Vitamine e cani: vanno dosate con cura
Quando si parla di alimentazione del cane, le vitamine vengono spesso percepite come qualcosa che “fa sempre bene”. In realtà non è proprio così. Le vitamine sono sostanze essenziali per la vita, ma devono essere presenti nelle giuste quantità: né troppo poche, né troppe. Sia la carenza sia l’eccesso possono avere conseguenze sulla salute del cane. Vediamo quindi perché sono importanti e perché è fondamentale dosarle con attenzione.
Macronutrienti e micronutrienti: dove si collocano le vitamine
Il cane, come ogni essere vivente, ha bisogno di nutrienti per sopravvivere. Alcuni servono in grandi quantità, come proteine, grassi e fibre: sono i cosiddetti macronutrienti. Altri, invece, sono necessari in quantità molto più piccole ma non per questo meno importanti. Tra questi troviamo le vitamine.
Il termine “vitamina” significa letteralmente “ammina della vita”, un nome nato agli inizi del Novecento quando queste sostanze furono identificate per la prima volta. Una vitamina si definisce essenziale quando il cane non è in grado di produrla autonomamente in quantità sufficiente e deve quindi assumerla attraverso l’alimentazione. Se manca, si sviluppa una carenza nutrizionale; se è in eccesso, si può andare incontro a ipervitaminosi, che in alcuni casi può essere anche grave.
Quali vitamine servono al cane e cosa fanno

Le vitamine sono tredici e si dividono in due grandi gruppi: liposolubili e idrosolubili.
Quelle liposolubili (A, D, E, K) si sciolgono nei grassi e tendono ad accumularsi nell’organismo.
- La vitamina A è fondamentale per mucose, cute, accrescimento e salute dei tessuti.
- La vitamina D regola il metabolismo di calcio e fosforo ed è essenziale per ossa e sistema immunitario. Nel cane non viene attivata dalla luce solare come nell’uomo, quindi deve essere assunta già nella forma attiva (D3).
- La vitamina E ha una potente azione antiossidante e supporta diversi organi, inclusi fegato e cute.
- La vitamina K è coinvolta nella coagulazione ed è in parte prodotta dalla flora intestinale.
Le vitamine idrosolubili comprendono il complesso B e la vitamina C. Le vitamine del gruppo B partecipano a moltissime reazioni metaboliche, fungendo da cofattori nella produzione e trasformazione di sostanze energetiche. La vitamina C, pur non essendo essenziale per il cane, svolge un ruolo antiossidante e di sostegno al sistema immunitario.
Un aspetto importante: le vitamine idrosolubili in eccesso vengono generalmente eliminate con le urine. Le liposolubili, invece, possono accumularsi. Per questo motivo le più delicate da dosare sono soprattutto la vitamina A e la vitamina D.
Quando è necessario integrare le vitamine
Nella maggior parte dei casi non è necessario aggiungere vitamine alla dieta del cane. Se il cane mangia un alimento commerciale completo e bilanciato, oppure segue una dieta fresca formulata da un professionista, l’apporto vitaminico è già adeguato.
L’integrazione può diventare utile in presenza di determinate patologie o condizioni cliniche specifiche. In questi casi è il medico veterinario a stabilire se, quali e in che quantità somministrare le vitamine, spesso basandosi su esami del sangue e controlli successivi. È corretto considerare le vitamine come veri e propri farmaci: vanno prescritte e monitorate.
L’uso fai-da-te di multivitaminici è sconsigliato, perché molti contengono vitamine liposolubili che, se somministrate senza controllo, possono risultare tossiche.
Carenza ed eccesso: quali rischi per il cane
I sintomi di una carenza vitaminica possono essere molto vari e talvolta poco specifici. Una carenza di vitamina B12, ad esempio, può inizialmente manifestarsi con debolezza o pelo opaco a causa di un ridotto assorbimento intestinale. Altre carenze possono dare segni neurologici o problemi cutanei.
Anche l’eccesso, soprattutto di vitamina A e vitamina D, può comportare danni importanti. Il problema è che oggi siamo meno abituati a riconoscere queste situazioni, perché la maggior parte dei cani segue diete più bilanciate rispetto al passato.
Per questo motivo è fondamentale comunicare sempre al medico veterinario quale alimento mangia il cane, in che quantità e se vengono aggiunti integratori di propria iniziativa.
In conclusione
Le vitamine sono indispensabili per la salute del cane, ma devono essere dosate con precisione. Non sono “sempre utili” a prescindere e non vanno aggiunte senza una reale necessità. Un’alimentazione equilibrata rappresenta nella maggior parte dei casi la migliore garanzia per fornire al cane tutto ciò di cui ha bisogno, senza rischi inutili.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Il cane starnutisce dopo aver mangiato le crocchette: cosa significa e quando preoccuparsi
Può capitare di osservare il cane che, subito dopo aver finito la ciotola di crocchette, inizia a starnutire. A volte si tratta di uno starnuto isolato, altre volte di una serie più insistente. Questo comportamento può lasciare perplessi molti proprietari di cane e gatto, ma nella maggior parte dei casi ha spiegazioni piuttosto semplici. Vediamo insieme perché succede e quando è il caso di approfondire.
Polvere nelle crocchette: una causa molto comune
Uno dei motivi più frequenti per cui il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette è la presenza di polvere all’interno del sacco. Durante le fasi di produzione, trasporto e stoccaggio, le crocchette possono rompersi parzialmente. Questi frammenti, urtandosi tra loro, finiscono per ridursi in particelle sempre più piccole, fino a diventare vera e propria polvere.
Una volta arrivato a casa, il sacco resta fermo per giorni o settimane. Con il tempo, le particelle più leggere si depositano sul fondo, motivo per cui il problema tende a comparire più spesso quando il sacco sta per finire. Non è raro, infatti, che il cane mangi tranquillamente all’inizio e inizi a starnutire solo negli ultimi pasti.
Il passaggio del cibo tra bocca e vie respiratorie

Quando il cane mastica e deglutisce, il cibo passa dalla bocca al rinofaringe, una zona di passaggio che comunica sia con l’esofago sia con le vie aeree superiori. Se il cane aspira accidentalmente della polvere o piccoli frammenti di crocchette, queste particelle possono risalire verso il naso invece di scendere correttamente.
Il risultato è uno o più starnuti, che hanno lo scopo di liberare le narici. Questo meccanismo è simile a quello che può capitare anche alle persone quando mangiano troppo velocemente e “vanno di traverso”.
Mangiare troppo in fretta peggiora la situazione
Il cane che divora le crocchette senza masticare bene è più esposto a questo tipo di episodio. Quando mangia con voracità, coordina peggio respirazione e deglutizione, aumentando il rischio che polvere e frammenti finiscano nelle cavità nasali. In questi casi gli starnuti possono essere ripetuti e accompagnati da un evidente fastidio.
Attenzione alle razze brachicefale
Alcuni cani sono più predisposti di altri. Le razze brachicefale, che hanno un muso corto e vie respiratorie superiori più strette, possono starnutire più facilmente dopo aver mangiato crocchette. In questi soggetti, la conformazione anatomica rende più difficoltoso il corretto passaggio del cibo e dell’aria, favorendo non solo gli starnuti, ma anche episodi di rigurgito.
Possibili reazioni avverse al cibo
In alcuni casi, lo starnuto dopo il pasto non è legato solo alla polvere. Alcuni cani possono sviluppare reazioni avverse a specifici ingredienti. Senza entrare in definizioni troppo tecniche, è possibile che il cibo scateni una risposta locale del sistema immunitario, con irritazione delle mucose nasali e conseguenti starnuti.
Quando questa è la causa, spesso non si osservano solo starnuti, ma anche altri segnali, come disturbi gastrointestinali o malessere generale.
Cosa può fare il proprietario
La prima cosa da osservare è la frequenza del problema. Il cane starnutisce sempre o solo quando il sacco di crocchette è quasi vuoto? Cambiando alimento o passando temporaneamente al cibo umido, il sintomo scompare? Sono presenti altri disturbi oltre agli starnuti?
Raccogliere queste informazioni è fondamentale. Una volta fatto, è consigliabile confrontarsi con il medico veterinario di fiducia, che potrà valutare se si tratta di un semplice fastidio legato alla polvere o se è necessario approfondire con esami e cambi alimentari mirati.
Capire perché il cane starnutisce dopo aver mangiato crocchette aiuta a intervenire nel modo giusto e a garantire benessere e tranquillità, sia al cane sia al gatto che condivide la casa.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatto con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Negli ultimi anni il diabete mellito nel gatto è diventato una diagnosi sempre più frequente, soprattutto nei gatti che vivono in casa, fanno poco movimento e tendono ad accumulare peso. A differenza del diabete del cane, che ha spesso origini diverse, quello del gatto è strettamente legato allo stile di vita e all’alimentazione. Ed è proprio qui che possiamo fare davvero la differenza.
Capire cosa mettere nella ciotola, cosa evitare e perché alcune scelte alimentari sono fondamentali è il primo passo per aiutare un gatto diabetico a stare meglio, e in alcuni casi anche a migliorare in modo sorprendente la sua condizione.
Cos’è il diabete nel gatto e come si manifesta

