli provare gusti diversi, questo va benissimo per il suo microbiota e la salute in generale. L’accortezza però fondamentale da rispettare è quella di “mettervi da parte” sempre almeno una fonte proteica. Ad esempio, scegliete di non dare mai al vostro cane un cibo monoproteico al cervo e/o al maiale. Provate pure altri gusti come pesce, coniglio, pollo etc. ma non date mai né premietti né cibo a base delle fonti proteiche scelte. In questo modo, un domani, quando il vostro Medico Veterinario nutrizionista avrà bisogno di fonti proteiche mai provate in precedenza per eseguire una dieta privativa, avrete l’asso da tirare fuori dalla manica!

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Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM per Kodami

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Cannabis terapeutica in medicina veterinaria

mercoledì, 07 Dicembre 2022 by Gruppo Nutravet
Cannabis terapeutica

La Cannabis terapeutica è una pianta ricca di proprietà medicinali, anche in Medicina Veterinaria. In questo articolo approfondiamo brevemente la parte di botanica, del sistema endocannabinoide che permette il suo utilizzo medicinale e delle proprietà terapeutiche di questa pianta.

La Cannabis terapeutica è una pianta ricca di principi attivi, tra i quali ritroviamo i Fitocannabinoidi. La Cannabis è usata da secoli per i suoi effetti terapeutici, ma il suo utilizzo in medicina è stato a lungo limitato per il timore di effetti collaterali di tipo psicotropo. Negli ultimi anni si sta però rivalutando la sua utilità per diverse patologie, sia in campo medico che medico veterinario. 

La Cannabis fa parte della famiglia delle Cannabinacee, e di queste piante sono conosciute e utilizzate tre specie: la Cannabis sativa, la Cannabis indica e la Cannabis ruderalis.
È stata sfruttata fin dall’antichità, soprattutto nel continente asiatico ed in Sud America, a scopo terapeutico, ma non solo. La Cannabis infatti veniva molto utilizzata anche in Italia nell’industria del tessile, per produrre stoffe e corde utilissime durante l’espansione delle Repubbliche Marinare. Vediamo un po’ di che si tratta.

Cannabis terapeutica. Un po’ di botanica

La tassonomia ufficiale suddivide la Cannabis in tre specie: la C. sativa è la specie più coltivata in occidente, alta fino a tre metri e con foglie più strette. La C. indica, una specie selvatica proveniente dall’India, più bassa ma con un maggior numero di rami e foglie più ampie. Infine la C. ruderalis.

Gli ultimi studi però portano a pensare che esista una unica specie di Cannabis, la C. sativa, che include due sottospecie (la C. indica e la C. ruderalis) e diverse varietà.

Il sistema endocannabinoide

Perché i principi attivi della Cannabis abbiano effetto, è necessario che nell’organismo siano presenti i recettori per questi composti: e infatti, nell’organismo dei mammiferi ne sono presenti tantissimi!
La natura non ci ha fornito questi recettori appositamente per i principi attivi della Cannabis: è il nostro stesso organismo (e quello dei nostri animali) che produce molecole in grado di legarsi a questi recettori.

Queste molecole prendono il nome di Endocannabinoidi. I principi attivi della Cannabis hanno una struttura simile a queste molecole, e sono in grado perciò di combinarsi con i recettori presenti in un organismo.
Uno degli Endocannabinoidi è stato chiamato Anandamide. Un nome che deriva dal termine sanscrito Ananda, che significa beatitudine, proprio per l’effetto che è in grado di produrre.

La Cannabis terapeutica è una pianta ricca di principi attivi e proprietà che vengono usati in campo medico

Cannabis medicinale e fitocomplesso

Il fitocomplesso è l’insieme dei componenti chimici presenti nella pianta, responsabili della sua attività terapeutica. Nella Cannabis ritroviamo prevalentemente i Fitocannabinoidi. Ne esistono più di 140, ma i principali e più conosciuti sono il CBD (Cannabidiolo) ed il THC (Tetraidrocannabinolo). Vale la pena ricordare anche il CBG (Cannabigerolo).

La percentuale di Fitocannabinoidi varia notevolmente in base alla varietà di Cannabis interessata.
Le varietà di C. sativa, maggiormente coltivata in Europa e Nord America, hanno un basso potenziale tossico grazie alla concentrazione contenuta di THC, e all’alto tasso di CBD presente. 

THC

Il THC è considerato il responsabile dell’effetto psicoattivo della Cannabis, ma nel giusto dosaggio presenta anche importanti attività terapeutiche. Il THC infatti è importante per la sua azione antidolorifica, aiuta in corso di nausea e vomito, tiene sotto controllo l’ansia e stimola l’appetito. Pensiamo a quanto possano essere utili queste azioni in alcuni pazienti, come gli oncologici, anche per tenere sotto controllo gli effetti collaterali di una chemioterapia. 

CBD

Il CBD non presenta nessuna attività psicoattiva, e dunque da questo punto di vista è totalmente innocuo.
Presenta invece importanti attività antipsicotiche, rilassanti e neuroprotettive.
Ha inoltre azione anticonvulsivante, antinfiammatoria e analgesica e, secondo alcuni studi, anche antitumorale. Utilizzando varietà in cui il CBD è maggiormente presente, verranno mitigati gli effetti collaterali di tipo psicotropo che possono essere causati dal THC.

Terpeni e Flavonoidi

La Cannabis contiene anche altri principi attivi, diffusi anche in tante altre specie vegetali, che lavorano in sinergia con i Fitocannabinoidi potenziandone alcuni effetti o mitigandone altri.
I Terpeni ad esempio hanno attività analgesica, e quindi potenziano l’attività antidolorifica di THC e CBD. I Flavonoidi hanno una importante attività antiossidante e antinfiammatoria, ma anche antivirale ed antiallergica.

Le varietà terapeutiche

La Cannabis terapeutica non si trova negli shop di Cannabis light e men che meno proviene da traffici illeciti.
La resistenza che si incontra in ambito medico nasce forse da questo equivoco, ma le varietà utilizzate in medicina provengono da farmacie, che a loro volta le acquistano da fornitori autorizzati. Nel caso delle varietà coltivate in Italia ad esempio questo avviene sotto la supervisione dell’esercito. Devono rispettare precise concentrazioni di THC e CBD e se non risultano adeguate, le coltivazioni vengono direttamente distrutte.

Le varietà terapeutiche coltivate in Italia prendono il nome di FM1 ed FM2 e sono due varietà di Cannabis sativa. La nostra produzione nazionale non è purtroppo sufficiente per la richiesta di tutti i pazienti, umani e non, e dunque importiamo diverse varietà anche dall’Olanda e, in minor misura, dal Canada.

Le diverse varietà presentano concentrazioni differenti di principi attivi (THC e CBD, ma anche terpeni e flavonoidi), e possono essere utilizzate quindi per scopi diversi. Il medico veterinario potrà scegliere quale varietà prescrivere in base alla patologia e all’effetto che desidera ottenere sul paziente (ad esempio, serve più un effetto antidolorifico, o antiemetico? O magari anticonvulsivante?). Quando il medico veterinario avrà deciso quale varietà prescrivere, sarà poi compito del farmacista preparare il farmaco galenico ad hoc per ogni singolo paziente. 

Un aiuto importante

Concludendo, la Cannabis terapeutica rappresenta per molti pazienti un aiuto indispensabile.
Non è certo la panacea per tutti i mali, ma i suoi molteplici effetti positivi vanno senz’altro tenuti in considerazione, nonostante la diffidenza che suscita ancora.

Articolo della dott.ssa Silvia Bernabucci, DMV

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Allergie e intolleranze alimentari nel cane

mercoledì, 30 Novembre 2022 by Gruppo Nutravet
Allergie e intolleranze nel cane

Sempre più cani soffrono di allergie o intolleranze alimentari. In questo articolo vediamo quali sono le differenze fra allergie e intolleranze, quali sono le razze predisposte, come capire se il vostro cane ne soffre e i rimedi utilizzabili. 

Non abbiamo mai visto tanti cani con allergie e intolleranze alimentari come negli ultimi anni, ne parliamo spesso con le colleghe con cui collaboro. Sicuramente sarà qualcosa che anche i lettori hanno notato: sono sempre di più i cani che hanno problemi con uno o più alimenti. Incredibile, un’epidemia, almeno ai miei occhi, non se ne vedevano tanti fino a 5-10 anni fa.

I sintomi delle allergie e intolleranze possono essere fra i più vari e vanno dalla nausea mattutina, al vomito, alla diarrea o sintomi più blandi come il mangiare erba o avere poche energie. In questo articolo approfondiamo il tema in modo che sappiate riconoscerle e come agire quando il vostro cane ha un’allergia o un’intolleranza.

Differenze fra allergie e intolleranze

Spesso nel linguaggio comune allergia e intolleranza alimentare vengono confuse e in effetti come vedremo nel cane i sintomi sono abbastanza simili. In realtà però allergie e intolleranze sono due entità ben diverse e in medicina veterinaria vengono raggruppate sotto il nome generico di “reazioni avverse al cibo” (RAC).

Nell’allergia alimentare infatti il sistema immunitario del cane viene attivato da una sostanza estranea (chiamato antigene), in questo caso un alimento. L’attivazione del sistema immunitario produce una serie di eventi, con produzione di infiammazione massiva che segue quindi l’introduzione di uno specifico alimento.

Fra le razze maggiormente predisposte ad allergia dobbiamo certamente citare i Bracchi di Weimar.

Nel caso dell’intolleranza invece non abbiamo un’attivazione del sistema immunitario in genere. Sono un esempio di intolleranza il dare lattosio ad un cane adulto, che non ha più enzimi per digerirlo e che quindi porta a diarrea e sintomi intestinali legati ad una cattiva digestione. Oppure altro esempio quello dei cani di razze “ancestrali” (Akita, Shiba, Cane Lupo Cecoslovacco e altri) che non digeriscono gli amidi ed hanno quindi problemi di digestione con riso, pasta o patate.

In realtà poi esistono tutta una serie di altre situazioni nel cane, classificabili come “leaky gut” (letteralmente intestino gocciolante) ovvero alterazioni della barriera intestinale, legate a disbiosi, che non sono né allergie né vere e proprie intolleranze. In questa categoria rientrano la maggior parte dei cani in realtà con problemi legati all’alimento, dato che si stima che solo un 5% delle reazioni avverse al cibo nel cane siano allergie. Le razze predisposte a disbiosi e quindi a leaky gut sono tantissime e includono tutte quelle citate in precedenza, più Pastore Tedesco, in pole position, e a seguire Barboncino, Maltese, Alani e molte altre.

Come capire se il cane ha allergie o intolleranze

I sintomi delle allergie e delle intolleranze alimentari nel cane sono in generale simili, per quelle vengono catalogate assieme come reazioni avverse al cibo. Abbiamo infatti come sintomi più caratteristici:

  • Vomito
  • Feci molli, feci abbondanti o feci liquide 
  • Mangiare erba

Le allergie però hanno dei sintomi che in generale mancano nelle intolleranze, che sono quelli cutanei: prurito, ponfi e bolle, dermatite interdigitale e rossore diffuso della cute.

Un sintomo invece più caratteristico (ma non unico) delle intolleranze sono le coliche intestinali. Quando qualcosa non viene digerito infatti a livello intestinale rimane a fermentare e quindi può procurare coliche al nostro cane.

Per la diagnosi di allergia o intolleranza alimentare, noi Medici Veterinari proponiamo dei percorsi che vengono chiamate “diete di eliminazione” o diete restrittive. Durante un periodo quindi il vostro cane dovrà mangiare solo un tipo di alimento ben preciso, composto da proteine idrolisate (rotte, non capaci di provocare allergie), oppure alimenti commerciali monoproteici o (meglio di tutto) diete fresche monoproteiche. Tutto, anche i premietti, dovrà essere strettamente controllato. Dopo il periodo diagnostico di 2 mesi, potremo sapere se il vostro cane ha una reazione avversa al cibo, allergia o intolleranza che sia.

Poco utili sono invece i test delle allergie come si utilizzano invece in umana, dato che come abbiamo visto nel cane i veri allergici sono una piccolissima percentuale e il test fra l’altro non risulta attendibile.

Per la diagnosi di allergia o intolleranza alimentare vengono proposti dei percorsi che vengono chiamati “diete di eliminazione” o diete restrittive. In quella fase tutto, anche i premietti, dovrà essere strettamente controllato!

Rimedi per allergie e intolleranze nel cane

Il primo rimedio per una allergia o intolleranza alimentare ovviamente è individuare e eliminare l’alimento o gli alimenti che provocano il problema al vostro cane. Inutile quindi continuare a dare amidi nelle razze che non hanno possibilità di digerirli: provocheremo solo infiammazione cronica, con conseguente disturbo grave a livello intestinale del povero cane. Lo stesso dicasi per le allergie.

Il problema è che nella maggior parte dei casi come abbiamo visto le reazioni avverse al cibo nel cane sono legate a intestino permeabile (leaky gut). Dobbiamo quindi occuparci, oltre ad allontanare l’alimento incriminato, anche di “rimettere a posto” l’intestino. Per questo serve un lavoro individualizzato con un esperto, ma in generale ci sono alcuni trucchi che possono essere utili.

Ad esempio, gli acidi grassi essenziali Omega-3, che hanno azione antinfiammatoria intestinale. Molto utile anche la curcuma, ma da usare con cautela in caso il vostro cane abbia problemi epatici. Fondamentale anche l’utilizzo di trigliceridi a media catena (MCT oil) che hanno funzione di riparare l’intestino, evitando quindi che si creino ulteriori allergie o intolleranze.