Il diabete mellito è una patologia metabolica in cui il gatto non riesce a gestire correttamente il glucosio nel sangue. Questo succede più spesso in gatti obesi o sovrappeso, sedentari e alimentati con diete poco adatte alla loro natura.
Uno degli aspetti che confonde molti proprietari è che il gatto diabetico, spesso inizialmente “rotondetto”, comincia a dimagrire. Questa perdita di peso non è un segnale positivo, ma uno dei campanelli d’allarme più importanti. A questo si associano altri sintomi tipici come aumento della sete, aumento della quantità di urina e fame intensa, che può arrivare a diventare quasi compulsiva.
Perché l’alimentazione è centrale nel gatto diabetico
Nel gatto il diabete non è solo una malattia da curare con i farmaci, ma una condizione in cui il cibo gioca un ruolo chiave sia nella causa che nella gestione. Il gatto è un carnivoro stretto e il suo metabolismo non è progettato per gestire grandi quantità di zuccheri.
Il glucosio, nel gatto, può diventare una vera e propria tossina metabolica. Per questo motivo un’alimentazione sbilanciata, ricca di amidi e carboidrati, può favorire l’insorgenza del diabete. La buona notizia è che intervenire precocemente sull’alimentazione può, in alcuni casi, portare anche a una remissione della malattia.
Come cambiare l’alimentazione di un gatto diabetico
La prima cosa da sapere è che ogni modifica va fatta in accordo con il medico veterinario, soprattutto se è già stata impostata una terapia insulinica. Detto questo, una regola è chiara: gli alimenti secchi commerciali vanno eliminati, perché ricchi di amido e quindi di glucosio.
La scelta deve orientarsi verso alimenti umidi, con un alto contenuto di proteine e grassi di origine animale. Questo permette di ridurre il picco glicemico dopo il pasto e di fornire energia al gatto senza sovraccaricare il metabolismo degli zuccheri.
Il gatto diabetico in terapia insulinica dovrebbe mangiare due pasti al giorno, sempre agli stessi orari e con quantità costanti. Cambiare spesso alimento o concedere extra può compromettere l’equilibrio della terapia.
Cosa dovrebbe mangiare davvero un gatto diabetico
L’alimentazione ideale di un gatto diabetico è semplice e coerente con la sua natura: proteine animali di qualità, grassi come fonte energetica e assenza totale di amidi. Questo significa niente cereali, riso, patate, zuccheri o derivati.
Piccole quantità di verdura possono essere inserite, perché la fibra aiuta a rallentare l’assorbimento dei nutrienti e a contenere il picco glicemico. Attenzione però a non esagerare: il gatto non è fatto per digerire grandi quantità di fibra.
Un dettaglio spesso sottovalutato è l’acqua. Il gatto diabetico beve molto, quindi è fondamentale lasciare sempre acqua fresca e pulita a disposizione, in più punti della casa se necessario.
Alimentazione casalinga: una grande opportunità
Nel gatto diabetico, l’alimentazione casalinga rappresenta spesso la scelta migliore. Permette infatti di controllare con precisione gli ingredienti ed evitare tutto ciò che non serve. Inoltre, paradossalmente, l’aumento dell’appetito tipico delle fasi iniziali del diabete rende spesso più semplice il cambio alimentare.
Una dieta casalinga ben formulata per il gatto diabetico è composta principalmente da carne e pesce, con una buona quota di grassi utilizzabili come fonte energetica alternativa al glucosio. A questo si aggiungono acidi grassi Omega-3, utili perché il diabete è una patologia che evolve anche grazie a uno stato infiammatorio di base.
Le verdure sono presenti in piccole quantità, mentre la frutta è completamente esclusa, anche quella meno zuccherina, perché comunque troppo ricca di zuccheri per il metabolismo del gatto.
In conclusione
Nel gatto, il diabete è una patologia complessa, ma l’alimentazione è uno degli strumenti più potenti che abbiamo per gestirla. Scegliere cibi adatti, rispettare la natura carnivora del gatto e lavorare in sinergia con il medico veterinario può cambiare radicalmente la qualità di vita del gatto diabetico.
Capire cosa sapere davvero sull’alimentazione non significa fare miracoli, ma fare scelte consapevoli. E spesso, sono proprio quelle a fare la differenza.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cane con diabete e alimentazione: cosa sapere davvero
Quando a un cane viene diagnosticato il diabete, è normale sentirsi spaesati. È una patologia che cambia le abitudini quotidiane e richiede attenzione costante, non solo per quanto riguarda la terapia insulinica, ma anche per l’alimentazione. Anche se il cibo, nel cane, non ha lo stesso peso che ha nel gatto nella gestione del diabete, rimane comunque un tassello fondamentale.
Vediamo quindi come orientarsi tra cosa dare, cosa evitare e come organizzare i pasti di un cane diabetico.
Cos’è il diabete nel cane e come si manifesta
Nel cane il diabete è spesso di origine autoimmune oppure può comparire come conseguenza di una pancreatite acuta. In entrambi i casi il risultato è simile: il cane non produce più insulina a sufficienza, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule.
I sintomi più comuni sono dimagrimento, aumento marcato della fame e della sete e una produzione di urina molto abbondante. A volte questi segnali compaiono gradualmente, altre volte diventano evidenti nel giro di pochi giorni. Alla visita veterinaria si riscontrano glicemia persistentemente elevata e presenza di glucosio nelle urine.
Una volta fatta la diagnosi, nel cane si imposta sempre una terapia insulinica, che va seguita con grande precisione.
Perché l’alimentazione è importante (anche se non è tutto)