Articolo della dott.ssa Maria Mayer per Kodami

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I cani possono mangiare il formaggio?

mercoledì, 23 Novembre 2022 by Gruppo Nutravet
I cani possono mangiare il formaggio

Noi italiani li amiamo tanto e ne abbiamo mille tipi, ma i cani possono mangiare il formaggio? In questo articolo approfondiamo la questione dei diversi tipi di formaggio, della loro composizione e formulazione, quale formaggio dare e quanto darne al nostro cane.

Una delle domande che chiunque si è posto almeno una volta è se i cani possono mangiare il formaggio.

Dopo aver sottolineato, come sempre, che ogni cane è unico e la persona più adatta a consigliare un determinato regime alimentare è il vostro medico veterinario esperto in nutrizione, vediamo di riassumere i concetti più importanti per capire se sia giusto o sbagliato dare formaggio ai nostri cani.

I cani possono mangiare iI formaggio? Partiamo da classificazione e composizione

Il formaggio è un prodotto derivato dalla coagulazione del latte.
Una sua classificazione viene fatta in base alla consistenza: esistono formaggi a pasta molle, semidura e dura.
La sua composizione chimica invece dipende da quella del latte di partenza, che può essere di pecora, di capra, di mucca e di bufala.

I grassi e le proteine, quindi, sono variabili e così anche le proprietà alimentari: esistono formaggi più o meno grassi, quindi più calorici dal punto di vista nutrizionale.

Prima di analizzare le esigenze dei nostri amici, occorre ricordare cos’è il lattosio: si tratta di uno zucchero presente nel latte e di conseguenza nel formaggio.

Tutti i mammiferi, che si nutrono di latte durante lo svezzamento possiedono fin da piccoli la lattasi, un enzima in grado di permettere la digestione del lattosio. Alcuni riescono a mantenere nel corso della vita questa capacità di digerirlo, altri invece possono perderla e diventare quindi intolleranti al lattosio. 

Questa intolleranza si può sviluppare anche nel nostro cane ed è facile da riconoscere perché provoca disturbi intestinali, quali meteorismo, flatulenza, feci molli, costipazione, nausea e persino vomito, quindi facciamo attenzione!

I cani possono mangiare il formaggio? Il formaggio è un alimento ricco di proprietà nutrizionali, ma anche ricco di grassi. Attenzione alle quantità.

Il formaggio è indispensabile nella dieta del nostro cane?

Da un punto di vista nutrizionale i cani sono definiti carnivori opportunisti, hanno quindi una ottima capacità di digestione di proteine e grassi. Non per questo però possiamo affermare che la loro dieta possa essere costituita unicamente da latticini.
Il formaggio non è sicuramente un alimento che, da solo, può costituire la base dell’alimentazione del cane.
Tuttavia, inserirlo come alimento complementare può costituire un arricchimento nutrizionale e di gusto.

Quale formaggio dare al nostro cane?

Essendo il formaggio un alimento abbastanza ricco di grassi, integrarlo regolarmente nella dieta del nostro cane potrebbe causare un aumento di peso. Bisogna quindi fare attenzione a non esagerare nelle quantità.

Pertanto è meglio scegliere formaggi magri come la ricotta, meglio ancora se “grass-fed” ossia ottenuti da animali allevati al pascolo e nutriti “ad erba”.

Altri formaggi che possiamo offrire al nostro cane sono:

– yogurt (da preferire le varianti bianche al naturale, senza zuccheri aggiunti)

– parmigiano, grana

– fiocchi di latte

– caciotte fresche di latte vaccino, pecorino, caprino o miste (esse rientrano però nei formaggi grassi e andrebbero offerte in minime quantità sporadicamente).

Da evitare tutti i formaggi piccanti o fortemente speziati.
I formaggi erborinati come ad esempio il gorgonzola, oltre ad essere molto grasso, risulta essere poco gradito al cane e può dare luogo ad effetti tossici in alcuni casi!  

Quando ed in che modo è meglio somministrare il formaggio al nostro cane?

Il formaggio può essere utilizzato come appetizzante da aggiungere alla pappa oppure come trucco per favorire l’assunzione di farmaci o integratori.

Un’altra buona idea è quella di trasformare il formaggio in uno snack, oppure in un premio da offrire al nostro cane durante le attività di gioco.

Possiamo quindi concludere che, se i nostri amici a quattro zampe tollerano bene i latticini, il modo migliore per mantenerli in salute è somministrare formaggio con moderazione, utilizzandolo ad esempio come snack all’interno di una dieta completa e bilanciata.

Articolo della Dr.ssa Laura Mancinelli, DVM

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I cani possono mangiare le lenticchie?

mercoledì, 16 Novembre 2022 by Gruppo Nutravet
Lenticchie

Le lenticchie non sono tra gli alimenti tossici per il cane, ma il loro utilizzo eccessivo può causare alcuni effetti collaterali. Vediamo quale è la composizione nutrizionale delle lenticchie, quali quali sono e come possiamo inserirle nell’alimentazione del nostro cane.

Le lenticchie appartengono alla famiglia delle Leguminose o Papilionate e sono un legume coltivato in tutto le zone a clima temperato. Ne esistono diverse varietà che si differenziano per dimensioni e colore, tra le più note in Italia sicuramente quelle di Norcia, di Colfiorito e le lenticchie rosse. 

La composizione delle lenticchie

Le lenticchie apportano 290 kcal per 100 gr e contengono circa il 23% di proteine, 51% di carboidrati, 1% grassi e 14% di fibra. Contengono inoltre anche principi nutritivi benefici come isoflavoni (antiossidanti), vitamina PP e tiamina.

Per questo loro buon tenore proteico spesso vengono utilizzate in alimenti commerciali “grain free” dove permettono di aumentare il tenore delle proteine in etichetta. Che è sempre il risultato della somma delle proteine provenienti sia da fonti animali che vegetali. Pertanto un alimento a base di carne e lenticchie conterrà più proteine di uno a base ad esempio di carne e patate ma questo non significa che tutte queste proteine siano effettivamente utilizzabili dal nostro cane. 

Le proteine  dei legumi infatti, essendo di origine vegetale presentano uno scarso valore biologico per i nostri cani e gatti. Significa che sono carenti di amminoacidi essenziali e per questo è sconsigliabile utilizzarli nel cane e nel gatto come fonte proteica principale. 

Effetti negativi delle lenticchie per il cane

Fino ad ora abbiamo visto quello che potremmo definire un “finto aspetto positivo” delle lenticchie, ovvero il loro tenore proteico, che però risulta essere in ultima analisi carente di aminoacidi essenziali per il cane. Vediamo ora quelli che sono invece dei possibili effetti negativi delle lenticchie sul cane.

Oltre alle proteine, le lenticchie contengono anche un elevata percentuale di fibra che nell’intestino di un carnivoro, più “corto” rispetto ad erbivori o onnivori, può impedire l’assorbimento di altri nutrienti e rappresentare quindi un fattore anti-nutrizionale se in elevata quantità. 