Nel cane, a differenza del gatto, l’alimentazione non è lo strumento principale per abbassare la glicemia: questo compito spetta all’insulina. Tuttavia il cibo ha un ruolo chiave nel rendere stabile la terapia, evitando picchi glicemici imprevedibili.
Dopo la diagnosi, è fondamentale che il cane mangi sempre lo stesso alimento, nella stessa quantità e agli stessi orari. Questo aiuta il medico veterinario a calibrare correttamente la dose di insulina, soprattutto nelle prime settimane, quando si cercano gli equilibri giusti.
Cosa può mangiare un cane diabetico
Molto spesso il veterinario consiglia un alimento commerciale specifico per il diabete, ma non è una regola assoluta. Se il cane soffre anche di altre patologie (per esempio intestinali o pancreatiche), può essere più utile scegliere un cibo mirato a quel problema e lasciare che sia l’insulina a gestire la glicemia.
La regola d’oro è una sola: il cane deve mangiare esclusivamente ciò che è stato prescritto. Niente extra, niente assaggi “perché ha fame”.
Solo quando la glicemia è stabile, il peso è tornato nella norma e i sintomi sono sotto controllo, si può valutare — sempre con il veterinario — l’introduzione di piccolissimi extra a basso impatto glicemico: carne essiccata semplice, yogurt bianco senza zucchero, oppure qualche verdura cruda come carota, finocchio o sedano. La frutta, invece, è generalmente da limitare o evitare.
Cosa non dare mai a un cane diabetico
Nei primi periodi della malattia, qualsiasi extra è da evitare. Anche in seguito, restano vietati tutti i cibi che possono far salire rapidamente la glicemia.
Da evitare in particolare:
- zucchero e miele (se non in caso di ipoglicemia su indicazione veterinaria)
- frutta molto zuccherina
- biscotti e snack con farine o amidi
- prodotti con sciroppo di glucosio
- pane, pasta e cereali
- farmaci in forma di sciroppo
Anche piccoli “sgarri” possono avere conseguenze importanti.
Dieta casalinga per il cane diabetico: è possibile?
Sì, l’alimentazione casalinga è una valida opzione, se formulata correttamente. Permette di adattare la dieta non solo al diabete, ma anche ad eventuali altre patologie e ai gusti del cane.
In linea generale, una dieta casalinga per cane diabetico è:
- a basso indice glicemico
- ricca di proteine animali (carne, pesce, uova)
- con grassi modulati in base al soggetto
- sempre accompagnata da verdure, utili anche per la salute intestinale
- integrata con Omega-3, per contrastare l’infiammazione sistemica spesso associata al diabete
Naturalmente, una dieta di questo tipo deve essere formulata da un professionista, per evitare carenze o squilibri.
In conclusione
Gestire un cane con diabete richiede costanza, precisione e collaborazione stretta con il medico veterinario. L’alimentazione da sola non cura la malattia, ma fa la differenza nel mantenere stabile la terapia insulinica e nel migliorare la qualità di vita del cane.
Routine, coerenza e scelte consapevoli sono gli strumenti più efficaci che abbiamo a disposizione.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I gatti e il formaggio: sì, no o “solo un assaggino”?
In Italia il formaggio è una cosa seria. Ne abbiamo di ogni tipo, consistenza e profumo, e spesso finiscono per incuriosire anche chi ci osserva dalla cucina con aria interessata. Ed è qui che nasce la classica domanda: il gatto può mangiare il formaggio?
La risposta breve è sì, ma con parecchi “ma” da tenere bene a mente. E soprattutto vale la pena chiedersi se sia davvero un alimento utile per il gatto o più che altro una nostra tentazione.In questo articolo vediamo quali formaggi possono essere dati al gatto, quali è meglio evitare del tutto e in che quantità, tenendo conto di un aspetto fondamentale: il rapporto tra gatto e lattosio.
Il gatto ha davvero bisogno del formaggio?
Partiamo da un concetto chiave: il formaggio non è un alimento necessario nella dieta del gatto. Il gatto è un carnivoro stretto, con fabbisogni nutrizionali molto specifici che vengono soddisfatti da proteine animali, grassi e micronutrienti di origine animale.
Il formaggio non rientra in questa categoria e, nella maggior parte dei casi, è più una concessione del proprietario che una reale esigenza del gatto.
Detto questo, se ogni tanto capita di offrire un minuscolo pezzetto, non stiamo automaticamente facendo un danno, purché si scelga il tipo giusto.
Quali formaggi può mangiare il gatto (e quali no)

Non tutti i formaggi sono uguali, soprattutto dal punto di vista della digestione felina.
Formaggi da evitare completamente
- Gorgonzola, Roquefort e altri formaggi erborinati: contengono muffe che possono risultare dannose per il gatto.
- Formaggi a crosta fiorita come Brie e Camembert: anche qui il problema sono le muffe, in particolare quelle del genere Penicillium.
Formaggi che si possono dare con molta cautela
- Mozzarella, burrata, mozzarella di bufala e formaggi freschi a pasta filata: sono ricchi di lattosio. Se dati, devono essere in quantità minuscole, perché il rischio di diarrea è concreto.
- Caciocavallo, fontina, asiago, pecorino e caciotte: contengono meno lattosio rispetto ai formaggi freschi, ma sono molto calorici e spesso ricchi di sale.
I più “sicuri”, sempre con moderazione
- Parmigiano Reggiano e Grana Padano: grazie alla lunga stagionatura hanno un contenuto di lattosio molto basso e sono ricchi di nutrienti. Restano però alimenti molto calorici e ricchi di calcio, quindi da usare come eccezione.
Gatto e lattosio: una questione di età
Uno dei motivi principali per cui il formaggio va dosato con attenzione è il lattosio. Il gatto, come la maggior parte dei mammiferi, perde progressivamente la capacità di digerirlo.
La produzione dell’enzima lattasi, necessario per digerire il lattosio, è elevata nelle prime settimane di vita, quando il gattino si nutre di latte. Con la crescita, questa produzione diminuisce drasticamente.
Di fatto, il gatto adulto è poco capace di digerire il lattosio, e questo spiega perché latte e latticini possano causare feci molli o diarrea. Non è una vera e propria intolleranza “patologica”, ma una condizione fisiologica legata all’età.
Quanta quantità di formaggio può mangiare un gatto?
Qui arriviamo al punto più importante: le quantità.
I formaggi sono alimenti estremamente calorici. Per fare qualche esempio:
- mozzarella: circa 280 kcal per 100 g
- burrata o Parmigiano: oltre 400 kcal per 100 g
Un gatto di circa 5 kg che vive in casa consuma mediamente 180–200 kcal al giorno. Questo significa che 50 g di burrata coprirebbero già l’intero fabbisogno calorico giornaliero, con evidenti squilibri nutrizionali.
Una quantità ragionevole può essere circa 5 grammi di formaggio, non tutti i giorni, e osservando sempre la risposta intestinale del gatto.
In conclusione
Il gatto può mangiare il formaggio, ma solo come eccezione, in quantità molto ridotte e scegliendo con attenzione il tipo. Non è un alimento necessario, non migliora la dieta e, se abusato, può favorire diarrea, aumento di peso e squilibri nutrizionali.
Se il gatto mostra poco interesse, tanto meglio: significa che sta seguendo il suo istinto. E se invece ogni tanto allunga il muso verso un pezzetto di Parmigiano, ricordiamoci che la moderazione è la vera regola d’oro.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Lettiera del gatto per il cane: perché è così irresistibile?
Chi vive con un cane e un gatto lo sa: uno dei comportamenti più difficili da tollerare è il cane che va a “fare visita” alla lettiera del gatto. Non si tratta solo di una questione di disgusto, ma di un comportamento che può avere conseguenze anche serie sulla salute del cane. Capire perché la lettiera del gatto risulti così attraente è il primo passo per affrontare il problema in modo corretto.
Convivenza cane e gatto: quando nasce il problema
Quando cane e gatto condividono gli spazi, possono comparire comportamenti spiacevoli che non sempre sono facili da interpretare. Il cane che mangia la lettiera del gatto è uno di questi. Le motivazioni non sono mai univoche: spesso entrano in gioco più fattori insieme, come fame, noia, problemi intestinali o semplicemente la scoperta di qualcosa che il cane considera buono.
Perché le feci del gatto piacciono al cane
Il primo motivo è piuttosto semplice, anche se poco piacevole: al cane le feci del gatto spesso piacciono. Questo dipende dal fatto che il cibo per gatto è più ricco di grassi rispetto a quello per cane. Una parte di questi grassi non viene completamente digerita e finisce nelle feci, rendendole molto appetibili per il cane. In questi casi, la lettiera viene ingerita come “effetto collaterale” mentre il cane cerca le feci.
Fame reale o percepita
Un’altra causa frequente è la fame. Cani messi a dieta, con accesso limitato al cibo o con patologie che aumentano l’appetito, come diabete mellito, ipotiroidismo o dopo la castrazione, possono iniziare a cercare cibo ovunque. In queste situazioni il cane può rivolgere l’attenzione anche verso ciò che noi non consideriamo cibo, come feci e lettiera del gatto.
Quando il cane mangia proprio la lettiera