Le crocchette grain free a base di legumi, infatti, sono attualmente oggetto di dibattito per la loro possibile correlazione con la miocardiopatia dilatativa nel cane. L’argomento è ancora in fase di studio ma sembrerebbe che diete di questo tipo possano impedire il corretto assorbimento o metabolismo di alcuni amminoacidi essenziali come la taurina.

Inoltre, come abbiamo visto parlando di alimenti grain free, il tipo di amido di cui sono ricchi le lenticchie, ovvero l’amilosio, risulta scarsamente digeribile per il cane. Questo è dovuto alla sua forma biochimica, che lo rende più difficile da attaccare da parte degli enzimi amilasi, rispetto ad esempio a quello presente nella patata o nei cereali. A questo fattore sono probabilmente imputabili la diarrea o le feci molli che accompagnano a volte questo tipo di alimenti (e non al tenore proteico elevato, come a volte si sente dire!).

La fibra inoltre, se nelle giuste quantità, rappresenta un nutriente fondamentale per il microbiota intestinale, ma se in eccesso può causare minore digeribilità nonché fermentazioni intestinali spiacevoli con conseguente meteorismo e fermentazioni nell’intestino dei nostri cani.

Le proteine  dei legumi infatti presentano uno scarso valore biologico per cani e gatti.
Significa che sono carenti di amminoacidi essenziali e per questo è sconsigliabile utilizzarli come fonte proteica principale. 

Come inserire le lenticchie nell’alimentazione del cane

Quindi le lenticchie sono vietate nel cane? Assolutamente no. Non sono un alimento tossico e si possono utilizzare, ma non come fonte proteica principale. 

Le lenticchie possono essere utilizzate come snack, ovvero in piccole quantità extra rispetto alla dieta principale, anche se a questo fine, per forma e sapore, si prestano meglio altri legumi come i piselli o i ceci. In generale, per dare delle dosi, si consigliano 5 gr di legumi nei cani piccoli e fino a 20-30 gr nei cani di grossa taglia, pesati da cotti. 

I legumi di più facile digestione da cui è meglio iniziare sono quelli con buccia esterna più sottile o i decorticati che appunto vengono privati della cuticola esterna. Tra questi ci sono proprio le lenticchie rosse.
Un’altra alternativa è rappresentata dalla pasta di lenticchie dove il legume è stato ridotto a farina e risulta quindi più facilmente digeribile.

Se invece si volessero utilizzare le lenticchie come fonte di amido (carboidrato energetico) e quindi in quantità maggiori, ne andrà prima appurata l’effettiva digeribilità da parte del vostro cane e consiglio quindi di farvi seguire dal vostro Medico Veterinario Nutrizionista. Impostando una dieta varia sarà in grado di scongiurare i possibili effetti collaterali sopra elencati!

Articolo della dott.ssa Denise Pinotti, DMV

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Come accudire un gattino neonato orfano?

mercoledì, 09 Novembre 2022 by Gruppo Nutravet
Gattino neonato

I gattini neonati sono estremamente delicati e prendersene cura può essere una vera e propria sfida. 

Vediamo insieme cosa fare e cosa non fare quando troviamo un gattino orfano, come nutrirlo, come costruire un nido adatto e aiutarlo a crescere al meglio. 

I gattini neonati nelle prime settimane di vita sono completamente dipendenti dalle cure dalla madre in condizioni sfortunate potremmo dover sostituire mamma gatta e dobbiamo essere preparati per prenderci cura di uno o più gattini orfani. Errori banali infatti potrebbero essere fatali per questi esserini così delicati. 

Fare da mamma gatta è molto impegnativo, dobbiamo infatti tenere i gattini in un luogo tranquillo, caldo e asciutto. Dobbiamo alimentarli in modo adeguato e monitorare la crescita. Dobbiamo aiutarli a espletare i bisogni fisiologici, dopo ogni poppata dovremo stimolare con un batuffolo di cotone bagnato la zona perianale i gattini neonati infatti non sono in grado di espellere feci e urine in modo autonomo.  

Cosa mangia un gattino neonato?

Per rispondere a questa domanda la prima cosa da fare è stabilire l’età del gattino per capire se è in grado di mangiare cibo solido o no. L’età dello svezzamento per i gattini è di circa 3-4 settimane se troviamo un gattino orfano di età inferiore dovremo somministrare il latte artificiale (in questo articolo scopri come farlo in casa in situazioni di emergenza). 

Nei primi 10 giorni di vita il gattino neonato dovrà fare poppate ogni 2-3 ore, dal decimo al ventesimo giorno ogni 3-4 ore per poi passare dal ventunesimo giorno a 6-8 ore quando si potrà introdurre cibo solido inizialmente sotto forma di mousse o omogeneizzato. 

Il latte artificiale deve sempre somministrato tiepido e una volta ricostituito può essere conservato in frigo per massimo 24 ore.

La quantità di latte da somministrare è di circa 15-20 ml di latte al giorno ogni 100 grammi di peso del gattino (calcoli basati sulla media calorica dei latti artificiali in commercio).

Ricordate che ogni gattino è unico e i tempi di svezzamento sono molto soggettivi, non abbiate fretta!

Come somministrare il latte artificiale ad un gattino neonato?

Si possono trovare in commercio diversi biberon con tettarelle di varie dimensioni da scegliere in base all’età del gattino. Attenzione a non scegliere tettarelle con fori troppo grandi, se il latte fuoriesce troppo velocemente il rischio di soffocamento è molto alto. 

La posizione in cui si allatta il gattino è di fondamentale importanza. Deve essere la posizione più naturale possibile, sempre a pancia in giù mai a pancia in sù.

Assicurarsi sempre che il gattino deglutisca correttamente e che il riflesso di suzione sia ottimale. In caso contrario sarà necessario ricoverare presso una clinica veterinaria il gattino in modo da nutrirlo il gattino attraverso dei sondini alimentari.

Dopo l’utilizzo lavare e igienizzare accuratamente i biberon e le tettarelle.

I gattini neonati sono estremamente delicati e prendersene cura può essere una vera e propria sfida.

Come creare un nido adatto?

I gattini neonati nascono con gli occhi chiusi, non sono in grado di vedere ma da subito si muovono per questo è importante che i piccoli si trovino in un luogo sicuro dove possono muoversi senza il rischio di cadere. Possono essere usate scatole con le pareti alte o contenitori simili.  L’igiene in queste prime fasi di vita è molto importante perciò fate attenzione a tenere l’ambiente pulito e asciutto.

Nelle prime settimane di  vita i gattini non sono in grado di regolare la loro temperatura corporea quindi l’ambiente in cui vivono deve essere caldo. Si possono usare lampade riscaldanti o boulle dell’ acqua calda ricoperte da un panno morbido per avere un giaciglio caldo.

Fare da mamma gatta a uno o più gattini orfani è un vero e proprio lavoro full time e può essere molto impegnativo ma può dare anche grandi soddisfazioni. Tenete presenti queste indicazioni e chiedete il supporto del vostro veterinario per far crescere al meglio i vostri gattini.