Diverso è il caso in cui il cane mangia la lettiera in sé, a volte anche quando è pulita. Qui non siamo più di fronte solo a un comportamento legato al gusto. Se la lettiera è minerale o in silicio, quindi composta da materiale non commestibile, si entra nel campo della pica, cioè l’ingestione di oggetti non alimentari. Questo comportamento è sempre anomalo e indica un problema di fondo, che può essere comportamentale, gastroenterico o una combinazione delle due cose.
Noia, ansia e intestino
Un cane che ingerisce materiale non alimentare può farlo per noia, ansia o mancanza di autocontrollo. In altri casi può esserci un’infiammazione intestinale sottostante che spinge il cane a cercare sollievo attraverso l’ingestione di sostanze insolite. Capire quale sia la causa reale richiede il supporto di un medico veterinario esperto in comportamento, l’unico in grado di escludere problemi organici e impostare un percorso adeguato.
Il caso delle lettiere vegetali
Alcuni cani mostrano interesse solo per lettiere a base di mais o altri materiali vegetali. Anche se non sono veri alimenti, queste fibre possono essere ingerite volontariamente dal cane nel tentativo di alleviare un malessere intestinale. Anche in questo caso, però, la componente ansiosa e il legame tra intestino e cervello giocano un ruolo importante, e il problema non va banalizzato.
Le conseguenze per la salute del cane
Mangiare la lettiera del gatto non è solo sgradevole. Le conseguenze possono andare dall’alito cattivo e vomito fino a problemi molto più seri. Una delle complicazioni più frequenti è la trasmissione di parassiti intestinali. Alcuni parassiti possono passare dal gatto al cane, come il Toxoplasma gondii, che nel cane può causare anche sintomi neurologici importanti.
Un altro rischio è l’occlusione intestinale: sia le lettiere minerali sia quelle vegetali possono formare boli che l’intestino non riesce a spingere avanti, rendendo necessario, nei casi più gravi, un intervento chirurgico.
Cosa fare nel breve termine
Nel breve periodo è fondamentale impedire al cane l’accesso alla lettiera del gatto. Una soluzione pratica è mettere la lettiera in una zona a cui il cane non ha accesso, per esempio un balconcino con la gattaiola o un bagno con la gattaiola. È comunque indispensabile pulirla ogni giorno, perché l’accumulo di odore di ammoniaca può spingere il gatto a non usarla.
Cosa fare nel lungo termine
Nel lungo periodo è necessario lavorare sulle cause profonde del comportamento. Se c’è un problema metabolico, gastroenterico o comportamentale, va identificato e trattato per tempo. Ignorare il problema significa rischiare che si aggravi, con conseguenze sempre più difficili da gestire per il cane e per la convivenza con il gatto.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Problemi digestivi del cane: come riconoscerli e interpretarli
I problemi digestivi nel cane sono sempre più comuni e spesso vengono sottovalutati. Capita di pensare che vomitare ogni tanto o avere feci molli sia “normale”, soprattutto se succede a tanti cani. In realtà non è così. L’apparato digerente del cane manda segnali chiari quando qualcosa non funziona, e imparare a leggerli è fondamentale. Questo articolo è pensato per chi vive con cane e gatto, perché anche se qui ci concentriamo sul cane, l’attenzione all’apparato digerente dovrebbe essere una buona abitudine per entrambi.
Quando parlare davvero di problemi digestivi
Un episodio isolato può capitare, ma quando un sintomo si ripete nel tempo non va ignorato. In generale, se uno o più disturbi digestivi compaiono anche solo in modo intermittente, ma più di una volta a settimana per almeno tre settimane, è corretto parlare di un problema digestivo. Nella maggior parte dei casi, questi segnali sono l’espressione di una infiammazione intestinale cronica, oggi definita più correttamente come enteropatia cronica.
Vomito: non solo una questione di stomaco vuoto
Il vomito è uno dei segnali più frequenti. Può avvenire a stomaco pieno, a stomaco vuoto, subito dopo mangiato oppure dopo aver ingerito erba. Il classico vomito giallo, biliare, è molto comune nei cani che restano a digiuno per molte ore. Anche se è diffuso, non deve essere considerato normale. Un vomito che si ripresenta con regolarità è sempre un campanello d’allarme.
Diarrea: attenzione a consistenza e frequenza

Spesso si parla di diarrea solo quando le feci sono liquide, ma la definizione è più ampia. Feci molli, non raccoglibili, o un aumento della frequenza di defecazione oltre le tre volte al giorno rientrano già nella diarrea. Un cane che defeca cinque volte al giorno, anche con feci formate, può avere una diarrea cronica. Osservare le feci è utile perché può dare indicazioni su quale tratto dell’intestino è coinvolto, anche se non sostituisce gli esami diagnostici.
Costipazione: meno comune, ma possibile
La costipazione è meno frequente nel cane rispetto al gatto, ma può comunque comparire. Si parla di costipazione quando il cane defeca meno di una volta al giorno. Anche questo può essere un segnale di infiammazione intestinale, ma è importante escludere altre cause, come problemi prostatici nei maschi o disturbi delle sacche perianali.
Colite: il muco come segnale chiave
La presenza di muco nelle feci è uno dei segni più tipici di colite, cioè infiammazione dell’intestino crasso. Spesso è accompagnata da urgenza di defecazione e da un aumento della frequenza. I cani che defecano più di quattro volte al giorno rientrano spesso in questo quadro. In alcune razze la colite può essere particolarmente seria, ma può colpire qualsiasi cane.
Dolore addominale: il sintomo che passa inosservato
Le coliche sono tra i segnali più difficili da riconoscere. Non sempre si accompagnano a diarrea o vomito. A volte l’unico indizio è un cane che si isola, si nasconde o appare infastidito dopo mangiato. In altri casi si possono sentire borborigmi, i classici rumori intestinali, o osservare veri e propri spasmi addominali.
Disoressia: quando il cane mangia senza entusiasmo
La disappetenza è probabilmente il sintomo più sottovalutato. Un cane che non mangia con gusto tutti i pasti, soprattutto al mattino, va osservato con attenzione. In alcune taglie e razze può essere l’unico segnale di un problema intestinale cronico, anche in assenza di altri disturbi evidenti.
Cosa fare se sospetti problemi digestivi
Il primo passo è riconoscere che il problema esiste. Se i sintomi si ripetono, è importante rivolgersi al medico veterinario per una visita e alcuni esami di base, come analisi delle feci o del sangue. Se questi non chiariscono la situazione e i disturbi persistono, soprattutto nei cani giovani, può essere utile il consulto con un veterinario gastroenterologo.
Come aiutare concretamente il cane
Nei momenti acuti può essere necessario un supporto farmacologico, come antiemetici o astringenti, e in alcuni casi fluidoterapia. Gli antibiotici, salvo situazioni specifiche, non sono la soluzione ideale nel lungo periodo. Spesso il vero punto di svolta è la dieta, che deve essere personalizzata: alcuni cani necessitano di meno grassi, altri di più fibre o di fonti proteiche specifiche. Nei casi più complessi può essere indicata un’endoscopia con biopsia, uno strumento diagnostico prezioso.
Riconoscere i problemi digestivi del cane richiede osservazione, pazienza e collaborazione con il medico veterinario. I miglioramenti possono essere graduali, ma con il percorso giusto il benessere a lungo termine è un obiettivo realistico.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatti e odori: quali odiano?
Chi vive con un gatto si accorge presto che questo animale ha un rapporto molto particolare con gli odori. Un profumo che per noi è piacevole può diventare insopportabile per il gatto, tanto da spingerlo ad allontanarsi o a evitare una stanza. Capire come funziona l’olfatto del gatto e quali odori risultano sgraditi è utile non solo per migliorare la convivenza, ma anche per evitare stress inutili. L’articolo è pensato per chi vive con cane e gatto, perché spesso in casa gli odori sono condivisi, ma percepiti in modo molto diverso.
Il ruolo dell’olfatto nel gatto
Il gatto possiede un olfatto molto più sviluppato rispetto a quello umano. È considerato, come il cane, un animale macrosmatico, cioè capace di percepire e distinguere moltissime molecole odorose. Questa abilità è legata alla sua natura di carnivoro cacciatore: l’odore è fondamentale per riconoscere il cibo, valutare l’ambiente e individuare potenziali pericoli. Rispetto al cane, però, il gatto affianca all’olfatto anche una vista molto efficiente, soprattutto nel cogliere i movimenti.
Quando una molecola odorosa entra nel naso del gatto, viene trasformata in un segnale che il cervello interpreta come gradevole o sgradevole. Da qui nasce la reazione: avvicinarsi, restare indifferente oppure allontanarsi rapidamente.
Menta e odori mentolati