Articolo della dott.ssa Giulia Moglianesi, DMV

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Calcoli di struvite e alimentazione

mercoledì, 02 Novembre 2022 by Gruppo Nutravet
Calcoli di struvite e alimentazione

I calcoli o uroliti sono fra le patologie più comuni in cani e gatti, in particolar modo di struvite. Dato che si tratta di una malattia ricorrente, che può essere frustrante, in questo articolo parliamo della corretta gestione nutrizionale dei calcoli da struvite nel cane e nel gatto. Semplici azioni per un problema complesso!

Che cos’è l’urolitiasi?
L’urolitiasi è una patologia caratterizzata dalla presenza nel tratto urinario di uroliti (i cosiddetti calcoli).

Le urine contengono in generale dei Sali minerali che, se raggiungono alti livelli di saturazione, possono precipitare e formare degli aggregati di forma e consistenza variabile.

Questa condizione viene favorita quando la concentrazione di questa Sali minerali aumenta o quando c’è una riduzione del volume urinario (che poi, è la stessa cosa: aumentano i soluti o diminuisce il solvente). 

Tra le urolitiasi più comuni nel cane e nel gatto troviamo la struvite (magnesio ammonio fosfato), dovuta appunto dall’aggregazione tra magnesio, ammonio e fosfato.

Struvite nel cane e nel gatto

Nel cane la presenza dei calcoli di struvite è spesso correlata alla presenza di un’infezione delle vie urinarie, dovuta per lo più a batteri ureasi produttori (quali stafilococchi, pseudomonas, proteus e klebsiella) che scindono l’urea in ammonio e bicarbonato.

Lo ione ammonio così si può aggregare al magnesio e al fosforo per formare la struvite, mentre il bicarbonato che induce un aumento del pH urinario, rende anche meno solubile la struvite che tende quindi a precipitare. 

Nel gatto, invece, la struvite si associa più spesso ad urine sterili, quindi senza batteri, ma pur sempre alcaline (ovvero con pH alto). 

Quindi quali sono le cause predisponenti quindi alla formazione dei cristalli di struvite?

  • La sovrasaturazione delle urine da parte di magnesio, ammonio e fosfato
  • Infezioni batteriche urinarie
  • pH urinario basico
  • diete non idonee, in particolare alimenti secchi e contenenti alte quantità di magnesio o comunque alcalinizzanti
  • scarso consumo di acqua
L’urolitiasi è una patologia caratterizzata dalla presenza di calcoli nelle basse vie urinarie.
Con l’alimentazione possiamo fare molto sia in fase di cura che in fase di prevenzione

Calcoli di struvite e alimentazione. Come possiamo agire con l’alimentazione fresca?

L’alimentazione, in corso di urolitiasi può fare la differenza.
Possiamo, in particolare, agire su diversi punti:

  • aumentare l’introito di acqua giornaliero – se vuoi sapere come fare per fare sì che il tuo cane o gatto beva di più, leggi questo articolo!
  • limitare l’escrezione urinaria dei precursori, tramite una dieta appositamente formulata
  • ridurre il pH urinario, aggiungendo integratori blandamente acidificanti (ad esempio la rosa canina che contiene vitamina C naturale)
  • lavorare in dissoluzione del calcolo, ma anche in prevenzione ovvero mai abbassare la guardia! Se il tuo cane o il tuo gatto ha avuto calcoli in passato, potrebbe averli anche in futuro ed è quindi fondamentale proseguire con un’alimentazione dedicata!
  • aiutare, tramite una dieta ricca di pre e probiotici, il microbiota intestinale, in modo da ridurre la colonizzazione della vescica da parte di batteri provenienti dal tratto intestinale.
  • utilizzare integrazioni ad azione antinfiammatoria, come gli Omega-3 o alcuni fitoterapici come il Ribes nigrum gemmoderivato, per ridurre l’infiammazione della vescica e quindi il dolore creato dalla cistite.
  •  creare diete appetibili (rispetto alle diete commerciali poco appetibili che esistono in commercio).

E’ importantissimo creare una dieta specifica e altamente individualizzata nel corso delle urolitiasi per personalizzare il tenore proteico, la quantità di minerali e la quantità di acqua della dieta per far sì che sia una dieta corretta, che rispetti i fabbisogni dell’animale e che sia sostenibile nel lungo periodo. 

Possiamo, inoltre, attraverso integrazioni funzionali lavorare sul pH urinario e sul microbiota dei cani e dei gatti perché la disbiosi viene spesso collegata alle urolitiasi. 

Mi raccomando, attenzione al fai-da-te, consigliamo sempre di chiedere consiglio al Medico Veterinario Nutrizionista

Articolo della dott.ssa Alice Chierichetti, DMV

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Perché il mio cane non tollera più la dieta casalinga?

mercoledì, 26 Ottobre 2022 by Gruppo Nutravet
Perché il mio cane non tollera più la dieta casalinga

Siamo passati da una alimentazione commerciale ad una dieta casalinga e tutti i problemi del nostro cane si sono magicamente risolti: pelo più lucido, nausea sparita, feci da manuale, appetito sempre alle stelle.
E poi, di punto in bianco, ricompaiono sintomi che oramai avevamo dimenticato: feci non proprio belle, muco e un continuo brucare erba, nemmeno avessimo adottato una capretta!

Questa è una situazione che, noi nutrizionisti, vediamo spesso nei nostri pazienti.
Ma a cosa è dovuta questa improvvisa “mal tolleranza” alla dieta casalinga?

Le cause possono essere varie. A volte banali, altre volte più difficili da comprendere.

In questo articolo cercheremo di analizzare tutti i motivi per cui una dieta casalinga può, nel tempo, non essere più così ben tollerata come all’inizio. E cercheremo di capire, caso per caso, come ci dobbiamo comportare. 

Indiscrezione alimentare

Una delle prime cose da valutare quando ci si trova di fronte ad una improvvisa comparsa di sintomi gastroenterici o dermatologici è se il nostro cane abbia avuto accesso a fonti alimentari non direttamente controllate da noi.
Come ad esempio avanzi di cucina forniti “sottobanco” da amici e parenti, le crocchette del gatto del vicino sempre disponibili in giardino. Oppure qualche cacca o avanzo di cibo trovati in giro.

In tutte queste situazioni, di solito, il problema non risiede nella dieta in sé, ma nelle fonti di cibo non monitorate. Che potrebbero aver creato una situazione di disbiosi intestinale, di solito autolimitante.
Sarà quindi sufficiente tenere il nostro cane sotto osservazione per qualche giorno, al massimo intervenendo con dei probiotici e/o degli astringenti intestinali fino a risoluzione del sintomo.

Ovviamente, se la situazione non si dovesse risolvere nell’arco di 48 ore o se, addirittura, dovesse peggiorare il consiglio è quello di consultare il vostro medico veterinario curante per una valutazione più approfondita.