Tra gli odori meno amati dai gatti troviamo quelli mentolati. Menta, eucalipto e timo hanno note molto pungenti che risultano fastidiose per il loro olfatto. Non si tratta di sostanze tossiche, ma l’intensità dell’aroma provoca una reazione di rifiuto immediata. È facile notare come il gatto si scosti di colpo se sente un odore di questo tipo. Per questo motivo, profumi per ambienti o detergenti mentolati non sono ideali in una casa con un gatto.
Agrumi
Anche gli agrumi rientrano tra gli odori poco graditi. Arancia, limone, mandarino e bergamotto emanano profumi molto intensi, soprattutto dalla buccia. Questi oli essenziali non sono tossici, ma risultano eccessivamente forti per le narici del gatto. È normale quindi che eviti zone dove sono presenti scorze o profumazioni agrumate.
Odori legati a esperienze negative
Il gatto è particolarmente bravo ad associare un odore a un’esperienza spiacevole. Questo meccanismo, noto come avversione appresa, riguarda soprattutto l’odore del cibo. Se un gatto si è sentito male dopo aver mangiato un certo alimento, anche per cause non direttamente collegate, può rifiutare quell’odore per molto tempo. Non si tratta di un comportamento razionale e non esistono scorciatoie per “convincerlo” ad accettarlo di nuovo: l’unica soluzione è aspettare.
Aceto
L’odore dell’aceto, acido e penetrante, è generalmente mal tollerato dal gatto. Non è una sostanza tossica, ma la sua intensità lo rende sgradevole. In alcuni casi, piccole quantità possono essere accettate, soprattutto se l’odore più forte ha avuto il tempo di attenuarsi. È comunque meglio usarlo con cautela, soprattutto nelle pulizie domestiche.
Profumi chimici e oli essenziali
Molti profumi per la persona o per la casa, sia naturali sia sintetici, possono risultare fastidiosi. Il gatto lo dimostra semplicemente cambiando stanza o evitando il contatto. Un buon approccio è introdurre gradualmente un nuovo profumo, osservando il comportamento del gatto e lasciandogli la possibilità di scegliere.
Alcol
L’alcol è spesso presente nei profumi e nei detergenti. Oltre a essere percepito come molto sgradevole, rappresenta anche una sostanza potenzialmente tossica per il gatto. Fortunatamente evapora in fretta, ma è bene prestare attenzione durante l’uso.
Sostanze fortemente irritanti
Ammoniaca, cloro e acidi forti hanno un odore estremamente intenso e sono tossici. Il gatto li percepisce come dolorosi già a livello olfattivo. Anche se diluiti, è sempre consigliabile tenere il gatto lontano durante l’utilizzo.
In conclusione
Il gatto vive gli odori in modo molto più intenso rispetto a noi. Rispettare questa sensibilità significa migliorare il suo benessere quotidiano e rendere la casa un ambiente più sereno, per il gatto, per il cane e anche per noi.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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I cibi che i cani preferiscono: come orientarsi tra gusti, abitudini e buon senso
Chi vive con un cane lo sa bene: davanti al cibo l’entusiasmo non manca quasi mai. Questo però non significa che tutti gli alimenti suscitino la stessa reazione. Con il tempo impariamo a riconoscere quali profumi fanno davvero “scattare” il cane e quali invece vengono accettati senza particolare trasporto. Capire cosa piace di più al cane è utile non solo per viziarlo ogni tanto, ma anche per scegliere premi, extra e integrazioni in modo consapevole. L’articolo è pensato per proprietari di cane e gatto, perché spesso in casa la gestione del cibo riguarda entrambi, anche se con esigenze molto diverse.
Come si capisce cosa piace davvero al cane
Il cane tende ad assaggiare quasi tutto, ma ci sono segnali chiari: agitazione quando sente un odore specifico, attenzione improvvisa verso la cucina, ricerca insistente di quel cibo. Ogni cane ha preferenze personali, ma esistono categorie di alimenti che risultano più appetibili in generale. Di solito vincono i cibi ricchi di proteine e grassi, ma anche sapori salati e leggermente dolci sono molto graditi.
Carne: il grande classico
La carne è in assoluto tra i cibi più amati. Il cane è un carnivoro con una buona capacità di adattamento e reagisce in modo molto positivo alla presenza di carne nella ciotola. Manzo, maiale ben cotto, pollo e tacchino sono tra le scelte più apprezzate. È fondamentale ricordare che la carne di maiale deve essere sempre cotta completamente, mentre le altre carni possono essere crude solo all’interno di diete formulate da un professionista. Se usata come extra, meglio una cottura semplice e senza condimenti, evitando ingredienti tossici come aglio e cipolla.
Formaggio: irresistibile, ma con moderazione
Molti cani mostrano un vero entusiasmo per il formaggio. Il motivo è probabilmente legato al contenuto di grassi e all’odore intenso. Il formaggio può essere usato come premio occasionale, scegliendo varietà stagionate e a pasta dura, in quantità molto ridotte. I formaggi freschi sono più ricchi di lattosio e possono causare disturbi intestinali. Da evitare completamente quelli con muffe.
Dolci: piacciono, ma sono da evitare
Anche se il cane può sembrare entusiasta davanti a biscotti e cornetti, i dolci non sono adatti. Apportano zuccheri e grassi in eccesso e possono creare sbalzi glicemici poco salutari. Alcuni ingredienti, come cioccolato e uvetta, sono addirittura tossici. Se si vuole condividere un momento come la colazione, meglio scegliere alternative più idonee, come piccoli snack proteici o yogurt naturale.
Frattaglie: gusto intenso e valore nutrizionale

Fegato e cuore sono spesso molto graditi, anche se poco presenti nelle abitudini quotidiane. Oltre al sapore deciso, apportano vitamine importanti. Proprio per questo devono essere dosate con attenzione, soprattutto il fegato. Le regole di preparazione sono simili a quelle della carne, facendo attenzione a non eccedere.
Pane: tradizione da rivedere
Il pane è stato a lungo considerato adatto al cane, ma oggi se ne riconoscono i limiti. È calorico, povero di nutrienti utili e ricco di glutine. Può essere offerto solo saltuariamente e in piccole quantità, soprattutto se il cane mostra sensibilità digestive.
Yogurt, frutta e verdura
Alcuni cani apprezzano alimenti considerati “insospettabili”. Lo yogurt naturale, senza zuccheri, può risultare gradevole per il sapore leggermente acidulo. La frutta piace per il contenuto zuccherino, ma va limitata e mai data ogni giorno; l’uva resta sempre vietata. La verdura, esclusi gli ortaggi tossici o crudi problematici, può essere proposta soprattutto a cani senza disturbi intestinali, spesso cruda per la sua croccantezza.
Conclusione
Conoscere i cibi che il cane preferisce aiuta a migliorare il rapporto quotidiano e a gestire meglio premi ed extra. Il gusto è importante, ma deve sempre andare di pari passo con la salute, ricordando che ciò che piace non è sempre ciò che fa bene
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Gatti vegani: perché non è una buona idea
Negli ultimi anni si è tornati a parlare di gatti vegani, complici alcuni studi rilanciati sui social e interpretati in modo un po’ troppo libero. Così molte persone hanno iniziato a chiedersi se un gatto possa vivere seguendo un’alimentazione completamente vegetale. In alcuni casi c’è addirittura chi sostiene che si possa “educare” un gatto al veganesimo.
La risposta, però, è semplice e diretta: no, il gatto non può essere vegano. Non si tratta di un’opinione, ma di un dato biologico che riguarda la sua evoluzione, la sua anatomia e la sua fisiologia.
Perché il gatto non è adatto a una dieta vegana
Il gatto discende da un predatore selvatico e, nonostante la convivenza con l’uomo, è cambiato pochissimo nel corso dei millenni. Un gatto che vive libero tende spontaneamente a cacciare e a nutrirsi come i suoi antenati. Questa attitudine alla caccia non è un dettaglio caratteriale, ma un tratto che ritroviamo nel suo corpo.
Basta guardare la bocca del nostro gatto: canini lunghi, denti appuntiti, nessuna superficie piatta adatta a triturare vegetali. È la dentatura di un carnivoro, molto più simile a quella di un cane, di un furetto o di un felino selvatico che non a quella di un animale onnivoro o erbivoro.
E la forma dei denti non è un semplice fatto estetico: è legata a funzioni precise. Un gatto concepito per catturare prede, strappare carne e frantumare ossa avrà anche un apparato digerente, un metabolismo e un fabbisogno nutrizionale coerenti con questo stile alimentare.
Cosa significa “carnivoro stretto”