Qualità delle materie prime

Un’altra domanda che pongo sempre ai clienti che mi chiamano allarmati per la ricomparsa dei vecchi sintomi, è se stanno continuando ad acquistare le materie prime, in principal modo le fonti proteiche (carne o pesce), sempre nello stesso posto e dagli stessi fornitori.
Sembra strano, ma soggetti particolarmente delicati dal punto di vista gastroenterico potrebbero risentire anche solo del fatto che la carne, di punto in bianco, venga acquistata in un altro supermercato.
In questo caso, per capire se questa potrebbe essere la causa, sarà sufficiente tornare al vecchio fornitore per vedere se la sintomatologia rientra da sola, come spesso accade.

Un’altra causa potrebbe essere il passaggio da una carne acquistata “a pezzo intero” a dei macinati di carne.
In questo caso infatti, pur non variando la proteina, varia facilmente la quantità di grasso presente. I macinati infatti sono mediamente più grassi della carne acquistata a pezzo intero (e questo è anche il motivo per cui, spesso, li troviamo a prezzi molto più bassi e allettanti!).
L’eccesso di grassi somministrati di punto in bianco potrebbe facilmente causare diarrea e/o vomito. Soprattutto in cani con un intestino non proprio di ferro!

Cambio di stagione. Perché il mio cane non tollera più la dieta casalinga?

Un terzo motivo che definirei “un evergreen” è il cambio di stagione.
Se è vero che una elevata percentuale di soggetti enteropatici cronici (quindi con una infiammazione cronica dell’intestino) rispondono bene alla dieta fresca, è altrettanto vero che nei cambi di stagione l’equilibrio raggiunto nei mesi precedenti può facilmente vacillare.

In questi casi la prima cosa da fare è non farsi prendere dal panico. La seconda è contattare il vostro medico veterinario nutrizionista per capire come procedere.
Se avete notato che il vostro cane tende a peggiorare proprio nei cambi di stagione, il mio consiglio è quello di non aspettare il peggioramento per prendere un appuntamento, ma di anticipare i tempi, in modo da agire in maniera preventiva. Con integrazioni funzionali ad hoc (es. un ciclo preventivo di probiotici) e/o terapie integrate (fitoterapia, cannabis terapeutica, omotossicologia…).
Nella maggior parte dei casi, gestendo il paziente in ottica PNEI e soprattutto in prevenzione, riusciamo di stagione in stagione a tenere sotto controllo le ricadute, che magari non spariranno del tutto, ma si ridurranno come frequenza e intensità.

Esistono diversi motivi per i quali il nostro cane non tollera più la dieta casalinga. Vediamo insieme alcune delle cause più comuni.

Una dieta (non è) per sempre

Ultimo ma non ultimo, occorre considerare che una dieta impostata in una certa fase della vita, con determinati ingredienti e kcal scelti e calcolati per quella specifica fase non è detto che possa andar bene per sempre. Ricordiamoci sempre che siamo individui in continuo divenire ed i nostri animali non si differenziano da noi in questo. Quello che per loro va bene oggi potrebbe non essere più adeguato domani.
In alcuni momenti infatti, a causa delle situazioni più disparate, l’intestino potrebbe infiammarsi e in quel caso, cosa succede?

Il nostro e il loro intestino presenta una barriera, la così detta “barriera intestinale”. Che ha la funzione di impedire a tutto ciò che potrebbe fungere da antigene (compreso alcuni macronutrienti della dieta, in principal modo le proteine) di giungere a contatto con il sistema immunitario intestinale (GALT) attivandolo.
Quando un intestino è infiammato, questa barriera diventa permeabile e potrebbe non garantire la sua originaria tenuta stagna. In questa fase infiammatoria, dunque, alcuni componenti della dieta potrebbero attivare il GALT con la comparsa della sintomatologia gastroenterica che i familiari di soggetti enteropatici ben conoscono.

In questi casi, occorre riprendere in mano la situazione prima possibile. Intervenendo su tutti i fronti possibili per bloccare l’infiammazione e lavorare sulla disbiosi ad essa associata, ridurre la permeabilità intestinale, rafforzare il sistema immunitario. Non solo la dieta dunque, ma anche le giuste integrazioni funzionali e terapie integrate potranno aiutare in nostro animale a ritrovare un nuovo equilibrio.

Un lavoro di squadra

Se in alcuni casi tra quelli elencati spesso sono sufficienti piccole accortezze per ripristinare una situazione di equilibrio, in caso di infiammazione intestinale importante il lavoro da fare potrebbe dover essere più approfondito e soprattutto, su più livelli.

Sappiamo bene, ormai, come l’asse intestino-cervello la faccia da padrone in queste situazioni e lavorare su quest’asse significa occuparci, in ottica PNEI, di tutta una serie di sfaccettature che spesso richiedono l’intervento coordinato di più figure professionali. Che collaborino e lavorino in sinergia tra di loro, per il benessere del paziente. Ecco che, nei casi più complessi, noi del gruppo Nutravet ci avvaliamo della collaborazione con i medici veterinari di base e con figure specialistiche come gastroenterologi e medici veterinari esperti in comportamento, ottenendo così dei risultati non solo più rapidi, ma anche più duraturi nel tempo.

Articolo della dott.ssa Marta Batti, DMV

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Come cambiare la dieta di un gatto?

mercoledì, 19 Ottobre 2022 by Gruppo Nutravet
Come cambiare la dieta di un gatto

Chi vive con un gatto avrà di certo avuto modo di apprezzare le sue peculiarità in fatto di alimentazione: gusti, appetito, selettività e modalità di assunzione. 

Un gatto che per qualsiasi motivo deve cambiare alimentazione (commerciale o fresca che sia) può darci del filo da torcere.
A volte però cambiare cibo può essere fondamentale per la sua salute. Dobbiamo quindi impegnarci affinché vada tutto per il meglio.

Questo articolo ci svela alcune caratteristiche del gatto che ci aiutano a comprenderne il comportamento alimentare. E alcune strategie per apportare cambiamenti nella loro alimentazione! 

Questione di gusti ma non solo. Come cambiare la dieta di un gatto.

Partiamo dal presupposto che ogni gatto è unico e possiamo trovarci davanti a un’infinità di differenze anche tra gatti conviventi. 

Il gatto sceglie se mangiare o meno un determinato alimento in base alle sue caratteristiche chimico-fisiche ma non solo (leggi qui per saperne di più).
I gusti del gatto sono infatti influenzati anche da altri fattori. Tra cui le esperienze passate e persino le esperienze prenatali!

Si tratta di un animale molto abitudinario e cambiamenti nella propria routine possono provocare veri e propri sconvolgimenti. 

Il gatto viene definito neofobico: dal greco νέος, nuovo e φόβος, paura. Cioè  “paura di ciò che è nuovo”.  La neofobia rende ogni cambiamento difficile da accettare, che si tratti di un nuovo tiragraffi o di un nuovo alimento.
In generale si sviluppa in età adulta. È dunque importante far assaggiare al gattino diversi tipi di alimenti nei primi mesi di vita. 

Una percentuale decisamente inferiore di gatti mostra invece un comportamento opposto alla neofobia e vogliono continuamente cambiare alimento.
Questo atteggiamento viene definito antiapostatico.
In questo caso non insistete a proporre sempre lo stesso alimento, salvo ovviamente diverse indicazioni del medico veterinario!

In più il gatto in natura è un cacciatore non necrofago, ama quindi il cibo fresco.
Ecco perché quando presentiamo loro un nuovo alimento deve essere appena cucinato o fresco, mai congelato.  

Passare da una dieta commerciale a una dieta fresca

Il passaggio da dieta commerciale a dieta fresca può essere molto difficile e può richiedere molto tempo. 
La dieta fresca infatti, seppur più salutare e molto più vicina alla dieta naturale del gatto ferale, ha sapori molto più delicati rispetto ad una dieta commerciale, non avendo l’aggiunta di aromi artificiali. 

Nella maggior parte dei casi la dieta fresca sarà composta da carne o pesce, verdure, oli e integratori. 
Fate assaggiare al gatto carne o pesce direttamente dalla vostra tavola e a poco a poco iniziate a servirne piccole quantità in una ciotola accanto al suo cibo abituale così che possa sentirsi libero di scegliere e sperimentare.

Quando avrà accettato la carne, aggiungete gradualmente le verdure e gli oli e in ultima battuta gli integratori.

Il gatto ha spesso un atteggiamento sospettoso nei confronti di alimenti nuovi. Dobbiamo convincerlo senza forzarlo, mai!

Come cambiare la dieta di un gatto. Ecco le cose da evitare!

Non tentate di ingannare il gatto mescolando il nuovo alimento al vecchio, nella maggior parte dei casi non funzionerà!

Non cercate di costringerlo a mangiare il nuovo alimento eliminando il vecchio repentinamente, lo porterete probabilmente a digiunare. 

Il gatto non deve mai restare a digiuno per più di 24 ore, soprattutto se si tratta di gatti obesi o diabetici. Se dovesse accadere va considerata un’urgenza e dovete contattare immediatamente il vostro veterinario che provvederà alle cure del caso.

Alcuni suggerimenti

  • Provate a servire l’alimento in consistenze diverse: a pezzetti o a mousse ad esempio 
  • Esplorate diverse modalità di cottura: alla piastra, al forno, scottato o ben cotto 
  • Tentate di servire con il brodo di cottura della carne, a mo’ di sughetto 
  • Provate ad aggiungere alla ciotola burro sciolto o grasso animale appetibile.  


E soprattutto, pazienza e perservaranza sono le parole d’ordine!

Quando presentiamo un nuovo alimento al gatto dobbiamo essere discreti e delicati. 
Imporre un nuovo alimento al gatto nella maggior parte dei casi darà un esito fallimentare. 

Il gatto può impiegare molto tempo prima di convincersi a cambiare dieta. Possono essere necessari diversi mesi prima che ciò avvenga. 
Quindi non vi arrendete se inizialmente non ne vuole sapere della nuova dieta, dovete aver fiducia e perseverare, potreste arrendervi un attimo prima di raggiungere l’obiettivo! 

Articolo della dott.ssa Giulia Moglianesi, DMV

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I cani possono mangiare le Castagne?

mercoledì, 12 Ottobre 2022 by Gruppo Nutravet
I cani possono mangiare le castagne

I cani possono mangiare le castagne? Si pensa in genere che le castagne siano tossiche per loro, ma non è così. O meglio questa non è una verità assoluta!

In questo articolo vediamo infatti qual è il modo migliore di somministrare le castagne al vostro cane, con quali benefici, per quali cani è preferibile evitarle.

E poi impareremo a conoscere le “castagne matte”, quelle sì tossiche sia per gli animali che per noi!

I cani possono mangiare le castagne?

Perché parlarne proprio ora? Perché con l’arrivo dell’autunno si è aperta ufficialmente la stagione delle caldarroste!

Questo frutto così buono può essere dato anche ai nostri amici con la coda?
Direi di sì, ma con le giuste precauzioni. Vediamo quali.

Per prima cosa, anche se può sembrare ovvio, le castagne devono essere pulite soprattutto se le abbiamo raccolte noi. Va quindi eliminato il guscio esterno, ovvero il riccio, ed una volta eliminato possono essere cotte.

Le castagne sono il classico alimento autunnale. Scopriamo insieme se possiamo mangiarle insieme ai nostri amici a quattro zampe

Cotte o crude?

Le castagne crude possono essere molto difficili da digerire per i cani, quindi è sempre consigliabile cuocerle.

A questo proposito va benissimo qualsiasi tipo di cottura. In forno, arrosto, con bollitura, purché siano cotte senza l’aggiunta di zuccheri o cioccolato.
Sono assolutamente banditi quei buonissimi marroni ricoperti di glassa al cioccolato o le castagne candite! 

Per quanto riguarda il sale invece non ci sono problemi, le castagne cotte con poco sale possono essere date.

Sono da bandire invece, o meglio bisogna stare molto attenti, anche i mix di frutta secca.
Potrebbero infatti contenere frutti tossici, come ad esempio le noci di macadamia (per approfondire leggi anche qui). 

Tutti i cani possono mangiare le castagne?

Io direi di no, e vediamo perché.

Le castagne sono degli ottimi snack.
Di contro però, oltre ad essere ipercalorici perché ricchi in carboidrati, contengono anche una considerevole quantità di fibra fermentescibile.

Ecco perché bisogna fare attenzione a non esagerare con le dosi in cani in sovrappeso: in 100 grammi di castagne ci sono circa 160 kcal! Per darvi un’idea la medesima quantità di due fette di pane bianco belle grandi!

Dobbiamo fare molta attenzione anche ai soggetti particolarmente delicati con l’intestino, o che soffrono di problemi intestinali cronici. La quantità di fibra che contengono infatti potrebbe dare fastidio e peggiorare lo stato di salute.

Quante castagne possiamo dare? 

Per un cane di taglia piccola possiamo dare una castagna. Cani di taglia media possono mangiarne un paio, per i cani di taglia grande possiamo arrivare anche a quattro.

Facciamo attenzione però nel darle, perché se ingerite intere potrebbero causare soffocamento.
Quindi è preferibile sempre tagliarle in piccoli pezzi! 

Inoltre si raccomanda sempre di non esagerare e di non darle tutti i giorni, perché anche cani perfettamente in salute potrebbero risentire per la quantità di fibra presente.
Potrebbero avere flatulenza, o in casi più gravi anche diarrea e vomito. 

Tutte le castagne sono commestibili?

Attenzione, perché non tutte le castagne lo sono!
Esistono infatti le così dette “castagne matte”.