Il gatto viene definito un carnivoro stretto, mentre il cane è considerato un carnivoro opportunista. Questo perché, durante la sua co-evoluzione con l’essere umano, il cane ha sviluppato una certa flessibilità nel digerire carboidrati e ingredienti vegetali. Il gatto invece no: è rimasto quasi identico ai suoi antenati.
In nutrizione si parla di idiosincrasie nutrizionali, ossia caratteristiche metaboliche determinate dall’evoluzione e non modificabili nel singolo individuo. Il gatto ne ha molte: non può sintetizzare da solo la taurina, non può trasformare la provitamina A in vitamina A attiva, non è in grado di produrre l’acido arachidonico a partire da altri grassi. Sono tutte sostanze che un carnivoro stretto ottiene naturalmente dalla carne.
Questo significa che una dieta vegetale non potrà mai essere completa senza massicce integrazioni sintetiche. E anche ammesso che si provi a compensare, il margine di errore è enorme.
Quali rischi comporta una dieta vegana per il gatto
I problemi legati a un’alimentazione vegana nel gatto sono molti e non sempre immediati da riconoscere.
1. Carenze nutrizionali
Gli alimenti vegani commerciali, secondo diversi studi, risultano spesso non bilanciati. E anche una dieta casalinga vegana presenta rischi enormi: ingredienti poveri dei nutrienti necessari e ricchi di fibra che ostacola l’assorbimento.
Le carenze più evidenti riguardano la taurina (cecità, problemi cardiaci) e gli acidi grassi essenziali (pelo opaco, pelle secca). Ma non tutte le carenze sono facili da individuare e non tutti i veterinari sono abituati a sospettarle.
2. Effetti sulla tiroide
Una dieta vegana comporta spesso un uso abbondante di soia. Questa può interferire con la tiroide del gatto, aumentando il rischio di ipertiroidismo, anche a distanza di anni.
3. Alterazioni del microbiota intestinale
Troppe fibre possono modificare pesantemente il microbiota intestinale, con conseguenze ancora poco studiate ma potenzialmente importanti.
Come dovrebbe essere la dieta corretta di un gatto
La nutrizione ideale del gatto deve sempre includere un’alta percentuale di proteine animali: carne, pesce o uova. È preferibile limitare o evitare ingredienti ricchi di amido come cereali, patate e legumi.
Le proteine animali apportano naturalmente taurina, acido arachidonico, vitamine in forma biodisponibile (come la vitamina A attiva) e altri micronutrienti indispensabili. Nei cibi commerciali la taurina può essere integrata, perché il calore dei processi produttivi tende a degradarla.
Piccole quantità di fibra vegetale possono essere utili, ma sempre in modo mirato e moderato.
Conclusione
Voler rispettare le proprie scelte etiche è comprensibile, ma non possiamo applicarle a un gatto, che non ha la fisiologia di un onnivoro. Costringerlo a un regime vegano significa esporsi al rischio di carenze, malattie anche gravi e danni permanenti.
Scegliere l’alimentazione giusta per un gatto non è solo una questione di dieta: è un atto di responsabilità verso un animale che dipende totalmente da noi e che, per natura, rimane un carnivoro a tutti gli effetti.
Articolo della dott.ssa Maria Mayer, DVM
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Cani e dolci: cosa sapere davvero prima di condividere uno spuntino
Quando viviamo con un cane o un gatto è normale voler condividere momenti belli… e spesso anche qualche boccone goloso. Ma quando si parla di dolci, ci si apre un mondo che merita qualche chiarimento. Molti proprietari chiedono: “Il cane può mangiare dolci?”. La domanda sembra semplice, ma in realtà nasconde diverse sfumature. È importante capire se si parla di “digerire” un alimento o se quel cibo può davvero essere “adatto” al cane. E, soprattutto, bisogna distinguere tra dolci che possono essere pericolosi subito e quelli che possono causare danni nel tempo.
I dolci davvero pericolosi: quelli da evitare sempre
Partiamo dal punto più importante: esistono dolci che non dovrebbero mai essere dati a un cane, perché possono causare tossicità acuta.
- Cioccolato (soprattutto fondente, ma anche quello al latte in dosi elevate): contiene sostanze che possono provocare problemi cardiaci e neurologici anche seri. Se un cane mangia cioccolato, la cosa migliore è contattare immediatamente il veterinario.
- Impasti crudi in lievitazione (per esempio quelli di panettone, pandoro o altri dolci fatti in casa): l’impasto può continuare a fermentare nello stomaco e generare situazioni molto pericolose. Anche qui, niente attese: serve l’intervento del veterinario.
- Dolci con dolcificanti artificiali, come lo xilitolo: per il cane possono essere tossici anche in piccole quantità e provocare gravi problemi metabolici.
Questi sono i casi in cui il “dolcetto” può letteralmente trasformarsi in un “brutto scherzetto”.
E gli altri dolci? Il vero significato di “può mangiarli”

Quando diciamo che un cane “può mangiare” un dolce, spesso intendiamo che riesce a digerirlo. Il cane ha una certa capacità di metabolizzare zuccheri e farine, abbastanza per non avere reazioni immediate se capita di assaggiare un biscotto o un pezzetto di brioche. E infatti molti proprietari dicono: “Gli do un pezzettino ogni giorno e non gli succede niente”.
Il punto, però, non è ciò che accade nell’immediato, ma gli effetti nel lungo periodo.
I dolci, consumati regolarmente, possono:
- aumentare la produzione di insulina;
- favorire obesità e diabete;
- alterare il microbiota intestinale, provocando più fermentazioni;
- aumentare il rischio di pancreatite e infiammazioni intestinali croniche.
Anche piccole porzioni quotidiane, come mezza fetta biscottata con marmellata o un biscotto a colazione, possono diventare un problema nel tempo.
Cosa fare se il cane mangia un dolce
Il primo passo è capire quale dolce ha mangiato.
- Se contiene cioccolato, dolcificanti artificiali o se si tratta di impasto crudo, la scelta migliore è contattare il veterinario, senza tentare calcoli “fai da te” sulla dose tossica. Meglio una telefonata in più che un rischio inutile.
- Se invece si tratta di un biscotto semplice con zucchero o miele, una volta sola non è un problema, purché il cane sia sano e non abbia patologie pregresse.
Il vero rischio arriva con la frequenza, non con l’episodio isolato.
Quindi… i cani possono mangiare dolci?
Sì, nel senso che possono digerirli. Ma questo non significa che facciano bene. Nel lungo periodo i dolci possono compromettere salute metabolica, dentale e intestinale. Il cane, in fondo, è un carnivoro: i dolci non fanno parte della sua alimentazione naturale, e inserirli nella routine non è una buona idea.
Meglio optare per premi davvero adatti a lui e lasciare i dolci… a chi li sa gestire. Noi.
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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Cipolla e aglio nemici di cani e gatti?
Siamo abituati a usare cipolla e aglio in quasi tutti i nostri piatti, ma lo sapevi che per il tuo cane o gatto possono essere tossici anche in piccole quantità?
Oggi facciamo chiarezza su questi ingredienti tanto comuni quanto insidiosi per i nostri amici a quattro zampe.
Perché sono pericolosi
Cipolla, aglio, porro ed erba cipollina appartengono tutti al genere Allium.
Sono ricchi di composti solforati, le stesse sostanze che danno loro il caratteristico odore pungente.
Quando vengono masticati — che siano crudi, cotti o disidratati — questi composti si trasformano in molecole altamente ossidanti, capaci di danneggiare i globuli rossi e provocare una grave anemia emolitica.
E no, la cottura o la disidratazione non eliminano del tutto la tossicità!
In letteratura veterinaria sono segnalati casi di avvelenamento anche dopo l’ingestione di aglio al forno o cipolle cotte nei sughi o nei ravioli.
Quanto basta per far male

La tossicità dipende dalla quantità ingerita e dalla sensibilità individuale.
Per farti un’idea: basta lo 0,5% del peso corporeo in cipolla per causare i primi sintomi.
In un gatto di 5 kg, questo significa appena 25 grammi.
I gatti sono i più sensibili per motivi genetici (la loro emoglobina è più vulnerabile).
Tra i cani, Akita, Shiba Inu e Jindo sono le razze più predisposte all’intossicazione.
I sintomi da non ignorare
I segni di intossicazione possono comparire anche dopo 1–2 giorni dall’ingestione e includono:
- Vomito e diarrea
- Dolore addominale e perdita di appetito
- Mucose pallide, debolezza, respirazione affannosa
- Urine scure (rossastre o nere) dovute alla presenza di emoglobina
- In alcuni casi, ittero
Questi sintomi derivano dalla progressiva distruzione dei globuli rossi, che riduce l’ossigenazione dell’organismo.
Cosa fare se sospetti un’intossicazione
Contatta subito il tuo veterinario: non esistono antidoti specifici.
Se l’ingestione è recente (entro due ore), il veterinario potrà indurre il vomito per rimuovere il tossico.
In seguito, sarà necessario monitorare l’ematocrito (la concentrazione di globuli rossi) e valutare la necessità di una trasfusione nei casi più gravi.
Un curioso paradosso
Sai qual è l’aspetto più interessante?
Proprio la cipolla rossa, così pericolosa per i nostri animali, viene usata in omeopatia come rimedio per l’uomo: l’Allium cepa, preparato dalla sua tintura madre, è impiegato per alleviare starnuti, lacrimazione e congestione nasale.
Una bella dimostrazione di come — in medicina — la differenza la faccia sempre la specie (e la dose!).
In sintesi
Cipolla, aglio, porro ed erba cipollina sono alimenti tossici per cani e gatti, anche dopo la cottura.
Meglio quindi evitare di aggiungerli alle loro ciotole o di far assaggiare cibi che li contengono, come sughi pronti o minestroni.
Basta poco per fare la differenza: un po’ di attenzione in cucina può salvare una vita.
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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Antiossidanti naturali per cani e gatti: un aiuto prezioso contro lo stress ossidativo
Ti è mai capitato di sentire parlare di antiossidanti e chiederti se possano servire anche al tuo cane o al tuo gatto? La risposta è sì, e non solo: gli antiossidanti naturali sono fondamentali per mantenere il loro organismo in equilibrio e per prevenire numerose patologie legate all’invecchiamento o allo stress cellulare.
Cosa sono gli antiossidanti naturali
Gli antiossidanti naturali sono sostanze presenti negli alimenti e nelle piante medicinali che aiutano l’organismo a difendersi dai radicali liberi, cioè quelle molecole instabili che si formano come prodotto di scarto del metabolismo.
In condizioni normali, il corpo riesce a tenere sotto controllo questi radicali grazie ai suoi sistemi di difesa interni. Tuttavia, quando si accumulano in eccesso — ad esempio per inquinamento, stress, malattie, farmaci o intensa attività fisica — si genera una condizione chiamata stress ossidativo.
Questo squilibrio, se prolungato, può favorire invecchiamento precoce, infiammazione cronica e persino l’insorgenza di patologie degenerative.
Ecco perché fornire al cane e al gatto una buona quantità di antiossidanti naturali attraverso l’alimentazione è una scelta intelligente e preventiva.
Polifenoli: i campioni della natura

Tra gli antiossidanti più potenti troviamo i polifenoli, un gruppo vastissimo di molecole vegetali con effetti antinfiammatori, antitumorali e antietà.
Ne fanno parte quattro famiglie principali:
- Flavonoidi, presenti in frutta e verdura di ogni tipo. Alcuni esempi famosi sono quercetina, esperidina e catechine, che contribuiscono a migliorare la circolazione e a proteggere le cellule dai danni ossidativi.
- Acidi fenolici, abbondanti in frutti come mirtilli, mele, kiwi, prugne e ciliegie, ottimi anche per supportare il sistema immunitario.
- Lignani, contenuti nei semi di lino, che oltre all’attività antiossidante aiutano a mantenere equilibrato il profilo lipidico.
- Stilbeni, tra cui spicca il famoso resveratrolo, presente nel mirtillo rosso, noto per le sue proprietà antitumorali e cardioprotettive.
Integrare nella dieta del cane e del gatto alimenti vegetali ricchi di queste sostanze (in quantità adatte alla loro specie) può offrire un valido supporto al benessere generale.
Carotenoidi: il colore che protegge
Hai mai notato che frutta e verdura colorate sono spesso sinonimo di salute? Il merito è dei carotenoidi, pigmenti naturali con un forte potere antiossidante.
Appartengono a questo gruppo molecole come β-carotene, licopene, luteina e zeaxantina.
Si trovano soprattutto nelle piante verdi scure, nei frutti e ortaggi di colore giallo, arancio o rosso: carote, zucca, mango, spinaci e broccoli, solo per citarne alcuni.
Un aspetto interessante è che i carotenoidi sono liposolubili, quindi il loro assorbimento migliora se vengono somministrati insieme a piccole quantità di grassi o oli.
Nel cane e nel gatto, i carotenoidi supportano la funzione visiva, il sistema immunitario e contribuiscono alla protezione delle cellule nervose.
Vitamina C e vitamina E: alleate quotidiane
Tra gli antiossidanti naturali più noti, vitamina C e vitamina E meritano una menzione speciale.
La vitamina C, contenuta in frutta come arance, kiwi e fragole e in verdure come broccoli e spinaci, è un potente antiossidante idrosolubile. Aiuta a neutralizzare i radicali liberi, favorisce la sintesi del collagene e rafforza le difese immunitarie.
La vitamina E, invece, è liposolubile e agisce soprattutto a livello delle membrane cellulari, prevenendo i danni da ossidazione dei grassi. Si trova in oli vegetali (soia, mais, girasole) e in frutti oleosi come le noci.
Un apporto adeguato di queste due vitamine nella dieta del cane e del gatto aiuta a mantenere in salute pelle, muscoli e sistema nervoso, oltre a contribuire alla prevenzione di molte malattie infiammatorie croniche.
Come sostenere il cane e il gatto con gli antiossidanti naturali
Non serve ricorrere a integratori costosi o “miracolosi”: la prima fonte di antiossidanti naturali è una dieta equilibrata e varia, basata su ingredienti di qualità e con una quota vegetale calibrata sulle esigenze della specie.
Per il cane, che ha una dieta più flessibile, l’introduzione di piccole quantità di frutta e verdura ricche di antiossidanti (come mirtilli, carote, spinaci o zucca) può essere utile, sempre sotto consiglio del veterinario.
Nel gatto, invece, essendo un carnivoro stretto, è bene che eventuali integrazioni vegetali siano mirate e controllate, oppure fornite tramite formulazioni nutrizionali specifiche.
Anche alcune erbe officinali e fitoterapici veterinari possono essere utilizzati per potenziare la barriera antiossidante, ma sempre con la supervisione del medico veterinario nutrizionista.
In sintesi
Gli antiossidanti naturali rappresentano una risorsa preziosa per la salute di cane e gatto: aiutano a contrastare i radicali liberi, rallentano i processi di invecchiamento cellulare e sostengono l’organismo nei momenti di stress o malattia.
La natura offre già tutto ciò che serve, basta saperlo utilizzare nel modo giusto: frutta, verdura, oli vegetali e piante ricche di principi attivi sono strumenti semplici ma efficaci per mantenere i nostri animali in forma più a lungo.
E ricordiamoci sempre che una buona alimentazione è la prima medicina — per noi, ma anche per loro.
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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Dieta variegata per cani: è davvero necessaria? La risposta (finalmente) è sì
Per anni si è ripetuto che il cane potesse mangiare sempre lo stesso alimento per tutta la vita, senza subirne alcuna conseguenza.
Una convinzione che, a lungo, è sembrata quasi un dogma nella medicina veterinaria.
Ma oggi la scienza ci dice altro: una dieta variegata è non solo possibile, ma benefica per la salute del cane, a patto che sia bilanciata e introdotta nel modo corretto.In questo articolo vediamo cosa significa davvero “dieta variegata”, perché è utile e come impostarla, anche se il nostro cane segue un’alimentazione commerciale.
Cosa significa una dieta variegata per un cane
Quando parliamo di “dieta variegata” pensiamo spesso a piccoli cambiamenti: alternare due gusti di crocchette, aggiungere un po’ di verdura o cambiare marca ogni tanto.
In realtà, la varietà nutrizionale è un concetto molto più ampio.
In una dieta fresca, cruda o cotta, una buona varietà significa almeno tre fonti proteiche diverse (per esempio bovino, tacchino e merluzzo), due cereali differenti e un paio di verdure che cambiano nel tempo.
Nel caso della dieta cruda (come la BARF), la variabilità aumenta naturalmente, perché si utilizzano tagli di carne differenti che apportano nutrienti e tessuti in proporzioni variabili.
E se il cane mangia un alimento commerciale? Anche qui si può fare molto.
Basta alternare periodicamente almeno tre alimenti secchi e tre umidi diversi, variando gusto, marca e composizione.
La chiave è introdurre i nuovi alimenti gradualmente e osservare sempre come reagisce il cane.
Perché la varietà è così importante