Si tratta dei semi dell’ippocastano. Una pianta utilizzata a scopo ornamentale frequente lungo viali, strade e parchi.
Il loro riccio è verde ed all’interno contiene una castagna tonda, più grossa e lucida del normale.

Queste castagne, molto note in fitoterapia per la presenza di alcuni principi attivi, sono però tossiche se ingerite.
Sia per noi che per i nostri amici a 4 zampe. Contengono infatti saponina, una sostanza irritante che provoca vomito e diarrea ed in base alle quantità ingerita può provocare anche problemi renali.

Il consiglio quindi è di stare molto attenti ai cani quando li portiamo in passeggiata in parchi dove sono presenti queste piante.
Potrebbero infatti mangiarle se le trovano in terra.

Se dovesse accadere è meglio contattare il vostro veterinario di fiducia, che vi indicherà cosa è meglio fare in base alla situazione!

Articolo della dott.ssa Francesca Parisi, DMV

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I cani possono mangiare la zucca?

mercoledì, 05 Ottobre 2022 by Gruppo Nutravet
I cani possono mangiare la zucca

L’autunno è ormai alle porte e se vi state chiedendo – Posso dare un po’ di zucca al mio cane? – la risposta è assolutamente sì!

La zucca è un ottimo e sano snack da dare al cane, aggiunge un certo valore nutrizionale alla sua dieta, può aiutare ad alleviare ed a migliorare determinati problemi di salute. Ma è bene aggiungerla in modo sicuro e con moderazione.

In questo articolo scopriremo insieme le caratteristiche, le proprietà curative di questo alimento ed in che modo può essere somministrato ai nostri cani.

Che cos’è la zucca?

La zucca è un frutto arancione, ricco di nutrienti, che fa parte della famiglia delle Cucurbitaceae.
Di cui fanno parte anche altri tipi di frutta e verdura come la zucca gialla, il cetriolo, il melone ed altre piante rampicanti con un grande sviluppo orizzontale.
La maggior parte delle zucche esternamente sono gialle o arancioni ed internamente sono cave, con numerosi semini bianchi incastonati in una struttura a ragnatela.

Nonostante da un punto di vista nutrizionale la zucca venga ritenuta un ortaggio, tecnicamente è un frutto in quanto contiene dei semi.

Le zucche sono originarie del Nord d’America e sono uno dei frutti più conosciuti al mondo a causa della loro popolarità durante due festività americane – Il Ringraziamento ed Halloween.

Proprietà nutrizionali e benefici della zucca

Le zucche sono incredibilmente nutrienti, presentano un contenuto calorico alquanto basso ed un elevato contenuto di vitamine, minerali ed antiossidanti. Tra questi:

  • Vitamina A
  • Vitamina C
  • Potassio
  • Luteina
  • Vitamina E
  • Ferro
  • Zinco
  • Acido folico
  • Niacina, acido pantotenico, vitamina B6 e tiamina

I cani possono mangiare la zucca

La zucca ha un sapore particolarmente gradito alla maggior parte dei cani e può costituire un ottimo e nutriente snack ipocalorico.
Il suo contenuto del 90% di acqua può essere utile nel favorire l’idratazione in quei soggetti che necessitano di incrementare l’assunzione di liquidi o per prevenire lo sviluppo di eventuali segni di disidratazione.

Nonostante siano stati condotti diversi studi inerenti agli effetti positivi che la zucca può avere sulla salute dell’uomo, non ci sono molti studi inerenti agli effetti sui cani.
Qualcuno però ce n’è! Come quello che ci dice che integrare la dieta di un cane in sovrappeso con della zucca aiuta il soggetto in questione a perdere peso più velocemente. La zucca infatti, secondo i ricercatori, favorisce e migliora la digestione (Mitsuhashi et al. 2008).

La zucca ha un sapore particolarmente gradito alla maggior parte dei cani e può costituire un ottimo e nutriente snack ipocalorico.

Zucca e problemi gastroenterici

La zucca contiene fibre solubili che, assorbendo acqua in eccesso nel tratto digestivo, possono ridurre e alleviare la diarrea.  

Può sembrare un controsenso ma in realtà l’elevato contenuto di fibre può agire anche come lassativo, il che può essere di enorme aiuto per i cani più anziani e che soffrono di stitichezza.
Un aumento dei livelli di fibre favorisce la formazione di feci più dure che a loro volta impongono alle pareti del colon una certa contrazione muscolare che favorisce lo spostamento delle sostanze di scarto dall’apparato digerente all’apparato escretore.

Le fibre presenti nella zucca possono fungere anche da prebiotici, e pertanto stimolano e favoriscono la crescita di batteri buoni a livello intestinale. Sono molto utili anche per eliminare i batteri cattivi in quanto abbassano i livelli di pH nell’intestino e forniscono ai batteri buoni tutti i nutrienti di cui hanno bisogno.

Come somministrare la zucca al cane?

Come tutti gli ortaggi consentiti nella dieta del nostro cane, anche per la zucca è consigliabile una somministrazione dopo la cottura e dopo essere stata frullata, in quanto cruda potrebbe risultare difficile da digerire.

Non tutte le parti della zucca sono commestibili, per cui è bene somministrarla privata della buccia e della polpa interna.

Ora sappiamo che i cani possono mangiare la zucca. Ma ci sono effetti collaterali?

Dare della zucca al proprio cane come parte integrante di un piano nutrizionale o come snack non comporta alcun effetto collaterale, l’importante è farlo con moderazione.

Dobbiamo sempre tenere a mente tuttavia, e questo vale per qualsiasi nuovo alimento che introduciamo nella dieta del nostro amico a quattro zampe, che la zucca potrebbe causare dei disturbi gastrointestinali se non viene aggiunta in modo graduale alla dieta.

Troppe fibre assunte tutte in una volta potrebbero dare qualche disturbo. Pertanto questo nuovo alimento va introdotto gradualmente nella dieta, procedendo poco per volta e con piccole quantità così che si possa abituare al meglio.

È di fondamentale importanza dare al proprio cane solo della zucca fresca o cotta. Vanno evitati invece preparati a base di zucca contenenti spezie, aromi ed altri conservanti aggiunti.

Inoltre NON vanno mai date al cane le foglie o il picciolo delle zucche. Sono ricoperti da una peluria molto sottile ma tagliente che se ingerita potrebbe irritare la bocca, la gola ed il tratto digerente del cane.

Evitiamo inoltre di dare al cane le zucche che abbiamo intagliato per Halloween, soprattutto se sono passate settimane dai festeggiamenti!

In conclusione, i cani possono mangiare la zucca? La possono consumare con una certa regolarità?
La risposta è sì, con tutte le considerazioni che abbiamo fatto fino ad ora.

I cani possono mangiare la zucca senza troppi problemi. L’importante è che si tratti di zucca fresca, cotta , frullata e che questo alimento venga introdotto in modo graduale nella loro dieta.

Articolo della Dr.ssa Laura Mancinelli, DVM

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