Per anni si è creduto che i cani non avessero bisogno di varietà alimentare. Oggi sappiamo che non è così, e che una dieta variata porta benefici fisici e comportamentali.
Ecco i motivi principali:
1. Motivi etologici
Studi recenti dimostrano che i cani provano piacere nel mangiare alimenti diversi.
Anche se molti sembrano felici con il solito pasto, probabilmente gradirebbero un po’ di cambiamento.
Nessun animale in natura mangia lo stesso alimento ogni giorno della vita, e anche i cani — che sono esseri senzienti — meritano stimoli sensoriali e gustativi.
2. Riduzione dell’accumulo di sostanze tossiche
Ogni alimento può contenere tracce di contaminanti ambientali.
Variare riduce il rischio che uno stesso tipo di tossico si accumuli nel tempo.
Ecco perché non ha senso eliminare completamente categorie di alimenti (“niente pesce per i metalli pesanti!”): meglio bilanciare le fonti nel lungo periodo.
3. Migliore biodisponibilità dei nutrienti
Non tutti gli alimenti offrono le stesse quantità e forme di nutrienti.
Variando ingredienti e fonti proteiche, si ottiene un maggior equilibrio complessivo di vitamine e minerali, riducendo il rischio di carenze o eccessi dovuti a piccole imprecisioni nella formulazione.
4. Un microbiota più forte
È forse l’argomento scientifico più solido a favore della varietà:
un’alimentazione diversificata favorisce un microbiota intestinale ricco e stabile, capace di sostenere il sistema immunitario e di ridurre l’infiammazione intestinale.
Una dieta monotona, al contrario, impoverisce la flora batterica e la rende più vulnerabile.
I rischi della dieta monotona (e di quella sbilanciata)
Una dieta sempre uguale può sembrare comoda, ma nel lungo periodo nasconde dei rischi.
Una dieta sbilanciata, cioè con pochi ingredienti o formulata in modo impreciso, può portare a carenze o eccessi di nutrienti.
E anche quando la formula è corretta, la monotonia alimentare può comunque creare problemi.
Ad esempio, un alimento con una quantità minima di vitamina A potrebbe risultare carente se cotto a lungo, poiché il calore la inattiva parzialmente.
Ma il rischio maggiore è legato al microbiota: un intestino “abituato sempre agli stessi stimoli” perde diversità microbica, diventa più fragile e tende a sviluppare infiammazione cronica di basso grado.
Ed è proprio questa una delle nuove frontiere della medicina veterinaria preventiva.
Come introdurre la varietà nella dieta del cane
La strategia migliore è sempre quella di personalizzare l’alimentazione con l’aiuto di un veterinario esperto in nutrizione.
Se possibile, l’ideale è passare a una dieta fresca, cotta o cruda, formulata su misura.
In questo modo si ha il controllo totale sugli ingredienti e sulla qualità delle materie prime, evitando additivi e sostanze indesiderate.
Chi invece utilizza alimenti commerciali può comunque migliorare la varietà:
- Scegli 2 o 3 alimenti secchi di marche e gusti diversi.
- Aggiungi almeno 3 alimenti umidi differenti, anche in questo caso variando marca e composizione.
- Introduci ogni nuovo alimento in modo graduale, mescolandolo al cibo abituale per alcuni giorni.
- Dopo la prima fase di introduzione, alternali liberamente durante la settimana (es. lunedì umido A, martedì crocchette B, mercoledì umido C…).
Vedrai che anche un piccolo cambiamento nella ciotola può fare una grande differenza.
Molti cani diventano più vivaci, più curiosi e digeriscono meglio.
In conclusione
Dire che il cane non ha bisogno di varietà alimentare non è più scientificamente corretto.
Al contrario, una dieta variegata, ben formulata e introdotta con criterio, aiuta a:
- migliorare il benessere generale,
- ridurre i rischi metabolici e infiammatori,
- e mantenere sano il microbiota intestinale.
Non serve stravolgere tutto da un giorno all’altro, ma iniziare a pensare alla ciotola come a uno spazio di equilibrio e diversità.
Un piccolo gesto di cura quotidiana che, nel tempo, può fare una grande differenza nella vita del nostro cane.
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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Cani e cavolo: si può fare? Tutta la verità su questo ortaggio “discusso”
Quando arriva l’autunno e iniziano a comparire i primi cavolfiori al mercato, una delle domande più comuni che ricevo è: “Posso dare il cavolo al mio cane?”
La risposta, come spesso accade in nutrizione, non è un semplice sì o no. Il cavolo non è tossico per il cane, ma deve essere offerto nel modo giusto e con qualche accortezza per evitare effetti indesiderati.
Cavolo, cavolfiore, broccoli: cosa contengono davvero
Il cavolo (o cavolfiore) è in realtà il fiore commestibile della pianta Brassica oleracea, appartenente alla grande famiglia delle Crucifere. È un ortaggio ricchissimo di vitamina C, carotenoidi (provitamina A), clorofilla e sali minerali — in particolare potassio, utile per la funzione muscolare e cardiaca.
A questi si aggiungono gli antiossidanti, molecole preziose che contrastano l’invecchiamento cellulare e supportano il sistema immunitario.
Il suo elevato contenuto di fibre favorisce inoltre il transito intestinale, regolarizza la flora batterica e aumenta il senso di sazietà. In nutrizione umana, il cavolo viene persino considerato una delle verdure con il più alto potenziale di protezione contro il cancro.
E sì, anche il cane può trarne beneficio.
I pro e i contro del cavolo nella dieta del cane

Insomma, sembra l’alimento perfetto. E in parte lo è, ma come sempre c’è un “però”.
Il primo aspetto da considerare è la cottura: se vogliamo sfruttare al massimo le proprietà antiossidanti, il cavolo andrebbe consumato crudo. Il calore infatti distrugge gran parte delle molecole benefiche. Tuttavia, dare verdure crude al cane non è sempre una buona idea, perché possono risultare difficili da digerire.
C’è poi un secondo problema: il sulforafano, un composto naturale della famiglia degli isotiocianati. Questa sostanza è ciò che rende il cavolo così interessante dal punto di vista antinfiammatorio e antitumorale, ma è anche la responsabile del suo tipico odore di zolfo e, soprattutto, della fermentazione intestinale.
In pratica: troppa verdura della famiglia dei cavoli = più gas. E no, non sempre è apprezzato in casa!
Il cavolo contiene anche oligosaccaridi, zuccheri complessi che fermentano facilmente nell’intestino, causando gonfiore e flatulenza.
Come cucinare il cavolo per il cane
Se decidiamo di inserire il cavolo nella dieta del nostro cane, è importante prepararlo nel modo giusto.
Gli studi mostrano che la cottura al vapore per pochi minuti (massimo 5) è la più efficace: consente di ridurre le sostanze che fermentano, mantenendo però attivo il sulforafano e una buona quota di antiossidanti.
Un altro passaggio fondamentale è frullarlo o ridurlo in purea. In questo modo si rompe la fibra vegetale, rendendo i nutrienti più accessibili e facilitando la digestione.
Il mix ideale per evitare gonfiore
Per bilanciare il tutto, meglio non offrire il cavolo da solo.
L’ideale è creare un mix di verdure che unisca le sue proprietà a quelle di altri ortaggi “carminativi”, cioè che aiutano a ridurre i gas intestinali.
Un esempio perfetto:
- 50% cavolo o cavolfiore
- 30% finocchio (ottimo per sgonfiare e migliorare la digestione)
- 20% carote (che donano dolcezza e migliorano l’appetibilità)
Cuoci tutto a vapore per 5 minuti, aggiungi poca acqua tiepida e frulla fino a ottenere una vellutata liscia.
Puoi servirla come piccolo contorno all’interno di una dieta casalinga bilanciata o come integrazione saltuaria in un’alimentazione commerciale.
Cosa fare se il cane ha problemi dopo aver mangiato cavolo
Nonostante le accortezze, può capitare che il cane sviluppi un po’ di gonfiore o flatulenza.
In questo caso, è meglio sospendere il cavolo e orientarsi verso altre verdure più digeribili, come zucchine, finocchi o carote cotte.
Ogni cane ha una sua tolleranza individuale e la quantità ideale dipende anche dalla taglia, dal metabolismo e dal tipo di dieta che segue.
Ricorda: anche se è un alimento sano, il cavolo deve restare un complemento, non la base dell’alimentazione.
In sintesi
- Il cavolo non è tossico per il cane, ma va dato con moderazione.
- Meglio cotto a vapore per pochi minuti e frullato, per migliorare la digeribilità.
- Evita di offrirlo crudo o in grandi quantità per non causare gonfiore.
- Può essere un’ottima fonte di antiossidanti, fibre e vitamine, soprattutto se inserito in un mix bilanciato con altre verdure.
Il cavolo, insomma, può entrare nella ciotola del cane, ma sempre con buon senso e consapevolezza.
Come spesso accade con gli alimenti “umanamente sani”, anche qui vale la regola d’oro: la dose e la preparazione fanno la differenza.
Articolo della Dr.ssa Maria Mayer, DVM
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